Gli indirizzi PEC validamente utilizzabili per le notificazioni telematiche: una riflessione a margine e in seguito a Cass. Civ., Sez. III, (sent.) n. 3709/2019 e Cass. Civ., Sez. VI, (ord.) n. 24160/2019

  1. I caso e gli equivoci: “Oportet ut scandala eveniant”
    In una recente sentenza (Sezione III, n. 3709/2019) la Suprema Corte di Cassazione ha pronunciato un principio di diritto secondo il quale sarebbero invalide le notifiche telematiche (ex art. 3-bis L. 53/1994) rivolte a indirizzi estratti dall’INI-PEC e non, invece e soltanto, dal ReGIndE.
    Una successiva ordinanza (Sezione VI, n. 24160/2019), richiamandosi alla citata sentenza, è parsa confermare quello che minaccia di divenire un pericoloso orientamento.
    Severe critiche si sono levate, giustamente, all’indomani della prima pronuncia e, a maggior ragione, della seguente.
    Sebbene l’argomento principale a fondamento di tali critiche (che, cioè, l’INI-PEC sia per legge e a pieno titolo un pubblico elenco dal quale trarre validi indirizzi ai fini della notificazione telematica) sia esatto e corretto, pare che finora sia mancata una più compiuta analisi della pronuncia incriminata e delle ragioni che la rendono, effettivamente, errata e aberrante.
    Di ciò, appunto, ambisce a occuparsi questo scritto.
    Andiamo, dunque, per ordine.
  2. La sentenza n. 3709/2019: “Quandoque bonus dormitat Homerus
    Con la sentenza dd. 14/09/2018 — 8/02/2019, n. 3709, la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, ha enunciato il seguente principio di diritto: «Il domicilio digitale previsto dal D.L. 179/2012, art. 16-sexies, convertito con modificazioni in L. 221/2012, come modificato dal D.L. 90/2014, convertito, con modificazioni, in L. 114/2014, corrisponde all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest’ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l’effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile — a seconda dei casi — alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGIndE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)».
    Di primo acchito, il principio surriportato appare in pieno e clamoroso conflitto con il disposto dell’art. 16-ter D.L. 179/2012, che, rubricato “Pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni”, così recita: «A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6-bis [INI-PEC], 6-quater [Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato] e 62 [Anagrafe nazionale della popolazione residente – ANPR] del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall’articolo 16, comma 12, del presente decreto [Registro PP.AA.], dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 [registro delle imprese], convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia» [abbiamo ritenuto di precisare fra parentesi quadre, per facilitare la lettura, i pubblici elenchi richiamati dalla norma; il successivo comma 1-bis del medesimo articolo estende l’applicazione di tale disposizione anche alla giustizia amministrativa].
    Già solo per tale contrasto il principio enunciato dalla Suprema Corte si rivela fragorosamente errato; difatti, le critiche sollevate si sono concentrate su tale aspetto che, per la sua importanza, potrebbe dirsi “assorbente” di ogni ulteriore argomentazione.
    E tuttavia v’è dell’altro, che emerge dalla lettura della motivazione per esteso nel cui contesto è stato pronunciato il principio di diritto oggetto di critica.
    Richiamiamo, innanzitutto, alcuni punti fermi:
    a) ciascun avvocato è tenuto, per legge (art. 16, comma 7, D.L. 29/11/2008 n. 185, richiamato anche dall’art. 7, comma 2, L. 247/2012), a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata e a comunicarlo al consiglio dell’ordine degli avvocati nel cui albo è iscritto; tale indirizzo costituisce il suo “domicilio digitale”, al quale saranno inviate le comunicazioni e notificazioni da parte degli uffici giudiziari nonché ogni altra notificazione ammessa e prevista dalla legge (incluse le notificazioni ex L. 53/1994);
    b) il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), di cui agli artt. 7 D.M. 44/2011 e 7-8 Provv. DGSIA 16/04/2014, contiene i dati identificativi e l’indirizzo di posta elettronica certificata dei cc.dd. “soggetti abilitati esterni” e degli utenti privati che a qualche titolo operano nel PCT senza essere “soggetti abilitati”, ed è alimentato, per quanto concerne gli avvocati, dai consigli dell’ordine che quotidianamente inviano l’albo aggiornato (ovviamente, per le informazioni che pertengono propriamente al ReGIndE stesso);
    c) l’Indice Nazionale degli Indirizzi PEC delle imprese e dei professionisti (INI-PEC), di cui all’art. 6-bis D.Lgs. 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale) contiene i dati identificativi e l’indirizzo PEC di quei soggetti obbligati a dotarsene e a comunicarlo a un ente di riferimento, come stabilito nel D.L. 185/2008 ed è alimentato da quegli stessi enti (ordini, collegi, camere di commercio etc.), analogamente a quanto visto per il ReGIndE;
    d) tanto il ReGIndE quanto l’INI-PEC sono “pubblici elenchi” “ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale”, per espressa previsione dell’art. 16-ter D.L. 179/2012.
    Con ciò in mente, è ora il caso di esaminare il merito della vicenda sottostante la sentenza in commento.
    La fattispecie si può così riassumere: una sentenza viene notificata pochi giorni dopo la sua pubblicazione, tramite PEC, all’Avvocatura Generale dello Stato di Roma; la stessa Avvocatura impugna per cassazione la sentenza, ma solo entro il termine semestrale di decadenza («ben oltre — si legge in motivazione della sentenza — la scadenza del termine c.d. “breve” di cui agli artt. 325 e 326 C.P.C.»); di contro all’eccezione di tardività, l’Avvocatura sostiene “l’inefficacia” (così nella motivazione; rectius: nullità) della notificazione telematica perché diretta a un indirizzo sì «risultante dall’indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC), ma non registrato al Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della Giustizia. In particolare, l’indirizzo elettronico in questione viene utilizzato dall’Avvocatura dello Stato per scopi amministrativi e non giudiziali» (sent. cit.).
    A questo punto, è opportuno precisare che gli avvocati dello Stato — tanto dell’Avvocatura Generale di Roma, quanto delle varie Avvocature Distrettuali — sono sì censiti al ReGIndE, ma senza l’indicazione di una PEC a loro individualmente riferibile: compare, invero, solo il riferimento all’Avvocatura di appartenenza. Analogamente, neppure nell’INI-PEC è dato rintracciare un indirizzo PEC intestato a un avvocato dello Stato.
    Di contro, nel sito istituzionale dell’Avvocatura dello Stato (http://www.avvocaturastato.it/) è presente una pagina intitolata “Elenco delle caselle di Posta Elettronica Certificata” (raggiungibile dal link “PEC” posto nel menu laterale), la quale a sua volta è suddivisa in tre sottopagine, rispettivamente intitolate a “Corrispondenza relativa ad attività legale”, “Corrispondenza relativa ad attività amministrativa” e (guarda, guarda…) “Notificazioni (Processo Civile, Penale, Amministrativo, Contabile e Tributario)”.
    Entrando in quest’ultima, si trova l’elenco degli indirizzi PEC di ciascuna sede dell’Avvocatura di Stato, preceduto dalla dicitura «Indirizzi censiti nel registro denominato “Reginde”, previsto dall’art. 7 del D.M. n. 44/2011, e nel registro di cui all’art. 16, comma 12, del D.L. 179/2012, entrambi dichiarati “elenchi pubblici” dall’art. 16 ter del D.L. 179/2012».
    Tutto a posto? Manco per idea!
    Innanzitutto, se si tenta di effettuare nel ReGIndE un’interrogazione relativa a una qualsiasi sede dell’Avvocatura, si scopre che ciò… non è tecnicamente possibile: la maschera di ricerca richiede l’inserimento del nome del singolo avvocato — e difatti gli avvocati dello Stato sono effettivamente censiti, ma (come si è visto) senza alcun indirizzo PEC — e non accetta denominazioni “impersonali” (quali, appunto “Avvocatura dello Stato” aut similia).
    Gli indirizzi PEC (validi per le notificazioni telematiche a’ sensi dell’art. 16-ter D.L. 179/2012) dell’Avvocatura di Stato sono censiti nel c.d. Registro PP.AA., accessibile dal PST del Ministero della Giustizia (e anche lì, mica è facilissimo trovarli… a meno di non inserire l’espressione di ricerca — invero, astrusa assai, per uno che non sia un poco addentro le cose informatiche — “%avvocatura%stato”).
    Sarebbe forse interessante — e utile alla miglior comprensione della fattispecie — conoscere qualche dettaglio in più della specifica vicenda.
    È comunque possibile enucleare i seguenti punti fermi:
    a) quando fu effettuata la notificazione telematica “incriminata” (fine ottobre 2016) era già consolidata l’individuazione dei pubblici elenchi esclusivamente utilizzabili all’uopo: si trattava, in breve, del ReGIndE, dell’INI-PEC, del Registro PP.AA. e dell’elenco del domicilio digitale del cittadino (di cui all’art. 3-bis C.A.D.) [successivamente, vi sarebbe stata un’ulteriore modifica della norma, nel testo letto poco supra];
    b) gli avvocati dello Stato non sono “normali” avvocati: nel senso che lo Stato è difeso dall’ente Avvocatura dello Stato, di cui gli avvocati sono organi privi di propria individualità (o, per dirla altrimenti, è l’Avvocatura che opera, sia pur pel tramite dei propri avvocati); difatti, gli avvocati dello Stato non sono iscritti negli albi tenuti dai consigli dell’ordine degli avvocati e sono disciplinati dalle leggi che regolano l’Avvocatura dello Stato (segnatamente, il R.D. 30/10/1933 n. 1611 e la L. 3/04/1979 n. 103); ciò spiega anche perché agli avvocati dello Stato non corrisponda un indirizzo PEC individuale censito nel ReGIndE, ma ogni comunicazione e notificazione telematica vada indirizzata alla casella PEC espressamente istituita per ricevere e trasmettere le comunicazioni e notificazioni telematiche relative ai processi.
    A livello generale, va pure rilevato come all’epoca non vigesse più l’obbligo d’indicare espressamente negli atti introduttivi l’indirizzo PEC del difensore (sebbene molti continuino tuttora a farlo, probabilmente per scrupolo prudenziale…).
    Dato il suesposto quadro, tuttavia, sorprendono due cose:
    1) l’obiettiva negligenza del difensore che aveva proceduto alla notificazione telematica della sentenza, consistita nel non aver saputo reperire il corretto indirizzo PEC per la notificazione all’Avvocatura dello Stato;
    2) la grossolana imprecisione della Suprema Corte nel redigere il principio di diritto, quasi anch’essa fosse ignara delle peculiarità dell’Avvocatura di Stato da un lato, e dall’altro quella che appare una fortemente imprecisa conoscenza dei presupposti e meccanismi della notificazione tramite PEC.
    In altri termini, il principio suenunciato, prima ancora di discuterne l’eventuale fondatezza e rispondenza a legge, è del tutto estraneo alla materia da cui ha tratto origine.
    Non ha senso, infatti, discettare di ReGIndE e INI-PEC quando il destinatario della notificazione telematica è un ente pubblico, il cui domicilio digitale ai fini giudiziari è incluso nel Registro PP.AA..
    Ma, a parte ciò, è evidente che la Suprema Corte è incorsa in una macroscopica confusione degli elenchi degli indirizzi PEC, sia di quelli disponibili, sia di quelli validamente utilizzabili ai fini notificatori.
    In particolare, occorre ribadire che l’INI-PEC è alimentato dagli stessi soggetti e con i medesimi dati che vengono contemporaneamente riversati nel ReGIndE e nel registro di cui all’art. 16, comma 6, D.L. 185/2008; di fatto, l’INI-PEC costituisce l’unione dei predetti due registri, solo che, a differenza di essi, è liberamente consultabile (senza, cioè, le restrizioni che caratterizzano, invece, gli altri due).
    Pertanto, stabilire una gerarchia fra i pubblici elenchi di cui all’art. 16-ter D.L. 179/2012 è tanto illegittimo (perché la norma non pone alcuna distinzione di valore) quanto incongruo (perché i dati contenuti nell’INI-PEC sono, in effetti, ridondanti rispetto a quelli del ReGIndE e del registro delle imprese, cioè sono esattamente gli stessi).
    Di talché, il principio in parola viene a rivelarsi addirittura inapplicabile, poiché (salvo l’improbabile caso di un eccezionale malfunzionamento dei sistemi informatici ministeriali — il ReGIndE è gestito dal Ministero della giustizia, l’INI-PEC dal Ministero per lo sviluppo economico) ogni indirizzo PEC di avvocato presente nell’INI-PEC è contemporaneamente contenuto nel ReGIndE (e sanzionare di nullità la notificazione solo perché il notificante abbia in ipotesi dichiarato di aver estratto l’indirizzo dall’INI-PEC sarebbe semplicemente aberrante).
    Che l’estensore della motivazione fosse evidentemente distratto da altri pensieri quando ha redatto il principio di diritto può ricavarsi anche da ciò, che il suddetto principio fa riferimento espresso all’art. 16-sexies D.L. 179/2012: e tale norma cita, testualmente, “l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all’articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 [l’INI-PEC!], nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal ministero della giustizia”.
    Insomma, se non fosse fuori luogo per uno scritto che ha pur sempre ambizioni scientifiche, potremmo concludere questo paragrafo con il noto (e un po’ volgare, invero) calembour che usualmente ricorre ogniqualvolta paia che la Suprema Corte sia uscita dal seminato…
  3. L’ordinanza n. 24160/2019: “…perseverare diabolicum
    Anche il caso sottostante l’ordinanza n. 24160/2019 resa dalla Sezione VI della Suprema Corte è caratterizzato soprattutto dall’insipienza tecnica (giuridica) dei protagonisti, almeno da quanto è dato ricavare dalla scarna motivazione.
    Si controverte, infatti, in tema di regolamento di competenza, in un caso di querela di falso ex art. 221 C.P.C. proposto da una delle parti di un giudizio civile contro lo stesso magistrato titolare del giudizio in parola.
    Secondo la Suprema Corte, già l’intero impianto dell’azione è gravemente fallato in termini di rito; come “ciliegina sulla torta” viene l’ulteriore considerazione che «a prescindere dal fatto che il ricorso è stato notificato a mezzo PEC al [magistrato titolare] “con elezione di domicilio presso l’avvocato Tribunale di Firenze” a un indirizzo di posta elettronica che è quello della cancelleria dell’immigrazione del Tribunale di Firenze, ovvero anche all’indirizzo di posta elettronica del Protocollo del Tribunale di Firenze, estratto dall’indice nazionale degli indirizzi INI-PEC, elenco che, oltre a non essere riferibile alla posizione del [magistrato], è stato dichiarato non attendibile da Cass. n. 3709 del giorno 8 febbraio 2019, secondo cui “per una valida notifica tramite PEC si deve estrarre l’indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC”. Questo indipendentemente dal fatto che la notifica ad un magistrato non può essere validamente effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della Cancelleria dell’immigrazione o del protocollo del Tribunale di appartenenza» (così l’ordinanza in esame).
    Dati i casi in esame, si potrebbe inferire che l’insipienza degli avvocati si comporta come un maligno virus, capace d’infettare anche i giudici della Suprema Corte.
    Difatti, l’estensore della motivazione dice cose sensate sino al punto che inizia con “è stato dichiarato non attendibile etc.”: l’inciso, infatti, oltre a essere errato per le ragioni viste al paragrafo precedente, è addirittura del tutto superfluo, poiché sarebbero state sufficienti le corbellerie commesse dall’avvocato notificatore a rendere irrimediabilmente nulla la notifica.
    Probabilmente, l’estensore si sarà rifatto, acriticamente, al principio di diritto, ritenendo di aggiungere un quid pluris al proprio (e, sino a lì, corretto) ragionamento: peccato che quel quid pluris si sia rivelato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
  4. Conclusione: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto
    La Corte di Cassazione, si sa, è infallibile ex lege: nel senso che, non essendo previsto né possibile alcun rimedio alla sue pronunzie, può dire l’ultima parola; e se “le parole sono pietre”, quelle della Suprema Corte, talvolta, sono veri e propri macigni.
    Restando in quest’ordine di pensiero, potremmo anche aggiungere che, nel caso di specie, non vi sarebbe interesse a invocare il rimedio (ove questo, ovviamente, esistesse): il disposto (in entrambi i casi esaminati) è corretto, sono le motivazioni sottostanti a essere errate, ma il risultato concreto non cambierebbe neppure se le motivazioni venissero opportunamente emendate.
    Non dobbiamo, quindi, scandalizzarci più che tanto: la Corte è pur sempre composta di esseri umani (nonostante ogni eventuale diverso avviso…), e gli esseri umani, si sa, possono avere giornate storte e commettere errori.
    L’importante, dunque, è che la Corte non creda alla propria infallibilità, e che questi due sciagurati precedenti restino incidenti isolati e senza seguito; in concreto, si sono rivelati, per quanto li riguarda, fondamentalmente innocui: il danno si verificherebbe se altri giudici vi si rifacessero pedissequamente e acriticamente.
    Così, non sarà scandaloso se la lettera del Presidente del CNF al Primo Presidente della Corte di Cassazione non riceverà esplicita positiva risposta (c’è pur sempre una faccia da salvare, no?); l’importante è che, nei fatti, l’estrema giurisdizione rientri nell’alveo di ciò che giuridicamente è corretto, facendo preziosa lezione degli sbagli commessi.
    E se nell’intitolare questo paragrafo abbiamo scomodato Terenzio, pare adeguato affidare la chiusura a Wittgenstein: «Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen (Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere)».

Precorsi e conferme

Sul finire di novembre 2016 veniva pubblicato sul portale Il Processo Telematico di Giuffrè Editore un mio breve saggio intitolato “Prospettive e limiti del domicilio digitale, ovvero di cosa si possa notificare telematicamente e a chi”, nel quale sostenevo (in allora, primo e isolato) la tesi secondo cui non fosse possibile notificare validamente per via telematica a un soggetto tenuto per legge a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata (professionista o imprenditore individuale) un atto giudiziario inerente a materia estranea all’attività imprenditoriale o professionale da questi svolta (per esempio: un ricorso per separazione coniugale).
La stessa tesi in seguito riprendevo, sviluppavo e confermavo nel mio libro “Le notificazioni a cura dell’avvocato(Giappichelli Editore, giugno 2018, pp. 70–76).
Apprendo adesso che il Tribunale di Roma, con ordinanza del 26 gennaio 2019, n. 122, ha dichiarato nulla «una notificazione telematica riferita a un contenzioso estraneo all’impresa o professione esercitata» dal soggetto cui la notificazione in parola era diretta, in pratica recependo (sia pur con una motivazione assolutamente stringata — ma, del resto, in armonia con l’obbligo di “sinteticità” di cui all’art. 16-bis, comma 9-octies, D.L. 179/2012) la tesi da me a suo tempo sostenuta e argomentata nel saggio ricordato supra.
Morale: non è sempre agevole essere in anticipo sui tempi, ma quando i tempi, finalmente, ti raggiungono, non si può non provare una certa, per quanto piccola, soddisfazione.

Giurisdizione 24/7, ovvero i termini processuali ai tempi della PEC (Considerazioni a margine di Corte Costituzionale 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019)

1. Il caso

La notificazione di un atto d’appello civile era stata effettuata nelle forme di cui all’art. 3-bis L. 21/01/1994 n. 53 (ossia, mediante trasmissione via posta elettronica certificata — più sinteticamente, si era trattato di una notificazione telematica in proprio a cura dell’avvocato difensore dell’appellante); l’invio telematico dell’appello era avvenuto, nel giorno in cui veniva a scadenza il termine per proporre l’impugnazione, «alle ore 21:04 (con ricevute di accettazione e di consegna generate, rispettivamente, alle ore 21:05:29 e alle ore 21:05:32), in fascia oraria quindi (successiva alle ore 21) implicante il perfezionamento della notificazione “alle ore 7 del giorno successivo”» (Corte Cost. 75/2019, § 1 del “Ritenuto in fatto”): alla luce dell’(allora vigente) art. 16-septies D.L. 18/10/2012, n. 179, tale notificazione risultava così tardiva, poiché la richiamata norma, a sua volta richiamando l’art. 147 C.P.C., stabiliva che «quando è eseguita dopo le ore 21, la notificazione [telematica] si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo». (Per completezza, si rammenta che l’art. 147 C.P.C. testualmente dispone: «Le notificazioni non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 21».)
Parte appellata aveva quindi eccepito l’inammissibilità dell’appello per tardività della notificazione del gravame.
La Corte d’Appello di Milano (l’ufficio giudiziario interessato del caso), nella fattispecie, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 16-septies cit. con riguardo agli artt. 3, 24 e 111 Cost. poiché, da un lato l’equiparazione del c.d. “domicilio digitale” al “domicilio fisico” comporterebbe l’ingiustificato e irrazionale uguale trattamento di situazioni differenti, dall’altro verrebbe posto un irragionevole limite alle notificazioni che si riverbererebbe negativamente sul diritto di difesa del notificante; né sarebbe stata possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma onde superare tale limite senza che ciò ne comportasse la sostanziale abrogazione (o disapplicazione).

2. La decisione

La Corte Costituzionale, con la sentenza 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019, ha riconosciuto la fondatezza della sollevata questione e deciso per la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 «nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta».
L’iter argomentativo tramite il quale la Consulta giunge a tale conclusione considera innanzitutto una serie di capisaldi, il primo dei quali è rappresentato dal principio della scissione del momento perfezionativo della notificazione (o anche, nelle parole della medesima Corte, dalla «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»), da essa stessa enucleato nella celebre sentenza n. 477/2002 (e in seguito variamente ribadito e sviluppato, fra le altre, nelle successive sentenze nn. 28/2004, 107/2004, 318/2009, 3/2010, 106/2011 e nelle ordinanze nn. 97/2004, 132/2004 e 154/2005).
Vengono, poi e del pari, richiamati da un lato la disciplina del deposito telematico degli atti processuali di parte (art. 16-bis, comma 7, D.L. 179/2012, che stabilisce che il deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza), dall’altro la ratio sottostante i limiti alla notificazione posti dall’art. 147 C.P.C. (ossia la tutela del diritto al riposo del destinatario).
In sintesi, la Corte ravvisa l’irragionevolezza dell’equiparazione di trattamento di situazioni diverse, consistente in ciò: nel mentre il limite temporale alle notificazioni di cui all’art. 147 C.P.C. (e ripreso pari pari dall’art. 16-septies D.L. 179/2012) è stato posto con riguardo alla notificazione “analogica” eseguita dall’ufficiale giudiziario a mani del destinatario, cosa che implica necessariamente l’accesso dell’agente notificatore nel domicilio di colui al quale è diretta la notificazione, rendendo del pari necessaria la tutela approntata con il disposto dell’art. 147 C.P.C.; analoga necessità non può avvertirsi nel sistema delle notificazioni telematiche, nel quale il divieto di notifica telematica oltre le ore 21 trova sì giustificazione nell’esigenza di tutelare il destinatario (avvocato) — di «salvaguardarne, cioè, il diritto al riposo in una fascia oraria (dalle 21 alle 24) in cui egli sarebbe stato, altrimenti, costretto a continuare a controllare la propria casella di posta elettronica [certificata]» — di talché gli effetti del perfezionamento della notifica nei suoi confronti vengono procrastinati ex lege alle ore 7 del giorno successivo; «ma non anche giustifica la corrispondente limitazione nel tempo degli effetti giuridici della notifica nei riguardi del mittente, al quale — senza che ciò sia funzionale alla tutela del diritto al riposo del destinatario e nonostante che il mezzo tecnologico lo consenta — viene invece impedito di utilizzare appieno il termine utile per approntare la propria difesa: termine che l’art. 155 C.P.C. computa “a giorni” e che, nel caso di impugnazione, scade, appunto, allo spirare della mezzanotte dell’ultimo giorno».
Di più, la Corte arriva a definire «la norma denunciata (…), per di più, intrinsecamente irrazionale, là dove viene ad inibire il presupposto che ne conforma indefettibilmente l’applicazione, ossia il sistema tecnologico telematico, che si caratterizza per la sua diversità dal sistema tradizionale di notificazione, posto che quest’ultimo si basa su un meccanismo comunque legato “all’apertura degli uffici”, da cui prescinde del tutto invece la notificazione con modalità telematica».
In buona sostanza, poiché il sistema telematico consente al soggetto di fruire sino all’ultimo momento del termine assegnatogli, senza che ciò vada a detrimento di alcuno, la limitazione posta dall’art. 16-septies D.L. 179/2012 concreta un indiscutibile vulnus al diritto costituzionale di difesa.

3. La nuova regola

La declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 nei termini visti dianzi è semplicemente l’applicazione piena anche alla notificazione telematica della «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»(del resto, anche la vigente lezione dell’art. 3-bis L. 53/1994 ne è all’evidenza informata).
Pertanto, dal lato del notificante, la notifica telematica si perfeziona sempre nel momento di generazione della ricevuta di accettazione, cioè il primo dei due messaggi PEC che il mittente riceve dopo aver trasmesso il messaggio contenente la notificazione (ossia il messaggio inviatogli dal proprio fornitore del servizio PEC, equivalente alla ricevuta rilasciata dall’ufficio postale nel caso della tradizionale — analogica — raccomandata con avviso di ricevimento): va da sé che, per la tempestività della notificazione, nel caso in cui avvenga nell’ultimo giorno utile, tale generazione deve avvenire (sia pur dopo le ore 21:00 ma) prima dello spirare della mezzanotte (entro le 23:59:59, per essere precisissimi).
Dal lato del destinatario, invece, se la ricevuta di avvenuta consegna (cioè il secondo messaggio che il mittente riceve, inviato dal fornitore del servizio PEC del destinatario) venga generata dopo le ore 21:00, la notificazione si considererà perfezionata soltanto alle ore 7:00 del giorno successivo.
Rimane sempre e comunque valida la tradizionale regola di prudenza: mai ridursi all’ultimo momento (anche perché nel caso di trasmissione di un messaggio PEC con allegati “pesanti” la generazione delle ricevute può richiedere qualche minuto)…

4. Alcuni non impossibili effetti collaterali

Sin qui, l’attualità.
La tecnologia — finora tanto malamente sopportata da gran parte dei giuristi pratici — inizia a mostrare aspetti positivi, che neanche i più “luddisti” fra gli avvocati possono disconoscere.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, ogni forza il suo lato oscuro; e se il genio esce dalla bottiglia, nessuno può essere certo di cosa potrà combinare…
Ciò che realmente affligge il sistema processuale (a parte la sua risalente e ormai cronica crisi strutturale) è il trovarsi in una situazione ibrida, in un (pare, lunghissimo) momento di transizione nel quale sono forzate a convivere due dimensioni fra sé antitetiche.
La dimensione digitale non è solamente lo sviluppo di quella analogica in termini di astrazione: la prima si caratterizza per implicazioni che possono deformare sino allo stravolgimento parametri e consuetudini pensati e affermati per la seconda.
Per andar sul concreto: il sistema dei termini processuali è tarato sulla realtà analogica degli uffici e dei servizi che essi rendono, nei quali fondamentale è l’apporto del fattore umano.
Si pensi: per il compimento di un attività tanto semplice quanto il deposito di un atto processuale, nella realtà analogica è imprescindibile la presenza attiva di una persona che riceva materialmente ciò che il depositante (altrettanto materialmente) consegna, e che svolga poi tutte le correlate incombenze (dall’annotazione nei registri alla consegna fisica alla persona del magistrato incaricato della trattazione dell’affare). Un tanto richiede che l’ufficio sia accessibile, ma affinché i relativi costi siano sostenibili è ugualmente richiesto che vi siano periodi temporali nei quali l’ufficio non sia accessibile: di qui, il sistema degli orari di apertura al pubblico, per cui si potrà materialmente effettuare il deposito solo in certe ore di certi giorni della settimana di certi mesi dell’anno (essendo necessario il riposo periodico degli addetti agli uffici, non potendone avere in servizio abbastanza da coprire le 24 ore dei 7 giorni della settimana dei 12 mesi dell’anno).
Ciò spiega, quasi banalmente, perché l’art. 155 C.P.C. preveda le proroghe automatiche al primo giorno non festivo susseguente quando il termine venga a scadere in un giorno festivo (includendo, eventualmente, nel novero anche il sabato).
Le stesse considerazioni stanno a fondamento, tuttavia, anche della pronuncia della Corte Costituzionale oggetto del presente commento: è stato possibile estendere sino alla mezzanotte meno un secondo dell’ultimo giorno il periodo utile per effettuare depositi o notificazioni perché il sistema telematico, dal lato del servizio, prescinde totalmente dal fattore umano; sul versante analogico, invero, l’ultimo giorno utile termina non alla mezzanotte meno un secondo ma alcune ore prima: quando, cioè, giunge l’orario di chiusura dell’UNEP o dell’ufficio postale.
Le macchine, invece, sono sempre in funzione: non ci sono turni obbligati di riposo settimanale, ferie o festività civili o religiose da osservare (neppure quando le macchine non svolgano servizi “essenziali”, quali, per esempio, la tutela della salute o dell’ordine pubblico).
È vero che è attualmente previsto un periodo annuale di sospensione dei termini processuali, ma già questo presenta delle eccezioni (sia pur giustificate).
Se si considera che:
a) l’avvocato è un libero professionista, la cui libertà di darsi degli orari di lavoro implica anche il rovescio di non avere alcun orario da rispettare, nel bene come nel male;
b) il numero degli avvocati in Italia è ormai tale da costringere i professionisti a una concorrenza feroce ai limiti della slealtà, pur di sopravvivere;
c) inoltre, la dimensione telematica non pone restrizioni di accesso, di talché tali restrizioni vengono di fatto lasciate alla discrezionalità degli utenti;
ove non s’intervenga sulla struttura normativa del processo di modo da adeguarne le regole alle specifiche caratteristiche del mezzo tecnologico, potrebbero non essere lontani esiti quali, per esempio, la sparizione di previsioni quali quelle dei commi quarto e quinto dell’art. 155 C.P.C..
Ed ecco quindi che l’avvocato potrebbe essere costretto a scegliere fra la rinuncia al proprio riposo (che sia domenica, sabato o venerdì, o qualunque altro giorno, quale che sia il suo credo o nessuno) o a un altro poco di tempo per organizzare al meglio la difesa del proprio assistito (con ricadute anche sul versante della responsabilità professionale: scenari esagerati? chiedete a un medico…).
Ma vi potrebbero anche essere ricadute non necessariamente negative: pensiamo a quei termini il cui computo è invece inverso, ossia a ritroso rispetto a una data (uno su tutti: il termine di costituzione in giudizio, di cui agli artt. 166 o 416 o 436 C.P.C., con quanto consegue in tema di decadenze processuali); è noto che, quando il termine scada in un giorno festivo, la costituzione debba avvenire nel primo giorno non festivo antecedente, anziché susseguente (cfr., ex multis, Cass. Civ. nn. 3877/1976, 5187/1977 e 19041/2003).
La ratio di ciò è stata individuata nell’esigenza di rispettare un determinato «intervallo di tempo minimo prima del quale deve essere compiuta una determinata attività, in quanto, altrimenti, si produrrebbe l’effetto contrario di un’abbreviazione di quell’intervallo, in pregiudizio delle esigenze garantite con la previsione del medesimo» (Cass. Civ. n. 19041/2003).
Così, ed esemplificando, se la prima udienza di un giudizio civile fosse stata indicata di talché il ventesimo giorno à rebours cadesse il Lunedì dell’Angelo di quell’anno, il convenuto si vedrebbe abbreviare il termine utile per approntare la propria comparsa di risposta di almeno due giorni (che poi più probabilmente diverrebbero tre, vista l’improbabilità di rischiare un accesso alle cancellerie non solo di sabato, ma proprio il sabato prima di Pasqua…); e per nessun’altra ragione che la materiale inaccessibilità degli uffici — sul versante analogico, beninteso — in un giorno festivo.
Ma non vi sarebbero ostacoli al deposito telematico nella medesima giornata del Lunedì dell’Angelo (per restare al nostro esempio) e l’avvocato depositante potrebbe anche voler sfruttare sino all’ultimo il termine di costituzione, se non altro per non dare all’avversario tempo in più per studiare le sue difese (tenuto conto che neanche sarebbe impossibile programmare in anticipo l’invio differito del deposito, così che, per parte sua, l’avvocato depositante non dovrebbe neppure guastarsi la gita fuori porta nel giorno di Pasquetta…).
«Il sabato è fatto per l’uomo» (Marco, 2, 27), non per le macchine; e, viste anche certe ultime derive, ci si potrebbe pure chiedere, con Primo Levi, «se questo [avvocato] è un uomo».
Magari è solo fantasia sfrenata; magari la “giurisdizione 24/7” è solo una simpatica frase a effetto; però la bottiglia è ormai stappata, e chi può essere sicuro che il genio sia ancora dentro?