Le notificazioni a cura dell’avvocato

Il trascorrere del tempo e la successione delle leggi rendono di quando in quando necessario ritornare su lavori compiuti per i necessari e opportuni aggiornamenti.
Le notificazioni dell’avvocato(uscito presso Giuffrè nel 2013) abbisognava di essere messo in sincronia con l’avvio e l’entrata a regime del processo civile telematico, soprattutto per la parte inerente le notificazioni effettuate tramite la posta elettronica certificata.
L’approdo presso un nuovo — e altrettanto prestigioso — editore ha fornito l’occasione (se non la necessità) di una riorganizzazione profonda del materiale, oltre alla scrittura di parti nuove e alla riscrittura di altre.
Di qui, anche, il titolo leggermente modificato rispetto all’opera precedente, a significare che non si tratta di una semplice “seconda edizione” (per quanto “riveduta, corretta, aggiornata e ampliata”).
Come sempre, si scrive per essere d’ausilio ad altri, per condividere e diffondere le conoscenze; il che non è incompatibile con le personalissime soddisfazioni che se ne possano trarre per sé: essere letti — e, possibilmente, apprezzati — rientra senz’altro in quel novero.
Buona lettura a tutti.

Letture consigliate

Essere avvocato è solo un aspetto dell’essere giurista, ed entrambi gli aspetti si arricchiscono e completano vicendevolmente.
La riflessione critica sulle norme e più in generale su come funziona la macchina della giustizia dovrebbe far parte del quotidiano di ogni professionista forense: per parte mia, mi piace contribuire alla discussione, tanto sul versante più squisitamente tecnico-giuridico (che trova tuttavia il suo limitato terreno d’elezione nella platea dei cosiddetti “addetti ai lavori” e spazio, sin qui, sul ilprocessotelematico.it di Giuffrè Editore) quanto su quello che potremmo definire latamente “politico-sociale” (nell’accezione più nobile del termine, sganciato quindi da ogni appartenenza o consonanza di tipo partitico-politicante).
In quest’ultimo ambito si inscrivono due miei recenti contributi in tema di processo telematico (civile e penale), di recente pubblicati su AgendaDigitale.eu.
Quanti fossero interessati, potranno trovare i necessari rimandi nella pagina dedicata agli “Scritti”.
Buona lettura ai volenterosi.

Manuale di sopravvivenza al processo telematico

StratagemmiNonostante il processo civile sia oramai pressoché interamente telematico, coloro che sono chiamati a operarvi (in primo luogo, gli avvocati) continuano a incontrare quotidianamente perplessità e dubbi soprattutto sul versante più prettamente pratico-operativo: ciò si deve (principalmente, ma non esclusivamente) alla difficoltà di conciliare due mondi alquanto distinti e distanti fra loro, ossia il diritto e l’informatica.
Un primo tentativo di porre in comunicazione i due mondi in questione si è concretato nella mia precedente opera, Procedura civile digitale (uscita per i tipi di Giuffrè editore a ottobre 2015), nella quale offrivo una ricostruzione sistematica del processo telematico sotto un profilo prevalentemente (per quanto non unicamente) giuridico, tracciando le necessarie corrispondenze fra i familiari istituti del processo civile e le loro declinazioni digitali come risultanti dalla normativa di settore.
A quel volume si affianca il mio nuovo libro, che ne costituisce l’ideale (e concreto) complemento, affrontando più nel dettaglio alcuni temi ed argomenti che — per esigenze di equilibrio complessivo della trattazione — erano rimasti allora sottotraccia.
Come suggerisce il titolo, il lettore troverà in questo libro suggerimenti di taglio pratico per comprendere e ovviare ai più ricorrenti impasse e inconvenienti dell’esercizio quotidiano della professione forense nella nuova (ma non più nuovissima, invero) dimensione digitale.
Poiché, peraltro, questo libro è scritto da un avvocato per altri avvocati, non si risolve in una semplice collezione di vademecum e istruzioni per l’uso degli strumenti informatici, ma vademecum e istruzioni (che pure non mancano) si inscrivono comunque in una prospettiva di ragionamento giuridico, come è giusto e opportuno che sia in un testo che, in ogni caso, tratta di procedura civile.
In particolare, vengono esaminati i più comuni aspetti problematici che il processo telematico ha sin qui presentato nella pratica forense ordinaria (e che altri colleghi mi hanno via via sottoposto, cercando lumi e soluzioni immediate…): il tutto, in una prosa che, senza rinunziare al rigore tecnico e scientifico, si concede di quando in quando bagliori di leggerezza e ironia, per il semplice gusto della scrittura e — auspicabilmente — il piacere della lettura.

Il futuro, adesso

CopertinaL’iconografia che si è affermata nel tempo vuole l’avvocato perpetuamente impaludato nella toga e “parruccone” anche di fatto (sebbene quest’ultimo aspetto pertenga più propriamente alla tradizione inglese, e anche colà è in via d’estinzione).
D’altro canto, lo stesso ambiente della giustizia, in Italia, appare sovente fuori sincrono con la realtà quotidiana (anche e soprattutto per i tempi dilatati ed estenuanti che anche il più bagatellare dei processi finisce coll’assumere).
Pensare, quindi, all’ingresso in modo pervasivo e caratterizzante delle tecnologie dell’informazione nel mondo del processo (civile, principalmente e per ora) potrebbe rendere un effetto straniante, quasi fantascientifico.
Infatti, come fantascienza il processo telematico continua ad apparire a molti che pure sono chiamati quotidianamente a praticarlo.
Ma il processo telematico è realtà, e già da oltre un anno; non per questo può dirsi una realtà stabile e consolidata: il legislatore procede per strappi e ripensamenti, stravolgendo la legislazione a brevi intervalli e rendendo vieppiù problematico non diciamo una disamina scientifica della materia ma anche solo orientarsi nelle prassi applicative per il disbrigo degli affari più comuni.
Ma se anche i giuristi più in sintonia con il progresso tecnologico faticano a tenere la rotta nel mare mosso del processo informatizzato, cosa ne è della pletora di avvocati (e non solo) che nei confronti delle tecnologie informatiche provano una panoplia di sentimenti che vanno dal terrore alla ripulsa, passando tutti per lo smarrimento?
Il processo telematico non è un’opzione, è IL processo.
Il processo telematico non è il futuro, è adesso.
Essere un avvocato non si riduce a fare l’avvocato; significa pure riflettere sulla professione, sul modo di espletarla, anche sotto un profilo scientifico — della scienza giuridica, ovviamente.
Dall’esperienza professionale (anche nelle istituzioni forensi) e dall’inclinazione personale alle tecnologie informatiche nasce quindi il mio opus n. 2, in uscita in questi giorni presso Giuffrè editore: Procedura civile digitale.
L’opera si pone un’ambizione: illustrare quanto più completamente possibile il processo telematico, non solo sotto l’aspetto tecnologico ma anche soprattutto nell’ottica del giurista, senza peraltro dimenticare che un’opera del genere ha senso se trova immediato riscontro applicativo pratico; di qui, il sottotitolo: “Prontuario teorico-pratico del processo telematico”.
Come tutti gli autori, attendo con trepidazione e impazienza impressioni e feedback dai lettori, sperando — è ovvio — di averne, magari qualcuno più di venticinque…

Un requiem per la giustizia di prossimità

Con i decreti legislativi nn. 155 e 156 del 7 settembre 2012 il Governo ha proceduto alla “epocale” (nelle parole del Ministro Guardasigilli Paola Severino) riforma della geografia giudiziaria, ridisegnando radicalmente la mappa degli uffici di Tribunale e del Giudice di Pace.
In breve, sono stati soppressi 31 Tribunali e le relative Procure della Repubblica, 220 Sezioni Distaccate territoriali di Tribunale e 667 sedi del Giudice di Pace, disponendo l’accorpamento degli uffici soppressi a quelli dei rispettivi capoluoghi di provincia. Per i soli uffici del Giudice di Pace è stata tuttavia prevista la facoltà di mantenere quelli soppressi, purché i relativi costi di gestione (per sede e personale amministrativo) vengano assunti dagli enti locali interessati (Comuni sede ovvero consorzi di Comuni rientranti nella competenza territoriale dell’ufficio “da salvare”).
Indubbiamente, si può convenire con il Ministro Severino sulla “epocalità” della riforma; purché il termine sia inteso in senso “tragico”.
Solo chi non abbia esperienza quotidiana del “(dis)servizio Giustizia” (e il Ministro Severino — che è sì avvocato, ma operante a un livello assai più elevato di quello che interessa i cittadini “comuni” — tale esperienza non ha) può, infatti, rallegrarsi per il vero e proprio taglio lineare in cui la riforma in esame si è in effetti concretata.
Per giustificare la falcidia di uffici giudiziari, il Ministro ha fatto l’esempio di una particolare sezione distaccata di Tribunale che, in effetti, non presentava numeri tali da giustificarne il mantenimento e sulla quale, quindi, sarebbe stato opportuno intervenire; così come, indubbiamente, molti altri uffici giudiziari meritavano di essere soppressi e/o accorpati, per recuperare efficienza e funzionalità.
Ma, operando come si è fatto, si è finito col gettare anche il bambino, insieme all’acqua sporca.
In ossequio alla proposizione 7 del Tractatus Logico-Philophicus di Ludwig Wittgenstein (“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”), limiteremo le considerazioni al circondario di Venezia, al quale (almeno, per il momento) ancora apparteniamo.
Orbene, il territorio di competenza del Tribunale Ordinario e del Giudice di Pace di Venezia coincide con la provincia di Venezia, che, a differenza della maggior parte d’Italia, si conforma quale una lingua stretta e lunga più di centoventi chilometri da un estremo all’altro (Chioggia a ovest, Bibione di San Michele al Tagliamento a est) e il cui capoluogo — Venezia, appunto — è l’assoluta epitome della scomodità: chi si sia trovato nella necessità di recarsi alla sede centrale del Tribunale Ordinario di Venezia (a Rialto) sa benissimo di cosa stiamo parlando (tutti gli altri potranno capirlo anche solo facendosi un giro su Google Maps).
Ma anche a non voler tenere in alcun conto (come, in effetti, è stato) le esigenze degli utenti del (dis)servizio Giustizia (avvocati e cittadini “comuni”), non va taciuta la tragica inadeguatezza in cui versano le sedi degli uffici giudiziari disseminati qua e là nel centro storico di Venezia: già adesso, per stare solo al Tribunale, spazi e personale sono largamente insufficienti rispetto al carico di lavoro che grava sull’Ufficio; con la soppressione delle quattro sezioni distaccate territoriali (Chioggia, Dolo, San Donà di Piave e Portogruaro— per quanto quest’ultima sia stata, unicum nazionale, “dirottata” sotto il ben più vicino Tribunale Ordinario di Pordenone) si riverseranno sul capoluogo gli affari e gli utenti di uffici che non erano certo sottoutilizzati come quello portato a esempio dal Ministro (non arriverà, invece, tutto il personale che operava nelle soppresse sezioni distaccate, perché a Venezia — sede disagiata anche per definizione amministrativa — nessuno accetta di essere trasferito).
Risultato: se già adesso il Tribunale Ordinario di Venezia arranca faticosamente, quando la riforma entrerà effettivamente a regime (nel settembre 2013) il sistema collasserà su stesso, con buona pace del Ministro, del Sindaco di Venezia (pur’egli avvocato, ma non aduso alle aule ordinarie, bensì alle più elitarie camere della Giustizia amministrativa) e dei teorici dell’accentramento (“big is beautiful”, secondo costoro…).
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, in questi ultimissimi, convulsi giorni di fine legislatura tocca assistere al tentativo (goffo e maldestro, invero) da parte di alcuni parlamentari di prorogare di due anni l’entrata a regime della riforma (con ciò, forse, anticipando le speranze neanche troppo inconfessate di coloro che attendono le prossime elezioni come l’occasione per disfare quanto appena fatto, come una tela di Penelope).
Quel tentativo non pare avere, invero, troppe chances di riuscita.
E, paradossalmente, c’è forse da augurarsi che proprio non riesca, e che i prossimi Parlamento e Governo non lo reiterino: perché intanto l’amministrazione della giustizia si è mossa per dare attuazione alla legge appena emanata (com’è giusto che sia, per quanti e quali appunti alla legge si vogliano e possano fare); se si bloccasse tutto adesso si finirebbe col peggiorare ulteriormente la situazione, ritrovandosi con uffici formalmente aperti e attivi ma in pratica paralizzati.
Per rimanere alla situazione veneziana, il fallout negativo potrebbe essere in parte ammortizzato dall’efficiente funzionamento del Processo Telematico, soprattutto se entrassero a regime le funzionalità ancora non attivate, tra le quali in particolare la possibilità di effettuare per via telematica operazioni di cancelleria quali il deposito di atti o l’estrazione di copie.
Ma a fare un bilancio di ciò in cui il Processo Telematico si è finora concretato — cioè la possibilità di consultare da remoto i registri di cancelleria e l’invio tramite posta elettronica certificata delle comunicazioni e notificazioni di cancelleria (le operazioni tecnicamente più semplici e meno problematiche) — c’è solo da trarre ulteriori motivi di sconforto e sfiducia: tra interruzioni del servizio per manutenzione e correzione dei sistemi ed errori non preventivati, sono più i disagi che il Processo Telematico ha causato dei benefici che ha arrecato.
E allora occorre tristemente prendere atto che i giudici sono rimasti solo a Berlino.

Il processo degenerativo

Il Parlamento ha approvato un paio di mesi orsono la Legge 18/06/2009 n. 69 (pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 95/L alla Gazzetta Ufficiale del 19/06/2009 n. 140) intitolata “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, una parte della quale (artt. 45 – 54) ha apportato modifiche al Codice di Procedura Civile e ad altre leggi processuali, nell’intento di rimediare alle lungaggini e inefficienze che da troppo tempo affliggono la giustizia civile.
Spiccano, fra l’altro, l’abolizione del cosiddetto “rito societario” (introdotto appena sei anni fa, con D.Lgs. 17/01/2003 n. 5) e l’introduzione del nuovo “procedimento sommario di cognizione”.
L’intento generale, che può trarsi a una prima lettura del provvedimento, tende a una sempre maggiore concentrazione dell’attività d’udienza, nell’auspicio che, riducendo le udienze avanti il Giudice, si riducano del pari i tempi morti e la durata dei processi.
È ancora troppo presto per verificare sul campo se le innovazioni in parola siano adeguate al raggiungimento dello scopo dichiarato e, nel caso, in quali concreti termini lo sveltimento sia stato ottenuto.
Tuttavia, pregresse e ripetute esperienze di consimili riforme ci hanno ogni volta confermato la sconsolata intuizione di Tomasi di Lampedusa: tutto cambia per rimanere quello che è (i francesisti potrebbero ricordare l’analoga massima: plus ça change, plus c’est la même chose).
Il Legislatore pare ostinatamente non volersi render conto che non è il numero delle udienze ad allungare a dismisura i tempi processuali, bensì l’intervallo di tempo fra ciascuna; cosicché, se il Giudice necessita di un determinato tempo per poter conoscere, gestire e decidere ciascuna singola causa, la concentrazione delle attività non vale a diminuire l’impegno complessivo del magistrato: la diminuzione del numero delle udienze comporterà semplicemente la dilatazione dell’intervallo temporale fra l’una e l’altra, senza effetto sulla durata complessiva del processo.
È perfino frustrante dover ripetere, ogni volta, che se non si mette mano a una seria revisione delle risorse assegnate alla Giustizia, non si otterrà nulla se non il progressivo peggioramento della situazione.
Occorrono strutture più attrezzate, sia sotto il profilo delle dotazioni tecniche (strumenti informatici, ma non solo), sia sotto il profilo del personale (più addetti, e con maggior professionalità); occorre ripensare la geografia giudiziaria, avendo il coraggio di prendere decisioni anche impopolari (in certe zone d’Italia vi sono Tribunali dove, forse, sarebbero sufficienti delle Sezioni Distaccate; e in altre, Sezioni Distaccate con la sede centrale a pochi minuti d’automobile e senza particolari problemi di traffico; chissà perché, invece, quando qualcuno propone di chiudere delle Sezioni Distaccate, si riferisce a realtà disagiate sotto il profilo delle vie di comunicazione ma, al contempo, virtuose sotto l’aspetto della produttività dell’ufficio: per chi non l’avesse capito, sto parlando di Portogruaro).
Occorre, in una parola, spendere; e se i soldi a disposizione sono pochi, si rinunci a opere faraoniche di dubbia utilità per la collettività (ma di gran rientro per i politici e per certi ambienti, non esattamente di piena legalità…).
Pare, invece, che ci si accontenti degli annunci a effetto: il 20 luglio u.s. i Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione e Innovazione hanno sottoscritto con la Presidente della Corte d’Appello di Venezia e i Presidenti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati del Veneto due protocolli d’intesa per l’attuazione del processo civile telematico.
Sembrerebbe chissà cosa, invece si tratta appena di effettuare per via telematica la comunicazione dei biglietti di cancelleria e digitalizzare un po’ di materiale cartaceo a uso interno.
Non che siano cose che non vanno bene, intendiamoci; ma c’è da chiedersi se il personale sarà all’altezza anche di questi modesti compiti, vista la generalizzata idiosincrasia per le tecnologie informatiche (manco a dirlo, non una parola su aggiornamento delle dotazioni o formazione degli addetti ai lavori).
(Degli avvocati preferisco non parlare, per carità e spirito di corpo.)
Cosa dire ancora?
Che speriamo di sbagliarci, stavolta…

La via tecnologica al processo civile

Uno dei mali che affliggono la giustizia italiana è la biblica lunghezza dei processi.
Per fare solo degli esempi (tratti dalla personale esperienza di chi scrive):

  • i rinvii fra un’udienza e l’altra nel processo civile sono nell’ordine dei tre o quattro mesi (nelle sedi più efficienti o meno oberate di cause; a’ termini di Codice di Procedura Civile, il rinvio non dovrebbe superare i 15 giorni…);
  • tra l’ultima udienza della fase istruttoria e l’udienza di precisazione delle conclusioni (dopo la quale le Parti depositano le scritture difensive conclusive e il Giudice emette in seguito la sentenza) il rinvio è di circa un anno (nella Sezione Distaccata di Portogruaro del Tribunale Ordinario di Venezia; val la pena di sottolineare come la Sezione Distaccata di Portogruaro sia un Ufficio giudiziario discretamente efficiente);
  • alla Corte d’Appello di Venezia, dopo la prima udienza (in cui, Codice di Procedura Civile alla mano, la Corte dovrebbe assegnare alle Parti un termine di circa tre mesi per il deposito di scritture conclusionali e poi trattenere la causa in decisione, per emettere di lì a poche settimane la sentenza) ne viene fissata un’altra “per la precisazione delle conclusioni”: due o tre settimane or sono ho sentito rinviare, a tal fine, al 2014 (duemilaquattordici!).

Le ragioni di un simile disservizio (non parliamo di “catastrofe” solo per non sentirci accusare di fare del “sensazionalismo”) sono molteplici e note, e non ci spenderemo altre parole, qui.
Il Ministero della Giustizia, nel lodevole intento di rendere (più) efficiente la macchina giudiziaria, ha da tempo intrapreso una — in sé — meritoria iniziativa di informatizzazione, che dovrebbe sfociare (prima o poi) nel cosiddetto “processo civile telematico”.
In sostanza, il PCT consentirà agli avvocati e ad altri soggetti di svolgere direttamente dal personal computer del proprio studio professionale un certo numero di attività procedurali che adesso richiedono l’uso dei supporti cartacei per gli atti e i documenti del processo civile nonché la presenza fisica degli operatori (avvocati, consulenti, collaboratori, etc.) negli angusti e sovraffollati Tribunali d’Italia; in particolare, si potranno consultare registri e ruoli delle cause ed effettuare depositi e comunicazioni per via telematica.
Il PCT da solo non sarà né potrà essere la panacea di tutti i mali della Giustizia italiana, ma di certo potrebbe essere un potente strumento per recuperare efficienza e ridurre i costi.
Potrebbe, ma non nell’attuale contesto italiano, né per come è stato sinora impostato.
Non nell’attuale contesto, perché troppo pochi sono gli avvocati (e gli operatori della Giustizia in genere) che, non diremo siano esperti informatici, ma che sanno utilizzare in maniera appena sufficiente gli strumenti informatici.
Finché, quindi, non si comincerà a guardare al computer come a uno strumento da saper usare (allo stesso modo in cui si impara a guidare l’automobile oppure a memorizzare un numero di telefono nella rubrica del cellulare) anziché come a un arcano ordigno in procinto di esplodere alla prima digitazione errata, il PCT non potrà mai affermarsi e diffondersi con le dimensioni che sono necessarie perché se ne comincino a percepire gli effetti positivi.
Quanto all’impostazione che il Ministero ha dato al PCT, verrebbe da pensare che i “cervelloni” di Via Arenula non abbiano mai sfogliato una rivista d’informatica negli ultimi dieci anni: solo così, infatti, si può razionalmente spiegare la scelta di ignorare tout court tutto quanto è avvenuto e si è affermato al di fuori del mondo di Microsoft Windows.
Le specifiche tecniche del PCT, invero, paiono considerare solamente i programmi prodotti e commercializzati dalla nota multinazionale americana, trascurando tutto il resto; e ciò è doppiamente grave, perché:

  1. si limita senza motivo la libertà degli operatori di scegliere i mezzi con cui svolgere il loro lavoro;
  2. si prediligono soluzioni estremamente onerose (a detrimento delle pubbliche finanze, mai come oggi boccheggianti e depauperate) che, oltretutto, non hanno neppure il pregio dell’eccellenza tecnica: sono moltissimi, infatti, i software liberi e gratuiti che nulla da invidiare hanno ai loro omologhi proprietari e onerosi e che, anzi, li surclassano in termini di affidabilità e sicurezza, aspetti quantomai importanti in una materia come la Giustizia.

I due gravi difetti di cui ho appena accennato, peraltro, si tengono insieme: senza una platea cosciente (avvocati, magistrati e altri operatori che sappiano un minimo d’informatica) che richiami il Ministero a una politica virtuosa, ha gioco fin troppo facile un colosso come Microsoft nel piazzare i suoi discussi prodotti (qualcuno dei miei lettori ha per caso Windows Vista nel suo computer? E può dirsene soddisfatto?).
La via italiana al processo telematico, allora, pare essere lastricata solamente di buone intenzioni: e si sa bene dove si va a finire, su queste vie…