L’udienza virtuale e i suoi paradossi (ovvero quando il giudice è “meno uguale”): osservazioni a margine di una questione di legittimità costituzionale

Con ordinanza di data 19 maggio 2020 il Tribunale di Mantova ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 7, lett. f), D.L. 18/2020 (convertito nella L. 27/2020) così come modificato dall’art. 3, comma 1, lett. c), D.L. 28/2020, sostenendone «il palese contrasto con gli artt. 3, 32, 77 e 97 Cost. limitatamente alle parole “con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario e”».
In sintesi, il giudice rimettente si duole di ciò, che la norma che disciplina la celebrazione delle udienze civili cc.dd. “da remoto” (ossia, in teleconferenza tramite l’applicativo Microsoft Teams) imponga la presenza fisica del solo giudice nell’ufficio giudiziario, quando ben sarebbe possibile che il magistrato se ne rimanesse nella propria abitazione e non si esponesse pertanto al rischio di contrarre l’infezione da SARS-COV-2.
L’obiezione non difetta in sé di ragionevolezza e buonsenso: in fondo, se ben possono gli avvocati (e debbono, per quanto riguarda le attività di deposito) operare dal loro domicilio (personale o professionale, a loro discrezione), non si vede perché non potrebbe farlo anche il magistrato, dato che la “stanza virtuale” dell’udienza è raggiungibile da qualunque luogo fisico ci si colleghi.
Sotto il profilo giuridico, il rimettente articola le proprie censure in cinque fitte pagine di ordinanza, che tuttavia non dicono molto più di quanto noi abbiamo riassunto nelle cinque righe del precedente capoverso.
Nonostante, si ribadisce, la doglianza non manchi di fondamento pratico, riteniamo tuttavia assai probabile che verrà respinta, per una semplice — per non dir: banalissima — ragione, anch’essa del tutto concreta; a discolpa del magistrato, ci corre di osservare che se nella relazione illustrativa al D.L. de quo tale ragione fosse stata esplicitata, non si sarebbe sollevato “tanto rumore per nulla” (e, in fondo, iura novit curia, mica le tecnicalità informatiche…).
Qual è dunque questa “ragion pratica”?
Né più né meno che l’infrastruttura stessa su cui opera il processo civile telematico.
Il magistrato è tenuto a redigere il verbale d’udienza e i propri provvedimenti avvalendosi della c.d. “Consolle del magistrato”, e i file che così vengono prodotti sono memorizzati negli archivi elettronici della RUG, ossia la Rete Unica della Giustizia (cioè l’infrastruttura informatica del Ministero della giustizia).
Orbene, ai fini che c’interessano, caratteristica saliente della RUG è l’essere un sistema chiuso, non accessibile dall’esterno di essa: tale peculiarità dipende da ragioni di sicurezza informatica, onde scongiurare (o, quantomeno, ridurre al minimo) il rischio d’intrusioni e accessi indebiti (et pour cause, stante la delicatezza dei dati trattati).
Pertanto, se è vero che il magistrato ben potrebbe collegarsi con la sua “stanza virtuale” anche dal computer di casa, non gli sarebbe comunque possibile operare nella RUG: tutto ciò che producesse, dovrebbe quindi essere trasmesso all’ufficio tramite canali non sicuri.
Paradossalmente, vi sarebbe un modo per ovviare a ciò, che consisterebbe tuttavia in un ritorno al passato (e, diciamocelo, alla regolarità del rito siccome originariamente pensato nel codice): il verbale d’udienza dovrebbe essere redatto dal cancelliere, il quale però, per le ragioni tecniche di cui supra, dovrebbe necessariamente recarsi nell’ufficio giudiziario: e saremmo allora daccapo (è solo di qualche giorno fa l’intemerata dei sindacati dei funzionari amministrativi del Tribunale di Venezia, sulla quale preferisco sorvolare…).
A livello pratico, tutto ciò probabilmente non porterà a nulla, se è vero che la modalità di celebrazione da remoto delle udienze cesserà di essere operativa col prossimo 31 luglio: semplicemente, la Corte Costituzionale non farà in tempo neppure ad assegnare il procedimento a un relatore (quasi quasi, neppure a dargli un numero di ruolo…).
Rimane il rammarico per la mancanza di visione che affligge la maggior parte degli operatori di giustizia: sebbene l’udienza da remoto non sia la panacea universale, né sia (allo stato della tecnologia, quantomeno) utilizzabile se non per limitati fini (si pensi alla pletora di udienze meramente formali che ingolfano il rito civile e producono solo assembramenti nei palazzi di giustizia — questi ultimi, adesso pericolosi, ma prima neppure tanto gradevoli…), sarebbe comunque uno strumento di cui valga approfittare.
Più in generale, sarebbe giunto il momento di ripensare i riti (tutti) con maggiore considerazione e (soprattutto) consapevolezza dei mezzi tecnologici oggi a disposizione: mission impossible, tuttavia, finché il fattore umano rimane quello che purtroppo conosciamo.