Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.

Letture consigliate

Essere avvocato è solo un aspetto dell’essere giurista, ed entrambi gli aspetti si arricchiscono e completano vicendevolmente.
La riflessione critica sulle norme e più in generale su come funziona la macchina della giustizia dovrebbe far parte del quotidiano di ogni professionista forense: per parte mia, mi piace contribuire alla discussione, tanto sul versante più squisitamente tecnico-giuridico (che trova tuttavia il suo limitato terreno d’elezione nella platea dei cosiddetti “addetti ai lavori” e spazio, sin qui, sul ilprocessotelematico.it di Giuffrè Editore) quanto su quello che potremmo definire latamente “politico-sociale” (nell’accezione più nobile del termine, sganciato quindi da ogni appartenenza o consonanza di tipo partitico-politicante).
In quest’ultimo ambito si inscrivono due miei recenti contributi in tema di processo telematico (civile e penale), di recente pubblicati su AgendaDigitale.eu.
Quanti fossero interessati, potranno trovare i necessari rimandi nella pagina dedicata agli “Scritti”.
Buona lettura ai volenterosi.

Manuale di sopravvivenza al processo telematico

StratagemmiNonostante il processo civile sia oramai pressoché interamente telematico, coloro che sono chiamati a operarvi (in primo luogo, gli avvocati) continuano a incontrare quotidianamente perplessità e dubbi soprattutto sul versante più prettamente pratico-operativo: ciò si deve (principalmente, ma non esclusivamente) alla difficoltà di conciliare due mondi alquanto distinti e distanti fra loro, ossia il diritto e l’informatica.
Un primo tentativo di porre in comunicazione i due mondi in questione si è concretato nella mia precedente opera, Procedura civile digitale (uscita per i tipi di Giuffrè editore a ottobre 2015), nella quale offrivo una ricostruzione sistematica del processo telematico sotto un profilo prevalentemente (per quanto non unicamente) giuridico, tracciando le necessarie corrispondenze fra i familiari istituti del processo civile e le loro declinazioni digitali come risultanti dalla normativa di settore.
A quel volume si affianca il mio nuovo libro, che ne costituisce l’ideale (e concreto) complemento, affrontando più nel dettaglio alcuni temi ed argomenti che — per esigenze di equilibrio complessivo della trattazione — erano rimasti allora sottotraccia.
Come suggerisce il titolo, il lettore troverà in questo libro suggerimenti di taglio pratico per comprendere e ovviare ai più ricorrenti impasse e inconvenienti dell’esercizio quotidiano della professione forense nella nuova (ma non più nuovissima, invero) dimensione digitale.
Poiché, peraltro, questo libro è scritto da un avvocato per altri avvocati, non si risolve in una semplice collezione di vademecum e istruzioni per l’uso degli strumenti informatici, ma vademecum e istruzioni (che pure non mancano) si inscrivono comunque in una prospettiva di ragionamento giuridico, come è giusto e opportuno che sia in un testo che, in ogni caso, tratta di procedura civile.
In particolare, vengono esaminati i più comuni aspetti problematici che il processo telematico ha sin qui presentato nella pratica forense ordinaria (e che altri colleghi mi hanno via via sottoposto, cercando lumi e soluzioni immediate…): il tutto, in una prosa che, senza rinunziare al rigore tecnico e scientifico, si concede di quando in quando bagliori di leggerezza e ironia, per il semplice gusto della scrittura e — auspicabilmente — il piacere della lettura.

Il futuro, adesso

CopertinaL’iconografia che si è affermata nel tempo vuole l’avvocato perpetuamente impaludato nella toga e “parruccone” anche di fatto (sebbene quest’ultimo aspetto pertenga più propriamente alla tradizione inglese, e anche colà è in via d’estinzione).
D’altro canto, lo stesso ambiente della giustizia, in Italia, appare sovente fuori sincrono con la realtà quotidiana (anche e soprattutto per i tempi dilatati ed estenuanti che anche il più bagatellare dei processi finisce coll’assumere).
Pensare, quindi, all’ingresso in modo pervasivo e caratterizzante delle tecnologie dell’informazione nel mondo del processo (civile, principalmente e per ora) potrebbe rendere un effetto straniante, quasi fantascientifico.
Infatti, come fantascienza il processo telematico continua ad apparire a molti che pure sono chiamati quotidianamente a praticarlo.
Ma il processo telematico è realtà, e già da oltre un anno; non per questo può dirsi una realtà stabile e consolidata: il legislatore procede per strappi e ripensamenti, stravolgendo la legislazione a brevi intervalli e rendendo vieppiù problematico non diciamo una disamina scientifica della materia ma anche solo orientarsi nelle prassi applicative per il disbrigo degli affari più comuni.
Ma se anche i giuristi più in sintonia con il progresso tecnologico faticano a tenere la rotta nel mare mosso del processo informatizzato, cosa ne è della pletora di avvocati (e non solo) che nei confronti delle tecnologie informatiche provano una panoplia di sentimenti che vanno dal terrore alla ripulsa, passando tutti per lo smarrimento?
Il processo telematico non è un’opzione, è IL processo.
Il processo telematico non è il futuro, è adesso.
Essere un avvocato non si riduce a fare l’avvocato; significa pure riflettere sulla professione, sul modo di espletarla, anche sotto un profilo scientifico — della scienza giuridica, ovviamente.
Dall’esperienza professionale (anche nelle istituzioni forensi) e dall’inclinazione personale alle tecnologie informatiche nasce quindi il mio opus n. 2, in uscita in questi giorni presso Giuffrè editore: Procedura civile digitale.
L’opera si pone un’ambizione: illustrare quanto più completamente possibile il processo telematico, non solo sotto l’aspetto tecnologico ma anche soprattutto nell’ottica del giurista, senza peraltro dimenticare che un’opera del genere ha senso se trova immediato riscontro applicativo pratico; di qui, il sottotitolo: “Prontuario teorico-pratico del processo telematico”.
Come tutti gli autori, attendo con trepidazione e impazienza impressioni e feedback dai lettori, sperando — è ovvio — di averne, magari qualcuno più di venticinque…

Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.

Pubblicità per me stesso

CoverLa quotidianità della professione è fatta anche di incombenze, piccole e grandi, che traducono in concreto lo sforzo intellettuale dell’avvocato.
Una di queste è la notificazione, cioè l’attività tramite la quale determinati atti dell’avvocato vengono comunicati ufficialmente ai naturali destinatari degli stessi.
L’organo deputato a svolgere l’attività di notificazione è l’Ufficiale giudiziario addetto all’Ufficio giudiziario competente per la causa cui l’atto inerisce.
Per ovviare al surplus di lavoro incombente agli Uffici UNEP (acronimo per Ufficio Notificazioni Esecuzioni e Protesti, ossia l’Ufficio che comprende gli Ufficiali giudiziari), ancora nel lontano 1994 venne promulgata la Legge 21 gennaio 1994 n. 53, che attribuisce anche agli avvocati (a determinate condizioni) la facoltà di provvedere in proprio alle notificazioni (cioè, senza ricorrere all’operato dell’Ufficiale giudiziario).
Come ogni (rara) buona legge, non ha incontrato il successo che avrebbe meritato, tant’è che gli avvocati che effettivamente provvedono in proprio alle notificazioni sono una minoranza.
Mettendo a frutto l’esperienza maturata sia come avvocato “notificatore” (dal 2003), sia come Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Venezia (dal 2010), mi sono cimentato con la stesura di un libro, che adesso esce per i tipi dell’editore Giuffrè (tra le più prestigiose case editrici del settore giuridico), nella collana “Officina del diritto” (rivolta ai professionisti del settore, con un taglio pratico senza rinunciare all’approfondimento e al ragionamento giuridico).
L’opera si intitola “Le notificazioni dell’avvocato”: mi auguro (ovviamente) che sia ben accolta e possa anche fornire un (sia pur piccolo) contributo al miglior andamento del servizio giustizia.

Un requiem per la giustizia di prossimità

Con i decreti legislativi nn. 155 e 156 del 7 settembre 2012 il Governo ha proceduto alla “epocale” (nelle parole del Ministro Guardasigilli Paola Severino) riforma della geografia giudiziaria, ridisegnando radicalmente la mappa degli uffici di Tribunale e del Giudice di Pace.
In breve, sono stati soppressi 31 Tribunali e le relative Procure della Repubblica, 220 Sezioni Distaccate territoriali di Tribunale e 667 sedi del Giudice di Pace, disponendo l’accorpamento degli uffici soppressi a quelli dei rispettivi capoluoghi di provincia. Per i soli uffici del Giudice di Pace è stata tuttavia prevista la facoltà di mantenere quelli soppressi, purché i relativi costi di gestione (per sede e personale amministrativo) vengano assunti dagli enti locali interessati (Comuni sede ovvero consorzi di Comuni rientranti nella competenza territoriale dell’ufficio “da salvare”).
Indubbiamente, si può convenire con il Ministro Severino sulla “epocalità” della riforma; purché il termine sia inteso in senso “tragico”.
Solo chi non abbia esperienza quotidiana del “(dis)servizio Giustizia” (e il Ministro Severino — che è sì avvocato, ma operante a un livello assai più elevato di quello che interessa i cittadini “comuni” — tale esperienza non ha) può, infatti, rallegrarsi per il vero e proprio taglio lineare in cui la riforma in esame si è in effetti concretata.
Per giustificare la falcidia di uffici giudiziari, il Ministro ha fatto l’esempio di una particolare sezione distaccata di Tribunale che, in effetti, non presentava numeri tali da giustificarne il mantenimento e sulla quale, quindi, sarebbe stato opportuno intervenire; così come, indubbiamente, molti altri uffici giudiziari meritavano di essere soppressi e/o accorpati, per recuperare efficienza e funzionalità.
Ma, operando come si è fatto, si è finito col gettare anche il bambino, insieme all’acqua sporca.
In ossequio alla proposizione 7 del Tractatus Logico-Philophicus di Ludwig Wittgenstein (“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”), limiteremo le considerazioni al circondario di Venezia, al quale (almeno, per il momento) ancora apparteniamo.
Orbene, il territorio di competenza del Tribunale Ordinario e del Giudice di Pace di Venezia coincide con la provincia di Venezia, che, a differenza della maggior parte d’Italia, si conforma quale una lingua stretta e lunga più di centoventi chilometri da un estremo all’altro (Chioggia a ovest, Bibione di San Michele al Tagliamento a est) e il cui capoluogo — Venezia, appunto — è l’assoluta epitome della scomodità: chi si sia trovato nella necessità di recarsi alla sede centrale del Tribunale Ordinario di Venezia (a Rialto) sa benissimo di cosa stiamo parlando (tutti gli altri potranno capirlo anche solo facendosi un giro su Google Maps).
Ma anche a non voler tenere in alcun conto (come, in effetti, è stato) le esigenze degli utenti del (dis)servizio Giustizia (avvocati e cittadini “comuni”), non va taciuta la tragica inadeguatezza in cui versano le sedi degli uffici giudiziari disseminati qua e là nel centro storico di Venezia: già adesso, per stare solo al Tribunale, spazi e personale sono largamente insufficienti rispetto al carico di lavoro che grava sull’Ufficio; con la soppressione delle quattro sezioni distaccate territoriali (Chioggia, Dolo, San Donà di Piave e Portogruaro— per quanto quest’ultima sia stata, unicum nazionale, “dirottata” sotto il ben più vicino Tribunale Ordinario di Pordenone) si riverseranno sul capoluogo gli affari e gli utenti di uffici che non erano certo sottoutilizzati come quello portato a esempio dal Ministro (non arriverà, invece, tutto il personale che operava nelle soppresse sezioni distaccate, perché a Venezia — sede disagiata anche per definizione amministrativa — nessuno accetta di essere trasferito).
Risultato: se già adesso il Tribunale Ordinario di Venezia arranca faticosamente, quando la riforma entrerà effettivamente a regime (nel settembre 2013) il sistema collasserà su stesso, con buona pace del Ministro, del Sindaco di Venezia (pur’egli avvocato, ma non aduso alle aule ordinarie, bensì alle più elitarie camere della Giustizia amministrativa) e dei teorici dell’accentramento (“big is beautiful”, secondo costoro…).
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, in questi ultimissimi, convulsi giorni di fine legislatura tocca assistere al tentativo (goffo e maldestro, invero) da parte di alcuni parlamentari di prorogare di due anni l’entrata a regime della riforma (con ciò, forse, anticipando le speranze neanche troppo inconfessate di coloro che attendono le prossime elezioni come l’occasione per disfare quanto appena fatto, come una tela di Penelope).
Quel tentativo non pare avere, invero, troppe chances di riuscita.
E, paradossalmente, c’è forse da augurarsi che proprio non riesca, e che i prossimi Parlamento e Governo non lo reiterino: perché intanto l’amministrazione della giustizia si è mossa per dare attuazione alla legge appena emanata (com’è giusto che sia, per quanti e quali appunti alla legge si vogliano e possano fare); se si bloccasse tutto adesso si finirebbe col peggiorare ulteriormente la situazione, ritrovandosi con uffici formalmente aperti e attivi ma in pratica paralizzati.
Per rimanere alla situazione veneziana, il fallout negativo potrebbe essere in parte ammortizzato dall’efficiente funzionamento del Processo Telematico, soprattutto se entrassero a regime le funzionalità ancora non attivate, tra le quali in particolare la possibilità di effettuare per via telematica operazioni di cancelleria quali il deposito di atti o l’estrazione di copie.
Ma a fare un bilancio di ciò in cui il Processo Telematico si è finora concretato — cioè la possibilità di consultare da remoto i registri di cancelleria e l’invio tramite posta elettronica certificata delle comunicazioni e notificazioni di cancelleria (le operazioni tecnicamente più semplici e meno problematiche) — c’è solo da trarre ulteriori motivi di sconforto e sfiducia: tra interruzioni del servizio per manutenzione e correzione dei sistemi ed errori non preventivati, sono più i disagi che il Processo Telematico ha causato dei benefici che ha arrecato.
E allora occorre tristemente prendere atto che i giudici sono rimasti solo a Berlino.

Avvocatura e liberalizzazioni

L’art. 9 D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ha introdotto l’obbligo per l’avvocato di pattuire previamente con il proprio cliente il compenso per l’incarico professionale (che dev’essere conferito con atto scritto), nel contempo abrogando le tariffe professionali.
Ciò è stato salutato da molti come “una salutare liberalizzazione, che comporterà significativi risparmi per il consumatore e un generale ridimensionamento dei costi di giustizia”.
L’avvocatura nel suo insieme, invece, ha fortemente criticato tale innovazione legislativa.
La reazione degli avvocati è stata da più parti bollata come “chiusura corporativa” e “difesa di una insostenibile rendita di posizione”.
Se si considera che la tariffa professionale è stata da sempre e sino a oggi un punto cardinale di riferimento per tutti gli operatori del servizio giustizia (avvocati, certo, ma anche magistrati), non deve sorprendere né tantomeno scandalizzare che un’intera (e nemmeno troppo ristretta, in termini numerici) categoria professionale si sia trovata all’improvviso disorientata e abbia reagito di conseguenza, tenuto conto, inoltre, che il citato art. 9 demolisce un sistema di determinazione dei compensi sedimentato da tempi pressoché immemorabili senza preoccuparsi di indicarne uno nuovo o almeno alternativo.
Si dice che così sia stata introdotta la concorrenza nei servizi professionali.
A dir il vero, questo effetto si era già avuto in occasione delle cosiddette “lenzuolate di Bersani”, quando era stata abrogata l’obbligatorietà dei minimi tariffari.
A mio sommesso avviso (ma non credo di essere isolato, al riguardo), l’errore di prospettiva sta nel considerare le professioni intellettuali alla stregua di una qualsiasi altra attività imprenditoriale o commerciale.
In tal senso dovrebbe leggersi anche quanto si è sentito a proposito dei limiti all’accesso alla professione (tirocinio post laurea ed esame di abilitazione).
In realtà, pare non volersi considerare un altro, fondamentale aspetto.
L’avvocato svolge una funzione costituzionale (garantisce il diritto di difesa: art. 24 della Costituzione), per certi versi obbligatoria (la difesa personale non è consentita dalla legge, salvo casi particolarissimi), trattando una materia vasta e complessa, nella quale la competenza professionale è, da un lato un obbligo del professionista, dall’altro un diritto della parte assistita.
Le scorciatoie in nome di una presunta “legge del mercato” si rivelano allora un pericolo di notevole entità per chi necessiti di ricorrere alle cure di un professionista.
Il caso degli abogados è illuminante, al riguardo: in Spagna è sufficiente la laurea per iscriversi all’albo professionale ed esercitare la professione forense; poiché la normativa europea consente ai professionisti di stabilirsi in qualunque paese dell’Unione per esercitare la professione, molti italiani, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, si sono trasferiti in Spagna, hanno ottenuto il riconoscimento del titolo di studio anche colà (sostenendo alcuni esami integrativi), si sono iscritti all’albo degli abogados e sono poi rientrati in Italia, pretendendo l’iscrizione negli albi italiani, così saltando a pie’ pari tirocinio ed esame di abilitazione (se non è un espediente in frode alla legge questo…).
Scusate la brutale franchezza, ma: vi fareste curare da un medico che non abbia sostenuto l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione?
E all’avvocato non si affida forse la cura di interessi che possono essere vitali (per esempio: la difesa in un processo penale per un grave reato; oppure la richiesta di risarcimento di un grave danno alla persona da sinistro stradale)?
Si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Meglio concludere su questa considerazione: si tutelerebbero davvero e meglio gli interessi del cittadino se si rendesse più efficiente il servizio giustizia e si assicurasse, più che l’economicità, la qualità del professionista.
Ma garantire la qualità comporta dei costi, che sono tutti a carico del professionista.
Se un avvocato è costretto a svendere il suo lavoro, non potrà sostenere gli oneri necessari per mantenere un livello qualitativo dignitoso e sufficiente, a tutto discapito del cliente.
Un avvocato low cost potrà rendere solo un servizio low quality.
Se queste sono “liberalizzazioni”…