Squarci su un futuro presente: le udienze telematiche

Le esigenze sanitarie di distanziamento sociale hanno interessato ogni aspetto dell’esistenza che eravamo abituati a considerare “normale”, e l’attività giudiziaria non fa eccezione.
Sebbene in misura notevolmente minore che in passato, i tribunali rimangono luoghi in cui l’“assembramento” (di avvocati, in particolare) è la condizione più frequente (perlomeno, in occasione delle udienze).
Per ovviare a un simile inconveniente, non appena terminerà l’attuale periodo di sospensione di ogni attività ordinaria, le udienze civili che non comportino attività particolarmente complesse saranno celebrate “a distanza”, ossia tramite gli strumenti informatici della teleconferenza.
Si tratta di un fatto senza precedenti (nel processo penale si era proceduto, in determinati casi e per esigenze di sicurezza, all’audizione di testimoni o di imputati detenuti nel regime c.d “41-bis”) e di un’innovazione dettata da contingenti ragioni emergenziali, pertanto assai scarna a livello normativo e con non poche incognite sotto il profilo pratico (quest’ultime, dovute in buona parte alla sostanziale impreparazione dei giuristi in punto utilizzo degli strumenti informatici).
In questi giorni, la Commissione informatica del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Pordenone (nella quale anch’io mi pregio di portare il mio contributo) ha realizzato una serie di eventi formativi a pro dei colleghi, utilizzando proprio la teleconferenza per illustrare gli aspetti basilari e pratici dello strumento, nella prospettiva dell’udienza civile (inclusa una minimale simulazione di come questa dovrebbe svolgersi in concreto avanti il giudice).
Si è trattato di un impegno alquanto intenso e concentrato: la settimana scorsa è stata dedicata interamente all’organizzazione e alla preparazione degli incontri, che si sono svolti negli ultimi tre giorni, per un totale di sette sessioni formative e di oltre duecento partecipanti.
L’esperienza — al di là di intuibili soddisfazioni personali — offre tuttavia il destro per una riflessione sul futuro prossimo venturo, e personalmente mi conferma in un’idea che nutro già da parecchio tempo e che ho di sfuggita accennato anche nei miei scritti sull’argomento.
L’informatizzazione del processo civile non comporta semplicemente la prosecuzione di attività consuete e usuali con mezzi nuovi: questo è solo il transitorio momento presente.
In realtà, sotto la superficie riposano innovazioni che cambiano completamente il quadro di riferimento.
Si pensi a come era organizzato un tribunale prima dell’entrata in vigore (nel 2014) del processo civile telematico: tutti gli atti e i provvedimenti del processo erano in formato analogico (ossia, cartaceo) ed erano immagazzinati negli archivi fisicamente posti all’interno del palazzo di giustizia (o, comunque, in edifici materiali nella disponibilità degli uffici giudiziari).
Adesso, invece, atti e provvedimenti sono nativamente digitali e i supporti nei quali sono memorizzati non si trovano fisicamente nell’ufficio al quale pertengono, bensì in una (o più) server farm dislocata chissà dove, e l’accesso a tali atti e provvedimenti è possibile solo tramite internet (e a determinate condizioni).
I palazzi di giustizia sono rimasti quindi come luoghi fisici “solo” per le persone, per consentire determinate interazioni fra l’amministrazione della giustizia (giudici, cancellieri, etc.) e l’utenza (avvocati, consulenti, parti, etc.).
Se anche l’interazione viene trasferita nella dimensione digitale, non avrà più alcun senso pratico la ripartizione territoriale che abbiamo conosciuto sin qui: ecco, quindi, profilarsi quella che mi piace chiamare “Giurisdizione Unica Nazionale”, ossia un’unica struttura organizzativa, totalmente dematerializzata, accessibile solamente tramite il web.
Ciò comporterà il ripensamento e la ridefinizione anche del ruolo degli avvocati, più che mai interfaccia indispensabile fra le persone (tanto individui quanto organizzazioni) e la Giustizia.
Tutto ciò, prima della pandemia era nulla più di un’eventualità, sicuramente assai lontana nel tempo; adesso, è una prospettiva che, sebbene non ancora concreta, ha già, secondo me, notevoli possibilità di avverarsi nel giro di pochi anni.
Sarà un bene? Sarà un male?
Sarà un cambiamento, perché l’esistenza è un continuo divenire: come sempre, starà alle persone far sì che sia un miglioramento.

L’impensata spinta al progresso, ovvero dell’eterogenesi dei fini

Nei momenti di difficoltà, anche nelle crisi gravi come quella che stiamo vivendo in queste settimane, è importante mantenere la lucidità e, soprattutto, quella volontà ottimista che consente di scorgere comunque qualcosa di positivo anche quando tutto sembra star precipitando.
L’art. 2, comma 6, D.L. 8/03/2020 n. 11 prescrive che, almeno sino al 31 maggio 2020, anche per gli atti introduttivi (ricorsi, citazioni, comparse di costituzione) dei giudizi civili avanti i Tribunali e le Corti d’Appello sia obbligatorio il deposito con modalità telematiche; come pure i pagamenti degli oneri giudiziari (contributo unificato, marche di cancelleria, etc.) debbono avvenire esclusivamente tramite la piattaforma PagoPA.
Abbastanza incongruamente, infatti, sinora era stato consentito per tali atti (ma solo per questi), in alternativa, anche il deposito nelle tradizionali forme cartacee (“analogiche”, per dirla con la terminologia tecnica); il che non risolveva gli eventuali imbarazzi tecnologici degli avvocati più restii a metabolizzare il processo telematico, nonostante questo sia la regola ormai da quasi 6 anni (infatti, per tutti gli atti successivi il deposito è esclusivamente telematico), in compenso creava ulteriori inconvenienti alle cancellerie, che si trovavano, in quei casi, a dover gestire un fascicolo “sdoppiato” (una parte in formato cartaceo, tutto il resto in digitale).
Personalmente, non ho più depositato un foglio di carta in tribunale (né in corte d’appello) dal maggio 2014, e da quando i pagamenti telematici sono divenuti agevoli quanto effettuare un acquisto via e-commerce non utilizzo più nemmeno le classiche marche.
E ciò, non solo perché, da giurista teorico, ho più volte stigmatizzato l’insensatezza dell’aver mantenuto il “doppio canale” per gli atti introduttivi, ma anche perché, da giurista pratico, ho potuto verificare direttamente quanto più comodo ed effettivo sia l’operare in forma telematica.
Avrei preferito, naturalmente, che una riforma del genere fosse stata introdotta molto tempo fa e nel contesto di un programma serio di potenziamento del servizio giustizia; avrei anche preferito (ancor più ovviamente) che le cose rimanessero come stavano, pur di non vivere (insieme a miliardi di altre persone) la sciagura coronavirus; ma se vogliamo (dobbiamo!) essere ottimisti, questa prescrizione va vista in maniera assolutamente positiva, e ci auguriamo che sia resa definitiva anche dopo il 31 maggio.
Peccato però che ci sia voluta una pandemia per giungere a una scelta tanto semplice.

Gli indirizzi PEC validamente utilizzabili per le notificazioni telematiche: una riflessione a margine e in seguito a Cass. Civ., Sez. III, (sent.) n. 3709/2019 e Cass. Civ., Sez. VI, (ord.) n. 24160/2019

  1. I caso e gli equivoci: “Oportet ut scandala eveniant”
    In una recente sentenza (Sezione III, n. 3709/2019) la Suprema Corte di Cassazione ha pronunciato un principio di diritto secondo il quale sarebbero invalide le notifiche telematiche (ex art. 3-bis L. 53/1994) rivolte a indirizzi estratti dall’INI-PEC e non, invece e soltanto, dal ReGIndE.
    Una successiva ordinanza (Sezione VI, n. 24160/2019), richiamandosi alla citata sentenza, è parsa confermare quello che minaccia di divenire un pericoloso orientamento.
    Severe critiche si sono levate, giustamente, all’indomani della prima pronuncia e, a maggior ragione, della seguente.
    Sebbene l’argomento principale a fondamento di tali critiche (che, cioè, l’INI-PEC sia per legge e a pieno titolo un pubblico elenco dal quale trarre validi indirizzi ai fini della notificazione telematica) sia esatto e corretto, pare che finora sia mancata una più compiuta analisi della pronuncia incriminata e delle ragioni che la rendono, effettivamente, errata e aberrante.
    Di ciò, appunto, ambisce a occuparsi questo scritto.
    Andiamo, dunque, per ordine.
  2. La sentenza n. 3709/2019: “Quandoque bonus dormitat Homerus
    Con la sentenza dd. 14/09/2018 — 8/02/2019, n. 3709, la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, ha enunciato il seguente principio di diritto: «Il domicilio digitale previsto dal D.L. 179/2012, art. 16-sexies, convertito con modificazioni in L. 221/2012, come modificato dal D.L. 90/2014, convertito, con modificazioni, in L. 114/2014, corrisponde all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest’ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l’effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile — a seconda dei casi — alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGIndE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)».
    Di primo acchito, il principio surriportato appare in pieno e clamoroso conflitto con il disposto dell’art. 16-ter D.L. 179/2012, che, rubricato “Pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni”, così recita: «A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6-bis [INI-PEC], 6-quater [Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato] e 62 [Anagrafe nazionale della popolazione residente – ANPR] del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall’articolo 16, comma 12, del presente decreto [Registro PP.AA.], dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 [registro delle imprese], convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia» [abbiamo ritenuto di precisare fra parentesi quadre, per facilitare la lettura, i pubblici elenchi richiamati dalla norma; il successivo comma 1-bis del medesimo articolo estende l’applicazione di tale disposizione anche alla giustizia amministrativa].
    Già solo per tale contrasto il principio enunciato dalla Suprema Corte si rivela fragorosamente errato; difatti, le critiche sollevate si sono concentrate su tale aspetto che, per la sua importanza, potrebbe dirsi “assorbente” di ogni ulteriore argomentazione.
    E tuttavia v’è dell’altro, che emerge dalla lettura della motivazione per esteso nel cui contesto è stato pronunciato il principio di diritto oggetto di critica.
    Richiamiamo, innanzitutto, alcuni punti fermi:
    a) ciascun avvocato è tenuto, per legge (art. 16, comma 7, D.L. 29/11/2008 n. 185, richiamato anche dall’art. 7, comma 2, L. 247/2012), a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata e a comunicarlo al consiglio dell’ordine degli avvocati nel cui albo è iscritto; tale indirizzo costituisce il suo “domicilio digitale”, al quale saranno inviate le comunicazioni e notificazioni da parte degli uffici giudiziari nonché ogni altra notificazione ammessa e prevista dalla legge (incluse le notificazioni ex L. 53/1994);
    b) il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), di cui agli artt. 7 D.M. 44/2011 e 7-8 Provv. DGSIA 16/04/2014, contiene i dati identificativi e l’indirizzo di posta elettronica certificata dei cc.dd. “soggetti abilitati esterni” e degli utenti privati che a qualche titolo operano nel PCT senza essere “soggetti abilitati”, ed è alimentato, per quanto concerne gli avvocati, dai consigli dell’ordine che quotidianamente inviano l’albo aggiornato (ovviamente, per le informazioni che pertengono propriamente al ReGIndE stesso);
    c) l’Indice Nazionale degli Indirizzi PEC delle imprese e dei professionisti (INI-PEC), di cui all’art. 6-bis D.Lgs. 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale) contiene i dati identificativi e l’indirizzo PEC di quei soggetti obbligati a dotarsene e a comunicarlo a un ente di riferimento, come stabilito nel D.L. 185/2008 ed è alimentato da quegli stessi enti (ordini, collegi, camere di commercio etc.), analogamente a quanto visto per il ReGIndE;
    d) tanto il ReGIndE quanto l’INI-PEC sono “pubblici elenchi” “ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale”, per espressa previsione dell’art. 16-ter D.L. 179/2012.
    Con ciò in mente, è ora il caso di esaminare il merito della vicenda sottostante la sentenza in commento.
    La fattispecie si può così riassumere: una sentenza viene notificata pochi giorni dopo la sua pubblicazione, tramite PEC, all’Avvocatura Generale dello Stato di Roma; la stessa Avvocatura impugna per cassazione la sentenza, ma solo entro il termine semestrale di decadenza («ben oltre — si legge in motivazione della sentenza — la scadenza del termine c.d. “breve” di cui agli artt. 325 e 326 C.P.C.»); di contro all’eccezione di tardività, l’Avvocatura sostiene “l’inefficacia” (così nella motivazione; rectius: nullità) della notificazione telematica perché diretta a un indirizzo sì «risultante dall’indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC), ma non registrato al Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della Giustizia. In particolare, l’indirizzo elettronico in questione viene utilizzato dall’Avvocatura dello Stato per scopi amministrativi e non giudiziali» (sent. cit.).
    A questo punto, è opportuno precisare che gli avvocati dello Stato — tanto dell’Avvocatura Generale di Roma, quanto delle varie Avvocature Distrettuali — sono sì censiti al ReGIndE, ma senza l’indicazione di una PEC a loro individualmente riferibile: compare, invero, solo il riferimento all’Avvocatura di appartenenza. Analogamente, neppure nell’INI-PEC è dato rintracciare un indirizzo PEC intestato a un avvocato dello Stato.
    Di contro, nel sito istituzionale dell’Avvocatura dello Stato (http://www.avvocaturastato.it/) è presente una pagina intitolata “Elenco delle caselle di Posta Elettronica Certificata” (raggiungibile dal link “PEC” posto nel menu laterale), la quale a sua volta è suddivisa in tre sottopagine, rispettivamente intitolate a “Corrispondenza relativa ad attività legale”, “Corrispondenza relativa ad attività amministrativa” e (guarda, guarda…) “Notificazioni (Processo Civile, Penale, Amministrativo, Contabile e Tributario)”.
    Entrando in quest’ultima, si trova l’elenco degli indirizzi PEC di ciascuna sede dell’Avvocatura di Stato, preceduto dalla dicitura «Indirizzi censiti nel registro denominato “Reginde”, previsto dall’art. 7 del D.M. n. 44/2011, e nel registro di cui all’art. 16, comma 12, del D.L. 179/2012, entrambi dichiarati “elenchi pubblici” dall’art. 16 ter del D.L. 179/2012».
    Tutto a posto? Manco per idea!
    Innanzitutto, se si tenta di effettuare nel ReGIndE un’interrogazione relativa a una qualsiasi sede dell’Avvocatura, si scopre che ciò… non è tecnicamente possibile: la maschera di ricerca richiede l’inserimento del nome del singolo avvocato — e difatti gli avvocati dello Stato sono effettivamente censiti, ma (come si è visto) senza alcun indirizzo PEC — e non accetta denominazioni “impersonali” (quali, appunto “Avvocatura dello Stato” aut similia).
    Gli indirizzi PEC (validi per le notificazioni telematiche a’ sensi dell’art. 16-ter D.L. 179/2012) dell’Avvocatura di Stato sono censiti nel c.d. Registro PP.AA., accessibile dal PST del Ministero della Giustizia (e anche lì, mica è facilissimo trovarli… a meno di non inserire l’espressione di ricerca — invero, astrusa assai, per uno che non sia un poco addentro le cose informatiche — “%avvocatura%stato”).
    Sarebbe forse interessante — e utile alla miglior comprensione della fattispecie — conoscere qualche dettaglio in più della specifica vicenda.
    È comunque possibile enucleare i seguenti punti fermi:
    a) quando fu effettuata la notificazione telematica “incriminata” (fine ottobre 2016) era già consolidata l’individuazione dei pubblici elenchi esclusivamente utilizzabili all’uopo: si trattava, in breve, del ReGIndE, dell’INI-PEC, del Registro PP.AA. e dell’elenco del domicilio digitale del cittadino (di cui all’art. 3-bis C.A.D.) [successivamente, vi sarebbe stata un’ulteriore modifica della norma, nel testo letto poco supra];
    b) gli avvocati dello Stato non sono “normali” avvocati: nel senso che lo Stato è difeso dall’ente Avvocatura dello Stato, di cui gli avvocati sono organi privi di propria individualità (o, per dirla altrimenti, è l’Avvocatura che opera, sia pur pel tramite dei propri avvocati); difatti, gli avvocati dello Stato non sono iscritti negli albi tenuti dai consigli dell’ordine degli avvocati e sono disciplinati dalle leggi che regolano l’Avvocatura dello Stato (segnatamente, il R.D. 30/10/1933 n. 1611 e la L. 3/04/1979 n. 103); ciò spiega anche perché agli avvocati dello Stato non corrisponda un indirizzo PEC individuale censito nel ReGIndE, ma ogni comunicazione e notificazione telematica vada indirizzata alla casella PEC espressamente istituita per ricevere e trasmettere le comunicazioni e notificazioni telematiche relative ai processi.
    A livello generale, va pure rilevato come all’epoca non vigesse più l’obbligo d’indicare espressamente negli atti introduttivi l’indirizzo PEC del difensore (sebbene molti continuino tuttora a farlo, probabilmente per scrupolo prudenziale…).
    Dato il suesposto quadro, tuttavia, sorprendono due cose:
    1) l’obiettiva negligenza del difensore che aveva proceduto alla notificazione telematica della sentenza, consistita nel non aver saputo reperire il corretto indirizzo PEC per la notificazione all’Avvocatura dello Stato;
    2) la grossolana imprecisione della Suprema Corte nel redigere il principio di diritto, quasi anch’essa fosse ignara delle peculiarità dell’Avvocatura di Stato da un lato, e dall’altro quella che appare una fortemente imprecisa conoscenza dei presupposti e meccanismi della notificazione tramite PEC.
    In altri termini, il principio suenunciato, prima ancora di discuterne l’eventuale fondatezza e rispondenza a legge, è del tutto estraneo alla materia da cui ha tratto origine.
    Non ha senso, infatti, discettare di ReGIndE e INI-PEC quando il destinatario della notificazione telematica è un ente pubblico, il cui domicilio digitale ai fini giudiziari è incluso nel Registro PP.AA..
    Ma, a parte ciò, è evidente che la Suprema Corte è incorsa in una macroscopica confusione degli elenchi degli indirizzi PEC, sia di quelli disponibili, sia di quelli validamente utilizzabili ai fini notificatori.
    In particolare, occorre ribadire che l’INI-PEC è alimentato dagli stessi soggetti e con i medesimi dati che vengono contemporaneamente riversati nel ReGIndE e nel registro di cui all’art. 16, comma 6, D.L. 185/2008; di fatto, l’INI-PEC costituisce l’unione dei predetti due registri, solo che, a differenza di essi, è liberamente consultabile (senza, cioè, le restrizioni che caratterizzano, invece, gli altri due).
    Pertanto, stabilire una gerarchia fra i pubblici elenchi di cui all’art. 16-ter D.L. 179/2012 è tanto illegittimo (perché la norma non pone alcuna distinzione di valore) quanto incongruo (perché i dati contenuti nell’INI-PEC sono, in effetti, ridondanti rispetto a quelli del ReGIndE e del registro delle imprese, cioè sono esattamente gli stessi).
    Di talché, il principio in parola viene a rivelarsi addirittura inapplicabile, poiché (salvo l’improbabile caso di un eccezionale malfunzionamento dei sistemi informatici ministeriali — il ReGIndE è gestito dal Ministero della giustizia, l’INI-PEC dal Ministero per lo sviluppo economico) ogni indirizzo PEC di avvocato presente nell’INI-PEC è contemporaneamente contenuto nel ReGIndE (e sanzionare di nullità la notificazione solo perché il notificante abbia in ipotesi dichiarato di aver estratto l’indirizzo dall’INI-PEC sarebbe semplicemente aberrante).
    Che l’estensore della motivazione fosse evidentemente distratto da altri pensieri quando ha redatto il principio di diritto può ricavarsi anche da ciò, che il suddetto principio fa riferimento espresso all’art. 16-sexies D.L. 179/2012: e tale norma cita, testualmente, “l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all’articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 [l’INI-PEC!], nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal ministero della giustizia”.
    Insomma, se non fosse fuori luogo per uno scritto che ha pur sempre ambizioni scientifiche, potremmo concludere questo paragrafo con il noto (e un po’ volgare, invero) calembour che usualmente ricorre ogniqualvolta paia che la Suprema Corte sia uscita dal seminato…
  3. L’ordinanza n. 24160/2019: “…perseverare diabolicum
    Anche il caso sottostante l’ordinanza n. 24160/2019 resa dalla Sezione VI della Suprema Corte è caratterizzato soprattutto dall’insipienza tecnica (giuridica) dei protagonisti, almeno da quanto è dato ricavare dalla scarna motivazione.
    Si controverte, infatti, in tema di regolamento di competenza, in un caso di querela di falso ex art. 221 C.P.C. proposto da una delle parti di un giudizio civile contro lo stesso magistrato titolare del giudizio in parola.
    Secondo la Suprema Corte, già l’intero impianto dell’azione è gravemente fallato in termini di rito; come “ciliegina sulla torta” viene l’ulteriore considerazione che «a prescindere dal fatto che il ricorso è stato notificato a mezzo PEC al [magistrato titolare] “con elezione di domicilio presso l’avvocato Tribunale di Firenze” a un indirizzo di posta elettronica che è quello della cancelleria dell’immigrazione del Tribunale di Firenze, ovvero anche all’indirizzo di posta elettronica del Protocollo del Tribunale di Firenze, estratto dall’indice nazionale degli indirizzi INI-PEC, elenco che, oltre a non essere riferibile alla posizione del [magistrato], è stato dichiarato non attendibile da Cass. n. 3709 del giorno 8 febbraio 2019, secondo cui “per una valida notifica tramite PEC si deve estrarre l’indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC”. Questo indipendentemente dal fatto che la notifica ad un magistrato non può essere validamente effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della Cancelleria dell’immigrazione o del protocollo del Tribunale di appartenenza» (così l’ordinanza in esame).
    Dati i casi in esame, si potrebbe inferire che l’insipienza degli avvocati si comporta come un maligno virus, capace d’infettare anche i giudici della Suprema Corte.
    Difatti, l’estensore della motivazione dice cose sensate sino al punto che inizia con “è stato dichiarato non attendibile etc.”: l’inciso, infatti, oltre a essere errato per le ragioni viste al paragrafo precedente, è addirittura del tutto superfluo, poiché sarebbero state sufficienti le corbellerie commesse dall’avvocato notificatore a rendere irrimediabilmente nulla la notifica.
    Probabilmente, l’estensore si sarà rifatto, acriticamente, al principio di diritto, ritenendo di aggiungere un quid pluris al proprio (e, sino a lì, corretto) ragionamento: peccato che quel quid pluris si sia rivelato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
  4. Conclusione: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto
    La Corte di Cassazione, si sa, è infallibile ex lege: nel senso che, non essendo previsto né possibile alcun rimedio alla sue pronunzie, può dire l’ultima parola; e se “le parole sono pietre”, quelle della Suprema Corte, talvolta, sono veri e propri macigni.
    Restando in quest’ordine di pensiero, potremmo anche aggiungere che, nel caso di specie, non vi sarebbe interesse a invocare il rimedio (ove questo, ovviamente, esistesse): il disposto (in entrambi i casi esaminati) è corretto, sono le motivazioni sottostanti a essere errate, ma il risultato concreto non cambierebbe neppure se le motivazioni venissero opportunamente emendate.
    Non dobbiamo, quindi, scandalizzarci più che tanto: la Corte è pur sempre composta di esseri umani (nonostante ogni eventuale diverso avviso…), e gli esseri umani, si sa, possono avere giornate storte e commettere errori.
    L’importante, dunque, è che la Corte non creda alla propria infallibilità, e che questi due sciagurati precedenti restino incidenti isolati e senza seguito; in concreto, si sono rivelati, per quanto li riguarda, fondamentalmente innocui: il danno si verificherebbe se altri giudici vi si rifacessero pedissequamente e acriticamente.
    Così, non sarà scandaloso se la lettera del Presidente del CNF al Primo Presidente della Corte di Cassazione non riceverà esplicita positiva risposta (c’è pur sempre una faccia da salvare, no?); l’importante è che, nei fatti, l’estrema giurisdizione rientri nell’alveo di ciò che giuridicamente è corretto, facendo preziosa lezione degli sbagli commessi.
    E se nell’intitolare questo paragrafo abbiamo scomodato Terenzio, pare adeguato affidare la chiusura a Wittgenstein: «Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen (Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere)».

Precorsi e conferme

Sul finire di novembre 2016 veniva pubblicato sul portale Il Processo Telematico di Giuffrè Editore un mio breve saggio intitolato “Prospettive e limiti del domicilio digitale, ovvero di cosa si possa notificare telematicamente e a chi”, nel quale sostenevo (in allora, primo e isolato) la tesi secondo cui non fosse possibile notificare validamente per via telematica a un soggetto tenuto per legge a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata (professionista o imprenditore individuale) un atto giudiziario inerente a materia estranea all’attività imprenditoriale o professionale da questi svolta (per esempio: un ricorso per separazione coniugale).
La stessa tesi in seguito riprendevo, sviluppavo e confermavo nel mio libro “Le notificazioni a cura dell’avvocato(Giappichelli Editore, giugno 2018, pp. 70–76).
Apprendo adesso che il Tribunale di Roma, con ordinanza del 26 gennaio 2019, n. 122, ha dichiarato nulla «una notificazione telematica riferita a un contenzioso estraneo all’impresa o professione esercitata» dal soggetto cui la notificazione in parola era diretta, in pratica recependo (sia pur con una motivazione assolutamente stringata — ma, del resto, in armonia con l’obbligo di “sinteticità” di cui all’art. 16-bis, comma 9-octies, D.L. 179/2012) la tesi da me a suo tempo sostenuta e argomentata nel saggio ricordato supra.
Morale: non è sempre agevole essere in anticipo sui tempi, ma quando i tempi, finalmente, ti raggiungono, non si può non provare una certa, per quanto piccola, soddisfazione.

Giurisdizione 24/7, ovvero i termini processuali ai tempi della PEC (Considerazioni a margine di Corte Costituzionale 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019)

1. Il caso

La notificazione di un atto d’appello civile era stata effettuata nelle forme di cui all’art. 3-bis L. 21/01/1994 n. 53 (ossia, mediante trasmissione via posta elettronica certificata — più sinteticamente, si era trattato di una notificazione telematica in proprio a cura dell’avvocato difensore dell’appellante); l’invio telematico dell’appello era avvenuto, nel giorno in cui veniva a scadenza il termine per proporre l’impugnazione, «alle ore 21:04 (con ricevute di accettazione e di consegna generate, rispettivamente, alle ore 21:05:29 e alle ore 21:05:32), in fascia oraria quindi (successiva alle ore 21) implicante il perfezionamento della notificazione “alle ore 7 del giorno successivo”» (Corte Cost. 75/2019, § 1 del “Ritenuto in fatto”): alla luce dell’(allora vigente) art. 16-septies D.L. 18/10/2012, n. 179, tale notificazione risultava così tardiva, poiché la richiamata norma, a sua volta richiamando l’art. 147 C.P.C., stabiliva che «quando è eseguita dopo le ore 21, la notificazione [telematica] si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo». (Per completezza, si rammenta che l’art. 147 C.P.C. testualmente dispone: «Le notificazioni non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 21».)
Parte appellata aveva quindi eccepito l’inammissibilità dell’appello per tardività della notificazione del gravame.
La Corte d’Appello di Milano (l’ufficio giudiziario interessato del caso), nella fattispecie, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 16-septies cit. con riguardo agli artt. 3, 24 e 111 Cost. poiché, da un lato l’equiparazione del c.d. “domicilio digitale” al “domicilio fisico” comporterebbe l’ingiustificato e irrazionale uguale trattamento di situazioni differenti, dall’altro verrebbe posto un irragionevole limite alle notificazioni che si riverbererebbe negativamente sul diritto di difesa del notificante; né sarebbe stata possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma onde superare tale limite senza che ciò ne comportasse la sostanziale abrogazione (o disapplicazione).

2. La decisione

La Corte Costituzionale, con la sentenza 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019, ha riconosciuto la fondatezza della sollevata questione e deciso per la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 «nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta».
L’iter argomentativo tramite il quale la Consulta giunge a tale conclusione considera innanzitutto una serie di capisaldi, il primo dei quali è rappresentato dal principio della scissione del momento perfezionativo della notificazione (o anche, nelle parole della medesima Corte, dalla «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»), da essa stessa enucleato nella celebre sentenza n. 477/2002 (e in seguito variamente ribadito e sviluppato, fra le altre, nelle successive sentenze nn. 28/2004, 107/2004, 318/2009, 3/2010, 106/2011 e nelle ordinanze nn. 97/2004, 132/2004 e 154/2005).
Vengono, poi e del pari, richiamati da un lato la disciplina del deposito telematico degli atti processuali di parte (art. 16-bis, comma 7, D.L. 179/2012, che stabilisce che il deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza), dall’altro la ratio sottostante i limiti alla notificazione posti dall’art. 147 C.P.C. (ossia la tutela del diritto al riposo del destinatario).
In sintesi, la Corte ravvisa l’irragionevolezza dell’equiparazione di trattamento di situazioni diverse, consistente in ciò: nel mentre il limite temporale alle notificazioni di cui all’art. 147 C.P.C. (e ripreso pari pari dall’art. 16-septies D.L. 179/2012) è stato posto con riguardo alla notificazione “analogica” eseguita dall’ufficiale giudiziario a mani del destinatario, cosa che implica necessariamente l’accesso dell’agente notificatore nel domicilio di colui al quale è diretta la notificazione, rendendo del pari necessaria la tutela approntata con il disposto dell’art. 147 C.P.C.; analoga necessità non può avvertirsi nel sistema delle notificazioni telematiche, nel quale il divieto di notifica telematica oltre le ore 21 trova sì giustificazione nell’esigenza di tutelare il destinatario (avvocato) — di «salvaguardarne, cioè, il diritto al riposo in una fascia oraria (dalle 21 alle 24) in cui egli sarebbe stato, altrimenti, costretto a continuare a controllare la propria casella di posta elettronica [certificata]» — di talché gli effetti del perfezionamento della notifica nei suoi confronti vengono procrastinati ex lege alle ore 7 del giorno successivo; «ma non anche giustifica la corrispondente limitazione nel tempo degli effetti giuridici della notifica nei riguardi del mittente, al quale — senza che ciò sia funzionale alla tutela del diritto al riposo del destinatario e nonostante che il mezzo tecnologico lo consenta — viene invece impedito di utilizzare appieno il termine utile per approntare la propria difesa: termine che l’art. 155 C.P.C. computa “a giorni” e che, nel caso di impugnazione, scade, appunto, allo spirare della mezzanotte dell’ultimo giorno».
Di più, la Corte arriva a definire «la norma denunciata (…), per di più, intrinsecamente irrazionale, là dove viene ad inibire il presupposto che ne conforma indefettibilmente l’applicazione, ossia il sistema tecnologico telematico, che si caratterizza per la sua diversità dal sistema tradizionale di notificazione, posto che quest’ultimo si basa su un meccanismo comunque legato “all’apertura degli uffici”, da cui prescinde del tutto invece la notificazione con modalità telematica».
In buona sostanza, poiché il sistema telematico consente al soggetto di fruire sino all’ultimo momento del termine assegnatogli, senza che ciò vada a detrimento di alcuno, la limitazione posta dall’art. 16-septies D.L. 179/2012 concreta un indiscutibile vulnus al diritto costituzionale di difesa.

3. La nuova regola

La declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 nei termini visti dianzi è semplicemente l’applicazione piena anche alla notificazione telematica della «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»(del resto, anche la vigente lezione dell’art. 3-bis L. 53/1994 ne è all’evidenza informata).
Pertanto, dal lato del notificante, la notifica telematica si perfeziona sempre nel momento di generazione della ricevuta di accettazione, cioè il primo dei due messaggi PEC che il mittente riceve dopo aver trasmesso il messaggio contenente la notificazione (ossia il messaggio inviatogli dal proprio fornitore del servizio PEC, equivalente alla ricevuta rilasciata dall’ufficio postale nel caso della tradizionale — analogica — raccomandata con avviso di ricevimento): va da sé che, per la tempestività della notificazione, nel caso in cui avvenga nell’ultimo giorno utile, tale generazione deve avvenire (sia pur dopo le ore 21:00 ma) prima dello spirare della mezzanotte (entro le 23:59:59, per essere precisissimi).
Dal lato del destinatario, invece, se la ricevuta di avvenuta consegna (cioè il secondo messaggio che il mittente riceve, inviato dal fornitore del servizio PEC del destinatario) venga generata dopo le ore 21:00, la notificazione si considererà perfezionata soltanto alle ore 7:00 del giorno successivo.
Rimane sempre e comunque valida la tradizionale regola di prudenza: mai ridursi all’ultimo momento (anche perché nel caso di trasmissione di un messaggio PEC con allegati “pesanti” la generazione delle ricevute può richiedere qualche minuto)…

4. Alcuni non impossibili effetti collaterali

Sin qui, l’attualità.
La tecnologia — finora tanto malamente sopportata da gran parte dei giuristi pratici — inizia a mostrare aspetti positivi, che neanche i più “luddisti” fra gli avvocati possono disconoscere.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, ogni forza il suo lato oscuro; e se il genio esce dalla bottiglia, nessuno può essere certo di cosa potrà combinare…
Ciò che realmente affligge il sistema processuale (a parte la sua risalente e ormai cronica crisi strutturale) è il trovarsi in una situazione ibrida, in un (pare, lunghissimo) momento di transizione nel quale sono forzate a convivere due dimensioni fra sé antitetiche.
La dimensione digitale non è solamente lo sviluppo di quella analogica in termini di astrazione: la prima si caratterizza per implicazioni che possono deformare sino allo stravolgimento parametri e consuetudini pensati e affermati per la seconda.
Per andar sul concreto: il sistema dei termini processuali è tarato sulla realtà analogica degli uffici e dei servizi che essi rendono, nei quali fondamentale è l’apporto del fattore umano.
Si pensi: per il compimento di un attività tanto semplice quanto il deposito di un atto processuale, nella realtà analogica è imprescindibile la presenza attiva di una persona che riceva materialmente ciò che il depositante (altrettanto materialmente) consegna, e che svolga poi tutte le correlate incombenze (dall’annotazione nei registri alla consegna fisica alla persona del magistrato incaricato della trattazione dell’affare). Un tanto richiede che l’ufficio sia accessibile, ma affinché i relativi costi siano sostenibili è ugualmente richiesto che vi siano periodi temporali nei quali l’ufficio non sia accessibile: di qui, il sistema degli orari di apertura al pubblico, per cui si potrà materialmente effettuare il deposito solo in certe ore di certi giorni della settimana di certi mesi dell’anno (essendo necessario il riposo periodico degli addetti agli uffici, non potendone avere in servizio abbastanza da coprire le 24 ore dei 7 giorni della settimana dei 12 mesi dell’anno).
Ciò spiega, quasi banalmente, perché l’art. 155 C.P.C. preveda le proroghe automatiche al primo giorno non festivo susseguente quando il termine venga a scadere in un giorno festivo (includendo, eventualmente, nel novero anche il sabato).
Le stesse considerazioni stanno a fondamento, tuttavia, anche della pronuncia della Corte Costituzionale oggetto del presente commento: è stato possibile estendere sino alla mezzanotte meno un secondo dell’ultimo giorno il periodo utile per effettuare depositi o notificazioni perché il sistema telematico, dal lato del servizio, prescinde totalmente dal fattore umano; sul versante analogico, invero, l’ultimo giorno utile termina non alla mezzanotte meno un secondo ma alcune ore prima: quando, cioè, giunge l’orario di chiusura dell’UNEP o dell’ufficio postale.
Le macchine, invece, sono sempre in funzione: non ci sono turni obbligati di riposo settimanale, ferie o festività civili o religiose da osservare (neppure quando le macchine non svolgano servizi “essenziali”, quali, per esempio, la tutela della salute o dell’ordine pubblico).
È vero che è attualmente previsto un periodo annuale di sospensione dei termini processuali, ma già questo presenta delle eccezioni (sia pur giustificate).
Se si considera che:
a) l’avvocato è un libero professionista, la cui libertà di darsi degli orari di lavoro implica anche il rovescio di non avere alcun orario da rispettare, nel bene come nel male;
b) il numero degli avvocati in Italia è ormai tale da costringere i professionisti a una concorrenza feroce ai limiti della slealtà, pur di sopravvivere;
c) inoltre, la dimensione telematica non pone restrizioni di accesso, di talché tali restrizioni vengono di fatto lasciate alla discrezionalità degli utenti;
ove non s’intervenga sulla struttura normativa del processo di modo da adeguarne le regole alle specifiche caratteristiche del mezzo tecnologico, potrebbero non essere lontani esiti quali, per esempio, la sparizione di previsioni quali quelle dei commi quarto e quinto dell’art. 155 C.P.C..
Ed ecco quindi che l’avvocato potrebbe essere costretto a scegliere fra la rinuncia al proprio riposo (che sia domenica, sabato o venerdì, o qualunque altro giorno, quale che sia il suo credo o nessuno) o a un altro poco di tempo per organizzare al meglio la difesa del proprio assistito (con ricadute anche sul versante della responsabilità professionale: scenari esagerati? chiedete a un medico…).
Ma vi potrebbero anche essere ricadute non necessariamente negative: pensiamo a quei termini il cui computo è invece inverso, ossia a ritroso rispetto a una data (uno su tutti: il termine di costituzione in giudizio, di cui agli artt. 166 o 416 o 436 C.P.C., con quanto consegue in tema di decadenze processuali); è noto che, quando il termine scada in un giorno festivo, la costituzione debba avvenire nel primo giorno non festivo antecedente, anziché susseguente (cfr., ex multis, Cass. Civ. nn. 3877/1976, 5187/1977 e 19041/2003).
La ratio di ciò è stata individuata nell’esigenza di rispettare un determinato «intervallo di tempo minimo prima del quale deve essere compiuta una determinata attività, in quanto, altrimenti, si produrrebbe l’effetto contrario di un’abbreviazione di quell’intervallo, in pregiudizio delle esigenze garantite con la previsione del medesimo» (Cass. Civ. n. 19041/2003).
Così, ed esemplificando, se la prima udienza di un giudizio civile fosse stata indicata di talché il ventesimo giorno à rebours cadesse il Lunedì dell’Angelo di quell’anno, il convenuto si vedrebbe abbreviare il termine utile per approntare la propria comparsa di risposta di almeno due giorni (che poi più probabilmente diverrebbero tre, vista l’improbabilità di rischiare un accesso alle cancellerie non solo di sabato, ma proprio il sabato prima di Pasqua…); e per nessun’altra ragione che la materiale inaccessibilità degli uffici — sul versante analogico, beninteso — in un giorno festivo.
Ma non vi sarebbero ostacoli al deposito telematico nella medesima giornata del Lunedì dell’Angelo (per restare al nostro esempio) e l’avvocato depositante potrebbe anche voler sfruttare sino all’ultimo il termine di costituzione, se non altro per non dare all’avversario tempo in più per studiare le sue difese (tenuto conto che neanche sarebbe impossibile programmare in anticipo l’invio differito del deposito, così che, per parte sua, l’avvocato depositante non dovrebbe neppure guastarsi la gita fuori porta nel giorno di Pasquetta…).
«Il sabato è fatto per l’uomo» (Marco, 2, 27), non per le macchine; e, viste anche certe ultime derive, ci si potrebbe pure chiedere, con Primo Levi, «se questo [avvocato] è un uomo».
Magari è solo fantasia sfrenata; magari la “giurisdizione 24/7” è solo una simpatica frase a effetto; però la bottiglia è ormai stappata, e chi può essere sicuro che il genio sia ancora dentro?

Piccole vanità, piccole soddisfazioni

Sono un avvocato: il mio mestiere consiste nel (tentare di) risolvere i problemi che affliggono quanti a me si rivolgono (ovviamente, quei problemi per i quali ho adeguata competenza professionale).
Sono, quindi, essenzialmente un giurista pratico.
Il che non esclude che talvolta mi avventuri nel campo della riflessione ed elaborazione teorica (sia pur mantenendo un taglio concreto, perché il diritto è pur sempre pensato per l’uomo, e mai fine a se stesso).
Di qui, ogni tanto, gli scritti più o meno estesi che hanno finora trovato la via della pubblicazione: ogni volta che accade, è una soddisfazione (morale, innanzitutto).
Poi, capita anche che quanto si scrive venga non solo letto, ma anche menzionato: Stratagemmi per il PCT (Giuffrè, 2016) era stato indicato nella bibliografia da Maurizio Sala (nel suo Il processo telematico – Tipi e differenze, Giappichelli, 2017); adesso, nell’imponente e ambizioso Il processo telematico nel sistema del diritto processuale civile (a cura di Giuseppe Ruffini, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019), anche Procedura civile digitale e due miei articoli apparsi su ilprocessotelematico.it (oltre al già ricordato Stratagemmi per il PCT) trovano ripetuta menzione in numerose note al testo.
Sono soddisfazioni, per piccole che si possano ritenere.
Riferirlo è una mia vanità, che confido degna di comprensione.

L’azione civile, tra il processo penale e l’entropia

Cos’è la norma penale?
Tecnicamente parlando, è un precetto posto dalla legge, la cui violazione è sanzionata con una pena, detentiva e/o pecuniaria a seconda dei casi.
Il fine della norma penale è d’impedire, per quanto possibile, quei comportamenti che potrebbero minare la pace sociale e, dunque, di mantenere l’ordine pubblico delle comunità. Lo Stato avoca a sé il potere punitivo, onde scongiurare l’escalation di violenza che potrebbe scaturire da un atto di vendetta privata.
La norma penale è norma di diritto pubblico: di per sé, essa tutela il singolo individuo solo di riflesso; ciò significa che, d’ordinario, il processo penale contempla come vittima del reato proprio e unicamente lo Stato stesso, la cui autorità è stata compromessa dalla trasgressione del divieto.
Quale tutela, allora, è assicurata agli individui che subiscono gli effetti negativi del reato (si pensi alle vittime di delitti contro la persona — omicidio, violenza sessuale, sequestro di persona, etc. — o contro il patrimonio — furto, rapina, appropriazione indebita, truffa, etc. — solo per citare pochi esempi fra i più rilevanti)?
A costoro l’ordinamento assicura il risarcimento dei danni patiti (in forma equivalente, ossia tramite il pagamento di una somma di denaro, la cui determinazione segue criteri diversi a seconda del tipo di danno lamentato), che deve essere tuttavia espressamente richiesto con l’azione civile.
La sede naturale dell’azione di risarcimento è il processo civile (eventualmente preceduto, quando prescritto dalla legge, da un tentativo di ADR come la mediazione o la negoziazione assistita); è tuttavia possibile che l’azione civile sia esperita anche all’interno del processo penale, mediante la costituzione di parte civile.
Costituendosi parte civile, la persona (fisica, ma anche giuridica, se del caso) offesa dal reato assume il ruolo di parte del processo penale; la sentenza che definisce il giudizio penale dispone anche sulla domanda risarcitoria della parte civile: respingendola, in caso di assoluzione dell’imputato per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, oppure accogliendola in caso di condanna per riconosciuta colpevolezza del reo; in tale ultimo caso, la condanna è quasi sempre generica, ossia viene sancito il diritto della parte civile a ottenere il risarcimento da parte del reo (e di altri eventuali responsabili civili), ma la determinazione in concreto di quanto dovrà essere corrisposto alla parte civile viene demandata al giudice civile in un separato processo.
Il vantaggio dell’azione civile nel processo penale consiste nel poter sfruttare il lavoro investigativo della procura della Repubblica, nonché il diverso regime probatorio del processo penale rispetto a quello civile, per giungere meno difficoltosamente all’accertamento del fatto generatore di responsabilità.
Pensiamo, per esempio, a un processo per truffa in danno di un gran numero di risparmiatori o investitori: se ciascuno di essi agisse individualmente contro il truffatore, si dovrebbero incardinare n processi “fotocopia”, con notevole appesantimento dell’organizzazione giudiziaria, senza contare che i vari processi potrebbero essere affidati a magistrati diversi (e si sa: tot capita, tot sententiae… ossia gli esiti potrebbero essere anche assai disomogenei); ovviamente, i costi del processo civile sono inizialmente a carico di chi li promuove (alla fine si dovrebbero recuperare, se la controparte sia solvente, però…); nell’unico processo penale per plurimi fatti di truffa in danno di una moltitudine di persone offese, invece, viene quantomeno assicurata una certa omogeneità, nel senso che situazioni analoghe o simili riceveranno risposte analoghe o simili (e i costi della macchina giudiziaria li paga lo Stato).
Lo svantaggio dell’azione civile nel processo penale, d’altro canto, consiste nel sottostare ai tempi e agli inconvenienti del processo penale, che si fanno particolarmente acuti ed evidenti soprattutto nei casi di reati finanziari in danno di un gran numero di vittime, poiché da un lato il reato finanziario, per sua stessa natura, si connota per ambiguità ed equivoca vicinanza a fatti leciti (di talché il più delle volte il confine fra lecito e illecito è labile assai), dall’altro il gran numero di vittime comporta un gran numero di fatti da accertare ed esaminare uno per uno.
Complessità, dunque: niente che possa risolversi facilmente o sbrigativamente.
Tempi lunghi di indagine e, conseguentemente, di processo incrementano pericolosamente il rischio di prescrizione, ossia che dopo un certo numero di anni senza che si sia giunti a una sentenza definitiva (cioè, non più ricorribile in appello o per cassazione) il reato si estingua e che tutto sia stato invano — anche se, a dir il vero, quando si sia perlomeno giunti a una sentenza non definitiva, la sentenza che dichiara l’intervenuta prescrizione non cancella però, anzi conferma le statuizioni civili; cosicché, se anche il maxitruffatore si veda estinguere il reato in cassazione, rimarrà comunque ferma la sua responsabilità civile e l’obbligo al risarcimento.
Insomma, per un verso o per l’altro, il principio rimane comunque salvo: il diritto delle vittime del reato al riconoscimento delle loro ragioni — il più delle volte, almeno — è garantito.
Si potrebbe anche — banalmente e brutalmente — sintetizzare che, in fondo, basta avere un po’ di pazienza: prima o poi, la giustizia fa il suo corso e unicuique suum tribuit.
Altrettanto brutalmente si potrebbe replicare, con John Maynard Keynes, che “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
Il che fotografa l’aspetto più lacerante della crisi in cui la giustizia italiana, purtroppo, versa da tempo immemorabile (né vi sono avvisaglie di miglioramento, anzi): il danno si verifica qui e ora, il rimedio, ammesso che arrivi, si farà attendere un bel po’.
Quale sarà, allora, il destino delle centinaia, migliaia di piccoli risparmiatori e investitori vittime dei crac bancari e delle maxitruffe finanziarie che infestano le cronache, nazionali e non?
Quasi sempre un destino gramo, ahiloro.
Il truffatore (non a caso, la categoria più astuta nella genia dei delinquenti) il più delle volte ha messo il malloppo al sicuro, irrintracciabile in qualche paradiso fiscale o presso insospettabili complici/amici compiacenti; passerà il suo calvario giudiziario, magari si farà qualche annetto in galera, ma poi si godrà una pensione speciale in qualche isola tropicale, lontano dai giudici e, soprattutto, dalla Guardia di Finanza.
Se, per avventura, parte del malloppo fosse finita in beni “al sole” (per esempio, immobili, anche di pregio), questa probabilmente verrà restituita alle vittime, ma saranno sempre briciole rispetto al grosso della torta.
La prospettiva di finire con “una manciata di polvere” (T.S. Eliot, La terra desolata) è tutt’altro che remota: e allora, perché iniziare l’azione civile?Innanzitutto, perché è giusto e perché la speranza è l’ultima a morire: dopotutto, non solo a Berlino ci sono giudici.
C’è un caveat, tuttavia: chi si sia ritrovato nella spiacevole situazione del truffato deve riconoscere che le principali cause di ciò sono state ingenuità e forse un po’ di avidità (in quali proporzioni, varia da caso a caso); si faccia dunque attenzione a non perseverare (diabolicamente) nell’errore di affidarsi ciecamente e acriticamente a chi promette facili guadagni.
Uno dei precetti più importanti (mia opinione) contenuti nel Codice Deontologico Forense così recita: «L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione» (art. 27, comma 1, C.D.F.); la norma può suonare anodina, ma significa invece che è dovere dell’avvocato illustrare senza equivoci al proprio cliente i rischi dell’attività da intraprendere, primo fra tutti quello di dover affrontare spese, anche non modeste (nessun professionista lavora gratis, e ci mancherebbe), a fronte del rischio, sempre presente, ineludibile, di finire con ulteriori perdite.
Del resto, l’avvocato non può (non deve) condividere il rischio del cliente (ha già il proprio, che il cliente, alla fine, non paghi…).
Sto forse dicendo che chi ha subito una truffa farebbe meglio a lasciar perdere?
Assolutamente no: anche il solo vedersi riconoscere una ragione, per quanto solo di principio, potrebbe essere un risarcimento — se non altro, per l’anima.
Però anche questa è una prospettiva che il cliente deve avere ben chiara e valutare con piena cognizione; ed è responsabilità dell’avvocato fornire al cliente tutti gli elementi per poter svolgere al meglio tale valutazione.
Parlando per paradossi, potrebbe essere più degno di fiducia un avvocato che sconsigli un’azione, piuttosto che uno che spinga a fare causa.
Assistere un truffato è uno dei compiti più difficili, per un professionista serio e degno di tal nome: basta un niente, invero, (e la giurisprudenza disciplinare, ahinoi, non è certo avara di precedenti specifici) a trasformarsi in un altro truffatore.

Di avvocati, di elezioni e di principî

Una recentissima sentenza della Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n. 32781 del 19/12/2018) ha scatenato un acceso dibattito nell’avvocatura italiana.
La L. 31/12/2012 n. 247 (che ha riformato l’ordinamento della professione forense, sino a quel momento fermo alla normativa emanata ancora nel 1933) ha introdotto il c.d. “limite del doppio mandato”, ossia ha stabilito che nessuno possa essere eletto consigliere dell’ordine degli avvocati per più di due volte consecutivamente (lo stesso limite si applica anche ai componenti del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli Distrettuali di Disciplina), precisando inoltre che la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un periodo di tempo uguale a quello nel quale si sia in precedenza ricoperta la carica in questione (art. 3, comma 3, ultimi due periodi, L. 12/07/2017 n. 113, “Disposizioni sulla elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi”, che ha sostituito l’uguale previsione contenuta nell’art. 28, comma 5, L. 247/2012).
Sino alla sentenza delle SS.UU., si era sempre inteso che tale limite valesse solo a partire dall’entrata in vigore della L. 247/2012 (anche perché, prima di essa, il mandato di consigliere durava due anni, mentre adesso ne dura quattro); la Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che né nella L. 247/2012 né nella L. 113/2017 si rinviene alcunché che legittimi tale interpretazione, pertanto ha affermato che, ai fini della ricandidatura, occorre tener conto di tutti i mandati consecutivamente svolti, anche se precedenti all’entrata in vigore della L. 247/2012.
La decisione delle SS.UU. è stata confermata dal D.L. 11/01/2019 n. 2, che ha reso l’interpretazione autentica delle norme elettorali forensi «nel senso che, ai fini del rispetto del divieto di cui al predetto periodo [“i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi”; N.d.R.], si tiene conto dei mandati espletatati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all’entrata in vigore della legge 31 dicembre 2012, n. 247» (art. 1, comma 1, D.L. 2/2019).
Ciò che, in effetti, ha reso dirompente quanto sopra è la coincidenza temporale: a gennaio 2019, infatti, erano previste le elezioni per il rinnovo dei consigli dell’ordine degli avvocati pressoché in tutta Italia, e una buona parte di quanti facevano parte dei consigli in scadenza si è ricandidata per un ulteriore mandato; per quanti erano alla prima esperienza, nulla quaestio; non così per coloro che erano stati eletti anche sotto il precedente ordinamento (in diversi casi, il problema ha riguardato anche i presidenti degli ordini).
Opportunamente, il D.L. 2/2019 ha consentito il rinvio delle elezioni (che dovranno tenersi entro il mese di luglio 2019), onde consentire di rivedere le candidature alla luce del principio come sopra determinato.
L’avvocatura italiana si è, però, praticamente divisa in due: da un lato, quelli che sostengono l’interpretazione secondo cui il limite dei due mandati vale solo per le elezioni tenute sotto il nuovo regime della L. 247/2012, dall’altro quelli che auspicano un sostanziale e autentico rinnovamento dei vertici istituzionali dell’avvocatura e condividono l’interpretazione restrittiva enunciata dalle Sezioni Unite.
A mio modo di vedere, l’interpretazione “larga” — cioè, che riteneva che il limite dei due mandati non fosse retroattivo — si poteva ragionevolmente sostenere sino alla sentenza n. 32781/2018 della Suprema Corte; dopo, non è più possibile, poiché compete alla S.C. dare l’interpretazione guida delle norme di legge, enunciando principi che vanno anche oltre il caso concreto per il quale sono stati individuati (è la c.d. “funzione nomofilattica” di cui è investita la Corte di Cassazione); a maggior ragione, quando quel principio è stato poi recepito e sancito addirittura in una norma di legge.
Non intendo, con ciò, giudicare in alcun modo quanti la pensano diversamente; epperò è un dato di fatto che tale opinione si contrappone ad atti (sentenza e norma) che hanno ben altra — e soverchiante — valenza.
Capisco perfettamente il disagio di quanti, di punto in bianco, si vedono costretti a lasciare una carica che pensavano di dover abbandonare solo fra un certo tempo: essendo stato a mia volta consigliere dell’ordine, so benissimo che “lo scranno crea assuefazione” e che ci vogliono convinzione e forza d’animo per rinunciarvi a cuor leggero. Ed è pur vero che la norma introdotta col D.L. 2/2019 è tuttora da considerarsi “transitoria”, poiché dovrà essere convertita in legge (e non sempre i decreti legge vengono poi confermati dal Parlamento).
D’altro canto, e da tempi non sospetti, sono sempre stato fautore del limite dei due mandati, ancor prima che questi raddoppiassero di durata e il limite venisse introdotto per legge (difatti, ne ho svolti due al consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia, e poi basta).
Come sempre, le generalizzazioni sono sbagliate: fra i “recalcitranti” vi sono persone che so degnissime e sinceramente animate da spirito di servizio (anche perché, contrariamente a quanto molti — erroneamente — ritengono, non è prevista alcuna indennità per i consiglieri dell’ordine, che prestano quindi il loro servizio gratuitamente e, anzi, rimettendoci, poiché sottraggono tempo e risorse al loro lavoro); allo stesso modo, non tutti quanti si stracciano clamorosamente le vesti invocando onestà intellettuale e dignità della professione sarebbero esattamente in grado di scagliare “prime pietre”.
Auspico, in conclusione, che, passato lo sconvolgimento emotivo del primo istante e a mente finalmente fredda, prevalga quel senso di dignità della professione che dovrebbe informare chiunque abbia l’onore e l’onere di portare la toga; che i toni si plachino e che l’avvocatura possa tornare a occuparsi delle più serie questioni che l’interessano, perché in questo momento — perdonatemi l’immagine un po’ brutale — tutti noi avvocati stiamo finendo col sembrare “i polli di Renzo”.

Le notificazioni a cura dell’avvocato

Il trascorrere del tempo e la successione delle leggi rendono di quando in quando necessario ritornare su lavori compiuti per i necessari e opportuni aggiornamenti.
Le notificazioni dell’avvocato(uscito presso Giuffrè nel 2013) abbisognava di essere messo in sincronia con l’avvio e l’entrata a regime del processo civile telematico, soprattutto per la parte inerente le notificazioni effettuate tramite la posta elettronica certificata.
L’approdo presso un nuovo — e altrettanto prestigioso — editore ha fornito l’occasione (se non la necessità) di una riorganizzazione profonda del materiale, oltre alla scrittura di parti nuove e alla riscrittura di altre.
Di qui, anche, il titolo leggermente modificato rispetto all’opera precedente, a significare che non si tratta di una semplice “seconda edizione” (per quanto “riveduta, corretta, aggiornata e ampliata”).
Come sempre, si scrive per essere d’ausilio ad altri, per condividere e diffondere le conoscenze; il che non è incompatibile con le personalissime soddisfazioni che se ne possano trarre per sé: essere letti — e, possibilmente, apprezzati — rientra senz’altro in quel novero.
Buona lettura a tutti.

Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.