La via tecnologica al processo civile

Uno dei mali che affliggono la giustizia italiana è la biblica lunghezza dei processi.
Per fare solo degli esempi (tratti dalla personale esperienza di chi scrive):

  • i rinvii fra un’udienza e l’altra nel processo civile sono nell’ordine dei tre o quattro mesi (nelle sedi più efficienti o meno oberate di cause; a’ termini di Codice di Procedura Civile, il rinvio non dovrebbe superare i 15 giorni…);
  • tra l’ultima udienza della fase istruttoria e l’udienza di precisazione delle conclusioni (dopo la quale le Parti depositano le scritture difensive conclusive e il Giudice emette in seguito la sentenza) il rinvio è di circa un anno (nella Sezione Distaccata di Portogruaro del Tribunale Ordinario di Venezia; val la pena di sottolineare come la Sezione Distaccata di Portogruaro sia un Ufficio giudiziario discretamente efficiente);
  • alla Corte d’Appello di Venezia, dopo la prima udienza (in cui, Codice di Procedura Civile alla mano, la Corte dovrebbe assegnare alle Parti un termine di circa tre mesi per il deposito di scritture conclusionali e poi trattenere la causa in decisione, per emettere di lì a poche settimane la sentenza) ne viene fissata un’altra “per la precisazione delle conclusioni”: due o tre settimane or sono ho sentito rinviare, a tal fine, al 2014 (duemilaquattordici!).

Le ragioni di un simile disservizio (non parliamo di “catastrofe” solo per non sentirci accusare di fare del “sensazionalismo”) sono molteplici e note, e non ci spenderemo altre parole, qui.
Il Ministero della Giustizia, nel lodevole intento di rendere (più) efficiente la macchina giudiziaria, ha da tempo intrapreso una — in sé — meritoria iniziativa di informatizzazione, che dovrebbe sfociare (prima o poi) nel cosiddetto “processo civile telematico”.
In sostanza, il PCT consentirà agli avvocati e ad altri soggetti di svolgere direttamente dal personal computer del proprio studio professionale un certo numero di attività procedurali che adesso richiedono l’uso dei supporti cartacei per gli atti e i documenti del processo civile nonché la presenza fisica degli operatori (avvocati, consulenti, collaboratori, etc.) negli angusti e sovraffollati Tribunali d’Italia; in particolare, si potranno consultare registri e ruoli delle cause ed effettuare depositi e comunicazioni per via telematica.
Il PCT da solo non sarà né potrà essere la panacea di tutti i mali della Giustizia italiana, ma di certo potrebbe essere un potente strumento per recuperare efficienza e ridurre i costi.
Potrebbe, ma non nell’attuale contesto italiano, né per come è stato sinora impostato.
Non nell’attuale contesto, perché troppo pochi sono gli avvocati (e gli operatori della Giustizia in genere) che, non diremo siano esperti informatici, ma che sanno utilizzare in maniera appena sufficiente gli strumenti informatici.
Finché, quindi, non si comincerà a guardare al computer come a uno strumento da saper usare (allo stesso modo in cui si impara a guidare l’automobile oppure a memorizzare un numero di telefono nella rubrica del cellulare) anziché come a un arcano ordigno in procinto di esplodere alla prima digitazione errata, il PCT non potrà mai affermarsi e diffondersi con le dimensioni che sono necessarie perché se ne comincino a percepire gli effetti positivi.
Quanto all’impostazione che il Ministero ha dato al PCT, verrebbe da pensare che i “cervelloni” di Via Arenula non abbiano mai sfogliato una rivista d’informatica negli ultimi dieci anni: solo così, infatti, si può razionalmente spiegare la scelta di ignorare tout court tutto quanto è avvenuto e si è affermato al di fuori del mondo di Microsoft Windows.
Le specifiche tecniche del PCT, invero, paiono considerare solamente i programmi prodotti e commercializzati dalla nota multinazionale americana, trascurando tutto il resto; e ciò è doppiamente grave, perché:

  1. si limita senza motivo la libertà degli operatori di scegliere i mezzi con cui svolgere il loro lavoro;
  2. si prediligono soluzioni estremamente onerose (a detrimento delle pubbliche finanze, mai come oggi boccheggianti e depauperate) che, oltretutto, non hanno neppure il pregio dell’eccellenza tecnica: sono moltissimi, infatti, i software liberi e gratuiti che nulla da invidiare hanno ai loro omologhi proprietari e onerosi e che, anzi, li surclassano in termini di affidabilità e sicurezza, aspetti quantomai importanti in una materia come la Giustizia.

I due gravi difetti di cui ho appena accennato, peraltro, si tengono insieme: senza una platea cosciente (avvocati, magistrati e altri operatori che sappiano un minimo d’informatica) che richiami il Ministero a una politica virtuosa, ha gioco fin troppo facile un colosso come Microsoft nel piazzare i suoi discussi prodotti (qualcuno dei miei lettori ha per caso Windows Vista nel suo computer? E può dirsene soddisfatto?).
La via italiana al processo telematico, allora, pare essere lastricata solamente di buone intenzioni: e si sa bene dove si va a finire, su queste vie…