L’azione civile, tra il processo penale e l’entropia

Cos’è la norma penale?
Tecnicamente parlando, è un precetto posto dalla legge, la cui violazione è sanzionata con una pena, detentiva e/o pecuniaria a seconda dei casi.
Il fine della norma penale è d’impedire, per quanto possibile, quei comportamenti che potrebbero minare la pace sociale e, dunque, di mantenere l’ordine pubblico delle comunità. Lo Stato avoca a sé il potere punitivo, onde scongiurare l’escalation di violenza che potrebbe scaturire da un atto di vendetta privata.
La norma penale è norma di diritto pubblico: di per sé, essa tutela il singolo individuo solo di riflesso; ciò significa che, d’ordinario, il processo penale contempla come vittima del reato proprio e unicamente lo Stato stesso, la cui autorità è stata compromessa dalla trasgressione del divieto.
Quale tutela, allora, è assicurata agli individui che subiscono gli effetti negativi del reato (si pensi alle vittime di delitti contro la persona — omicidio, violenza sessuale, sequestro di persona, etc. — o contro il patrimonio — furto, rapina, appropriazione indebita, truffa, etc. — solo per citare pochi esempi fra i più rilevanti)?
A costoro l’ordinamento assicura il risarcimento dei danni patiti (in forma equivalente, ossia tramite il pagamento di una somma di denaro, la cui determinazione segue criteri diversi a seconda del tipo di danno lamentato), che deve essere tuttavia espressamente richiesto con l’azione civile.
La sede naturale dell’azione di risarcimento è il processo civile (eventualmente preceduto, quando prescritto dalla legge, da un tentativo di ADR come la mediazione o la negoziazione assistita); è tuttavia possibile che l’azione civile sia esperita anche all’interno del processo penale, mediante la costituzione di parte civile.
Costituendosi parte civile, la persona (fisica, ma anche giuridica, se del caso) offesa dal reato assume il ruolo di parte del processo penale; la sentenza che definisce il giudizio penale dispone anche sulla domanda risarcitoria della parte civile: respingendola, in caso di assoluzione dell’imputato per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, oppure accogliendola in caso di condanna per riconosciuta colpevolezza del reo; in tale ultimo caso, la condanna è quasi sempre generica, ossia viene sancito il diritto della parte civile a ottenere il risarcimento da parte del reo (e di altri eventuali responsabili civili), ma la determinazione in concreto di quanto dovrà essere corrisposto alla parte civile viene demandata al giudice civile in un separato processo.
Il vantaggio dell’azione civile nel processo penale consiste nel poter sfruttare il lavoro investigativo della procura della Repubblica, nonché il diverso regime probatorio del processo penale rispetto a quello civile, per giungere meno difficoltosamente all’accertamento del fatto generatore di responsabilità.
Pensiamo, per esempio, a un processo per truffa in danno di un gran numero di risparmiatori o investitori: se ciascuno di essi agisse individualmente contro il truffatore, si dovrebbero incardinare n processi “fotocopia”, con notevole appesantimento dell’organizzazione giudiziaria, senza contare che i vari processi potrebbero essere affidati a magistrati diversi (e si sa: tot capita, tot sententiae… ossia gli esiti potrebbero essere anche assai disomogenei); ovviamente, i costi del processo civile sono inizialmente a carico di chi li promuove (alla fine si dovrebbero recuperare, se la controparte sia solvente, però…); nell’unico processo penale per plurimi fatti di truffa in danno di una moltitudine di persone offese, invece, viene quantomeno assicurata una certa omogeneità, nel senso che situazioni analoghe o simili riceveranno risposte analoghe o simili (e i costi della macchina giudiziaria li paga lo Stato).
Lo svantaggio dell’azione civile nel processo penale, d’altro canto, consiste nel sottostare ai tempi e agli inconvenienti del processo penale, che si fanno particolarmente acuti ed evidenti soprattutto nei casi di reati finanziari in danno di un gran numero di vittime, poiché da un lato il reato finanziario, per sua stessa natura, si connota per ambiguità ed equivoca vicinanza a fatti leciti (di talché il più delle volte il confine fra lecito e illecito è labile assai), dall’altro il gran numero di vittime comporta un gran numero di fatti da accertare ed esaminare uno per uno.
Complessità, dunque: niente che possa risolversi facilmente o sbrigativamente.
Tempi lunghi di indagine e, conseguentemente, di processo incrementano pericolosamente il rischio di prescrizione, ossia che dopo un certo numero di anni senza che si sia giunti a una sentenza definitiva (cioè, non più ricorribile in appello o per cassazione) il reato si estingua e che tutto sia stato invano — anche se, a dir il vero, quando si sia perlomeno giunti a una sentenza non definitiva, la sentenza che dichiara l’intervenuta prescrizione non cancella però, anzi conferma le statuizioni civili; cosicché, se anche il maxitruffatore si veda estinguere il reato in cassazione, rimarrà comunque ferma la sua responsabilità civile e l’obbligo al risarcimento.
Insomma, per un verso o per l’altro, il principio rimane comunque salvo: il diritto delle vittime del reato al riconoscimento delle loro ragioni — il più delle volte, almeno — è garantito.
Si potrebbe anche — banalmente e brutalmente — sintetizzare che, in fondo, basta avere un po’ di pazienza: prima o poi, la giustizia fa il suo corso e unicuique suum tribuit.
Altrettanto brutalmente si potrebbe replicare, con John Maynard Keynes, che “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
Il che fotografa l’aspetto più lacerante della crisi in cui la giustizia italiana, purtroppo, versa da tempo immemorabile (né vi sono avvisaglie di miglioramento, anzi): il danno si verifica qui e ora, il rimedio, ammesso che arrivi, si farà attendere un bel po’.
Quale sarà, allora, il destino delle centinaia, migliaia di piccoli risparmiatori e investitori vittime dei crac bancari e delle maxitruffe finanziarie che infestano le cronache, nazionali e non?
Quasi sempre un destino gramo, ahiloro.
Il truffatore (non a caso, la categoria più astuta nella genia dei delinquenti) il più delle volte ha messo il malloppo al sicuro, irrintracciabile in qualche paradiso fiscale o presso insospettabili complici/amici compiacenti; passerà il suo calvario giudiziario, magari si farà qualche annetto in galera, ma poi si godrà una pensione speciale in qualche isola tropicale, lontano dai giudici e, soprattutto, dalla Guardia di Finanza.
Se, per avventura, parte del malloppo fosse finita in beni “al sole” (per esempio, immobili, anche di pregio), questa probabilmente verrà restituita alle vittime, ma saranno sempre briciole rispetto al grosso della torta.
La prospettiva di finire con “una manciata di polvere” (T.S. Eliot, La terra desolata) è tutt’altro che remota: e allora, perché iniziare l’azione civile?Innanzitutto, perché è giusto e perché la speranza è l’ultima a morire: dopotutto, non solo a Berlino ci sono giudici.
C’è un caveat, tuttavia: chi si sia ritrovato nella spiacevole situazione del truffato deve riconoscere che le principali cause di ciò sono state ingenuità e forse un po’ di avidità (in quali proporzioni, varia da caso a caso); si faccia dunque attenzione a non perseverare (diabolicamente) nell’errore di affidarsi ciecamente e acriticamente a chi promette facili guadagni.
Uno dei precetti più importanti (mia opinione) contenuti nel Codice Deontologico Forense così recita: «L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione» (art. 27, comma 1, C.D.F.); la norma può suonare anodina, ma significa invece che è dovere dell’avvocato illustrare senza equivoci al proprio cliente i rischi dell’attività da intraprendere, primo fra tutti quello di dover affrontare spese, anche non modeste (nessun professionista lavora gratis, e ci mancherebbe), a fronte del rischio, sempre presente, ineludibile, di finire con ulteriori perdite.
Del resto, l’avvocato non può (non deve) condividere il rischio del cliente (ha già il proprio, che il cliente, alla fine, non paghi…).
Sto forse dicendo che chi ha subito una truffa farebbe meglio a lasciar perdere?
Assolutamente no: anche il solo vedersi riconoscere una ragione, per quanto solo di principio, potrebbe essere un risarcimento — se non altro, per l’anima.
Però anche questa è una prospettiva che il cliente deve avere ben chiara e valutare con piena cognizione; ed è responsabilità dell’avvocato fornire al cliente tutti gli elementi per poter svolgere al meglio tale valutazione.
Parlando per paradossi, potrebbe essere più degno di fiducia un avvocato che sconsigli un’azione, piuttosto che uno che spinga a fare causa.
Assistere un truffato è uno dei compiti più difficili, per un professionista serio e degno di tal nome: basta un niente, invero, (e la giurisprudenza disciplinare, ahinoi, non è certo avara di precedenti specifici) a trasformarsi in un altro truffatore.

Di avvocati, di elezioni e di principî

Una recentissima sentenza della Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n. 32781 del 19/12/2018) ha scatenato un acceso dibattito nell’avvocatura italiana.
La L. 31/12/2012 n. 247 (che ha riformato l’ordinamento della professione forense, sino a quel momento fermo alla normativa emanata ancora nel 1933) ha introdotto il c.d. “limite del doppio mandato”, ossia ha stabilito che nessuno possa essere eletto consigliere dell’ordine degli avvocati per più di due volte consecutivamente (lo stesso limite si applica anche ai componenti del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli Distrettuali di Disciplina), precisando inoltre che la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un periodo di tempo uguale a quello nel quale si sia in precedenza ricoperta la carica in questione (art. 3, comma 3, ultimi due periodi, L. 12/07/2017 n. 113, “Disposizioni sulla elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi”, che ha sostituito l’uguale previsione contenuta nell’art. 28, comma 5, L. 247/2012).
Sino alla sentenza delle SS.UU., si era sempre inteso che tale limite valesse solo a partire dall’entrata in vigore della L. 247/2012 (anche perché, prima di essa, il mandato di consigliere durava due anni, mentre adesso ne dura quattro); la Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che né nella L. 247/2012 né nella L. 113/2017 si rinviene alcunché che legittimi tale interpretazione, pertanto ha affermato che, ai fini della ricandidatura, occorre tener conto di tutti i mandati consecutivamente svolti, anche se precedenti all’entrata in vigore della L. 247/2012.
La decisione delle SS.UU. è stata confermata dal D.L. 11/01/2019 n. 2, che ha reso l’interpretazione autentica delle norme elettorali forensi «nel senso che, ai fini del rispetto del divieto di cui al predetto periodo [“i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi”; N.d.R.], si tiene conto dei mandati espletatati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all’entrata in vigore della legge 31 dicembre 2012, n. 247» (art. 1, comma 1, D.L. 2/2019).
Ciò che, in effetti, ha reso dirompente quanto sopra è la coincidenza temporale: a gennaio 2019, infatti, erano previste le elezioni per il rinnovo dei consigli dell’ordine degli avvocati pressoché in tutta Italia, e una buona parte di quanti facevano parte dei consigli in scadenza si è ricandidata per un ulteriore mandato; per quanti erano alla prima esperienza, nulla quaestio; non così per coloro che erano stati eletti anche sotto il precedente ordinamento (in diversi casi, il problema ha riguardato anche i presidenti degli ordini).
Opportunamente, il D.L. 2/2019 ha consentito il rinvio delle elezioni (che dovranno tenersi entro il mese di luglio 2019), onde consentire di rivedere le candidature alla luce del principio come sopra determinato.
L’avvocatura italiana si è, però, praticamente divisa in due: da un lato, quelli che sostengono l’interpretazione secondo cui il limite dei due mandati vale solo per le elezioni tenute sotto il nuovo regime della L. 247/2012, dall’altro quelli che auspicano un sostanziale e autentico rinnovamento dei vertici istituzionali dell’avvocatura e condividono l’interpretazione restrittiva enunciata dalle Sezioni Unite.
A mio modo di vedere, l’interpretazione “larga” — cioè, che riteneva che il limite dei due mandati non fosse retroattivo — si poteva ragionevolmente sostenere sino alla sentenza n. 32781/2018 della Suprema Corte; dopo, non è più possibile, poiché compete alla S.C. dare l’interpretazione guida delle norme di legge, enunciando principi che vanno anche oltre il caso concreto per il quale sono stati individuati (è la c.d. “funzione nomofilattica” di cui è investita la Corte di Cassazione); a maggior ragione, quando quel principio è stato poi recepito e sancito addirittura in una norma di legge.
Non intendo, con ciò, giudicare in alcun modo quanti la pensano diversamente; epperò è un dato di fatto che tale opinione si contrappone ad atti (sentenza e norma) che hanno ben altra — e soverchiante — valenza.
Capisco perfettamente il disagio di quanti, di punto in bianco, si vedono costretti a lasciare una carica che pensavano di dover abbandonare solo fra un certo tempo: essendo stato a mia volta consigliere dell’ordine, so benissimo che “lo scranno crea assuefazione” e che ci vogliono convinzione e forza d’animo per rinunciarvi a cuor leggero. Ed è pur vero che la norma introdotta col D.L. 2/2019 è tuttora da considerarsi “transitoria”, poiché dovrà essere convertita in legge (e non sempre i decreti legge vengono poi confermati dal Parlamento).
D’altro canto, e da tempi non sospetti, sono sempre stato fautore del limite dei due mandati, ancor prima che questi raddoppiassero di durata e il limite venisse introdotto per legge (difatti, ne ho svolti due al consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia, e poi basta).
Come sempre, le generalizzazioni sono sbagliate: fra i “recalcitranti” vi sono persone che so degnissime e sinceramente animate da spirito di servizio (anche perché, contrariamente a quanto molti — erroneamente — ritengono, non è prevista alcuna indennità per i consiglieri dell’ordine, che prestano quindi il loro servizio gratuitamente e, anzi, rimettendoci, poiché sottraggono tempo e risorse al loro lavoro); allo stesso modo, non tutti quanti si stracciano clamorosamente le vesti invocando onestà intellettuale e dignità della professione sarebbero esattamente in grado di scagliare “prime pietre”.
Auspico, in conclusione, che, passato lo sconvolgimento emotivo del primo istante e a mente finalmente fredda, prevalga quel senso di dignità della professione che dovrebbe informare chiunque abbia l’onore e l’onere di portare la toga; che i toni si plachino e che l’avvocatura possa tornare a occuparsi delle più serie questioni che l’interessano, perché in questo momento — perdonatemi l’immagine un po’ brutale — tutti noi avvocati stiamo finendo col sembrare “i polli di Renzo”.

Le notificazioni a cura dell’avvocato

Il trascorrere del tempo e la successione delle leggi rendono di quando in quando necessario ritornare su lavori compiuti per i necessari e opportuni aggiornamenti.
Le notificazioni dell’avvocato(uscito presso Giuffrè nel 2013) abbisognava di essere messo in sincronia con l’avvio e l’entrata a regime del processo civile telematico, soprattutto per la parte inerente le notificazioni effettuate tramite la posta elettronica certificata.
L’approdo presso un nuovo — e altrettanto prestigioso — editore ha fornito l’occasione (se non la necessità) di una riorganizzazione profonda del materiale, oltre alla scrittura di parti nuove e alla riscrittura di altre.
Di qui, anche, il titolo leggermente modificato rispetto all’opera precedente, a significare che non si tratta di una semplice “seconda edizione” (per quanto “riveduta, corretta, aggiornata e ampliata”).
Come sempre, si scrive per essere d’ausilio ad altri, per condividere e diffondere le conoscenze; il che non è incompatibile con le personalissime soddisfazioni che se ne possano trarre per sé: essere letti — e, possibilmente, apprezzati — rientra senz’altro in quel novero.
Buona lettura a tutti.

Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.

Letture consigliate

Essere avvocato è solo un aspetto dell’essere giurista, ed entrambi gli aspetti si arricchiscono e completano vicendevolmente.
La riflessione critica sulle norme e più in generale su come funziona la macchina della giustizia dovrebbe far parte del quotidiano di ogni professionista forense: per parte mia, mi piace contribuire alla discussione, tanto sul versante più squisitamente tecnico-giuridico (che trova tuttavia il suo limitato terreno d’elezione nella platea dei cosiddetti “addetti ai lavori” e spazio, sin qui, sul ilprocessotelematico.it di Giuffrè Editore) quanto su quello che potremmo definire latamente “politico-sociale” (nell’accezione più nobile del termine, sganciato quindi da ogni appartenenza o consonanza di tipo partitico-politicante).
In quest’ultimo ambito si inscrivono due miei recenti contributi in tema di processo telematico (civile e penale), di recente pubblicati su AgendaDigitale.eu.
Quanti fossero interessati, potranno trovare i necessari rimandi nella pagina dedicata agli “Scritti”.
Buona lettura ai volenterosi.

Manuale di sopravvivenza al processo telematico

StratagemmiNonostante il processo civile sia oramai pressoché interamente telematico, coloro che sono chiamati a operarvi (in primo luogo, gli avvocati) continuano a incontrare quotidianamente perplessità e dubbi soprattutto sul versante più prettamente pratico-operativo: ciò si deve (principalmente, ma non esclusivamente) alla difficoltà di conciliare due mondi alquanto distinti e distanti fra loro, ossia il diritto e l’informatica.
Un primo tentativo di porre in comunicazione i due mondi in questione si è concretato nella mia precedente opera, Procedura civile digitale (uscita per i tipi di Giuffrè editore a ottobre 2015), nella quale offrivo una ricostruzione sistematica del processo telematico sotto un profilo prevalentemente (per quanto non unicamente) giuridico, tracciando le necessarie corrispondenze fra i familiari istituti del processo civile e le loro declinazioni digitali come risultanti dalla normativa di settore.
A quel volume si affianca il mio nuovo libro, che ne costituisce l’ideale (e concreto) complemento, affrontando più nel dettaglio alcuni temi ed argomenti che — per esigenze di equilibrio complessivo della trattazione — erano rimasti allora sottotraccia.
Come suggerisce il titolo, il lettore troverà in questo libro suggerimenti di taglio pratico per comprendere e ovviare ai più ricorrenti impasse e inconvenienti dell’esercizio quotidiano della professione forense nella nuova (ma non più nuovissima, invero) dimensione digitale.
Poiché, peraltro, questo libro è scritto da un avvocato per altri avvocati, non si risolve in una semplice collezione di vademecum e istruzioni per l’uso degli strumenti informatici, ma vademecum e istruzioni (che pure non mancano) si inscrivono comunque in una prospettiva di ragionamento giuridico, come è giusto e opportuno che sia in un testo che, in ogni caso, tratta di procedura civile.
In particolare, vengono esaminati i più comuni aspetti problematici che il processo telematico ha sin qui presentato nella pratica forense ordinaria (e che altri colleghi mi hanno via via sottoposto, cercando lumi e soluzioni immediate…): il tutto, in una prosa che, senza rinunziare al rigore tecnico e scientifico, si concede di quando in quando bagliori di leggerezza e ironia, per il semplice gusto della scrittura e — auspicabilmente — il piacere della lettura.

Il futuro, adesso

CopertinaL’iconografia che si è affermata nel tempo vuole l’avvocato perpetuamente impaludato nella toga e “parruccone” anche di fatto (sebbene quest’ultimo aspetto pertenga più propriamente alla tradizione inglese, e anche colà è in via d’estinzione).
D’altro canto, lo stesso ambiente della giustizia, in Italia, appare sovente fuori sincrono con la realtà quotidiana (anche e soprattutto per i tempi dilatati ed estenuanti che anche il più bagatellare dei processi finisce coll’assumere).
Pensare, quindi, all’ingresso in modo pervasivo e caratterizzante delle tecnologie dell’informazione nel mondo del processo (civile, principalmente e per ora) potrebbe rendere un effetto straniante, quasi fantascientifico.
Infatti, come fantascienza il processo telematico continua ad apparire a molti che pure sono chiamati quotidianamente a praticarlo.
Ma il processo telematico è realtà, e già da oltre un anno; non per questo può dirsi una realtà stabile e consolidata: il legislatore procede per strappi e ripensamenti, stravolgendo la legislazione a brevi intervalli e rendendo vieppiù problematico non diciamo una disamina scientifica della materia ma anche solo orientarsi nelle prassi applicative per il disbrigo degli affari più comuni.
Ma se anche i giuristi più in sintonia con il progresso tecnologico faticano a tenere la rotta nel mare mosso del processo informatizzato, cosa ne è della pletora di avvocati (e non solo) che nei confronti delle tecnologie informatiche provano una panoplia di sentimenti che vanno dal terrore alla ripulsa, passando tutti per lo smarrimento?
Il processo telematico non è un’opzione, è IL processo.
Il processo telematico non è il futuro, è adesso.
Essere un avvocato non si riduce a fare l’avvocato; significa pure riflettere sulla professione, sul modo di espletarla, anche sotto un profilo scientifico — della scienza giuridica, ovviamente.
Dall’esperienza professionale (anche nelle istituzioni forensi) e dall’inclinazione personale alle tecnologie informatiche nasce quindi il mio opus n. 2, in uscita in questi giorni presso Giuffrè editore: Procedura civile digitale.
L’opera si pone un’ambizione: illustrare quanto più completamente possibile il processo telematico, non solo sotto l’aspetto tecnologico ma anche soprattutto nell’ottica del giurista, senza peraltro dimenticare che un’opera del genere ha senso se trova immediato riscontro applicativo pratico; di qui, il sottotitolo: “Prontuario teorico-pratico del processo telematico”.
Come tutti gli autori, attendo con trepidazione e impazienza impressioni e feedback dai lettori, sperando — è ovvio — di averne, magari qualcuno più di venticinque…

Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.

Pubblicità per me stesso

CoverLa quotidianità della professione è fatta anche di incombenze, piccole e grandi, che traducono in concreto lo sforzo intellettuale dell’avvocato.
Una di queste è la notificazione, cioè l’attività tramite la quale determinati atti dell’avvocato vengono comunicati ufficialmente ai naturali destinatari degli stessi.
L’organo deputato a svolgere l’attività di notificazione è l’Ufficiale giudiziario addetto all’Ufficio giudiziario competente per la causa cui l’atto inerisce.
Per ovviare al surplus di lavoro incombente agli Uffici UNEP (acronimo per Ufficio Notificazioni Esecuzioni e Protesti, ossia l’Ufficio che comprende gli Ufficiali giudiziari), ancora nel lontano 1994 venne promulgata la Legge 21 gennaio 1994 n. 53, che attribuisce anche agli avvocati (a determinate condizioni) la facoltà di provvedere in proprio alle notificazioni (cioè, senza ricorrere all’operato dell’Ufficiale giudiziario).
Come ogni (rara) buona legge, non ha incontrato il successo che avrebbe meritato, tant’è che gli avvocati che effettivamente provvedono in proprio alle notificazioni sono una minoranza.
Mettendo a frutto l’esperienza maturata sia come avvocato “notificatore” (dal 2003), sia come Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Venezia (dal 2010), mi sono cimentato con la stesura di un libro, che adesso esce per i tipi dell’editore Giuffrè (tra le più prestigiose case editrici del settore giuridico), nella collana “Officina del diritto” (rivolta ai professionisti del settore, con un taglio pratico senza rinunciare all’approfondimento e al ragionamento giuridico).
L’opera si intitola “Le notificazioni dell’avvocato”: mi auguro (ovviamente) che sia ben accolta e possa anche fornire un (sia pur piccolo) contributo al miglior andamento del servizio giustizia.