Avvocatura e liberalizzazioni

L’art. 9 D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ha introdotto l’obbligo per l’avvocato di pattuire previamente con il proprio cliente il compenso per l’incarico professionale (che dev’essere conferito con atto scritto), nel contempo abrogando le tariffe professionali.
Ciò è stato salutato da molti come “una salutare liberalizzazione, che comporterà significativi risparmi per il consumatore e un generale ridimensionamento dei costi di giustizia”.
L’avvocatura nel suo insieme, invece, ha fortemente criticato tale innovazione legislativa.
La reazione degli avvocati è stata da più parti bollata come “chiusura corporativa” e “difesa di una insostenibile rendita di posizione”.
Se si considera che la tariffa professionale è stata da sempre e sino a oggi un punto cardinale di riferimento per tutti gli operatori del servizio giustizia (avvocati, certo, ma anche magistrati), non deve sorprendere né tantomeno scandalizzare che un’intera (e nemmeno troppo ristretta, in termini numerici) categoria professionale si sia trovata all’improvviso disorientata e abbia reagito di conseguenza, tenuto conto, inoltre, che il citato art. 9 demolisce un sistema di determinazione dei compensi sedimentato da tempi pressoché immemorabili senza preoccuparsi di indicarne uno nuovo o almeno alternativo.
Si dice che così sia stata introdotta la concorrenza nei servizi professionali.
A dir il vero, questo effetto si era già avuto in occasione delle cosiddette “lenzuolate di Bersani”, quando era stata abrogata l’obbligatorietà dei minimi tariffari.
A mio sommesso avviso (ma non credo di essere isolato, al riguardo), l’errore di prospettiva sta nel considerare le professioni intellettuali alla stregua di una qualsiasi altra attività imprenditoriale o commerciale.
In tal senso dovrebbe leggersi anche quanto si è sentito a proposito dei limiti all’accesso alla professione (tirocinio post laurea ed esame di abilitazione).
In realtà, pare non volersi considerare un altro, fondamentale aspetto.
L’avvocato svolge una funzione costituzionale (garantisce il diritto di difesa: art. 24 della Costituzione), per certi versi obbligatoria (la difesa personale non è consentita dalla legge, salvo casi particolarissimi), trattando una materia vasta e complessa, nella quale la competenza professionale è, da un lato un obbligo del professionista, dall’altro un diritto della parte assistita.
Le scorciatoie in nome di una presunta “legge del mercato” si rivelano allora un pericolo di notevole entità per chi necessiti di ricorrere alle cure di un professionista.
Il caso degli abogados è illuminante, al riguardo: in Spagna è sufficiente la laurea per iscriversi all’albo professionale ed esercitare la professione forense; poiché la normativa europea consente ai professionisti di stabilirsi in qualunque paese dell’Unione per esercitare la professione, molti italiani, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, si sono trasferiti in Spagna, hanno ottenuto il riconoscimento del titolo di studio anche colà (sostenendo alcuni esami integrativi), si sono iscritti all’albo degli abogados e sono poi rientrati in Italia, pretendendo l’iscrizione negli albi italiani, così saltando a pie’ pari tirocinio ed esame di abilitazione (se non è un espediente in frode alla legge questo…).
Scusate la brutale franchezza, ma: vi fareste curare da un medico che non abbia sostenuto l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione?
E all’avvocato non si affida forse la cura di interessi che possono essere vitali (per esempio: la difesa in un processo penale per un grave reato; oppure la richiesta di risarcimento di un grave danno alla persona da sinistro stradale)?
Si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Meglio concludere su questa considerazione: si tutelerebbero davvero e meglio gli interessi del cittadino se si rendesse più efficiente il servizio giustizia e si assicurasse, più che l’economicità, la qualità del professionista.
Ma garantire la qualità comporta dei costi, che sono tutti a carico del professionista.
Se un avvocato è costretto a svendere il suo lavoro, non potrà sostenere gli oneri necessari per mantenere un livello qualitativo dignitoso e sufficiente, a tutto discapito del cliente.
Un avvocato low cost potrà rendere solo un servizio low quality.
Se queste sono “liberalizzazioni”…

Una piccola, buona notizia

In questi giorni di fine anno (e di fine legislatura regionale), gli Avvocati del Foro di Venezia (ma, debbo supporre, anche gli Avvocati degli altri Ordini veneti) stanno ricevendo presso i loro Studi un omaggio da parte del Consiglio Regionale del Veneto: un CD–ROM contenente l’intera produzione normativa della Regione Veneto dal 1970 ai giorni nostri.
L’iniziativa non è nuova (il CD–ROM è già alla sua quinta edizione), ma rimane pur sempre lodevole (anche se la disponibilità dei medesimi testi normativi sul sito Internet della Regione ne ha in qualche modo diminuito l’importanza).
Mi piace farne cenno adesso perché in quest’occasione il CD–ROM è stato ottimizzato (oltre che per i “soliti” Windows e Mac OS X) anche per Linux (per la verità, pur senza che fosse dichiarato, anche le precedenti versioni dell’opera erano consultabili in ambiente Linux, dal momento che il CD–ROM è strutturato come un sito web).
Speriamo ora che l’attenzione così dimostrata per il sistema operativo libero GNU/Linux da parte di un’Istituzione non rimanga episodio isolato e fine a se stesso (quasi un “spot” modernista), ma sia il preludio a una più ampia e decisa iniziativa affinché il software libero sia sempre più adottato nelle Pubbliche Amministrazioni.
Come ho già avuto occasione di affermare, non si tratta solo di una questione “ideale” o “ideologica”: in favore del software libero militano non solo ragioni tecniche ma anche — e soprattutto, a livello di più immediata percezione — economico–finanziarie, poiché, essendo il software libero molto spesso anche gratuito, la migrazione verso questi sistemi alternativi ai più noti programmi commerciali concreterebbe pure un notevole risparmio per le pubbliche casse, consentendo di dirottare le risorse che così si libererebbero verso altre e non meno pressanti esigenze.
Non capita spesso, invero, di parlar bene di un consesso politico: l’augurio, in questo periodo, è anche di poterlo fare ancora.

A cosa serve l’avvocato

Se il titolo di questa nota fosse declinato come domanda, potrebbe dar adito a risposte sprezzanti, sarcastiche, al limite dell’ingiuria.
È innegabile che vi siano stati — e si verifichino tuttora — casi tali da giustificare tanta acrimonia, ma “non si può far di tutta l’erba un fascio”, anche se (per restar nei proverbi) “una mela guasta rovina tutto il cesto”.
Magari in futuro si ritornerà sul tema della correttezza e competenza professionale dell’attuale classe forense; per adesso, sarà bene rammentare alcuni fatti che troppo facilmente si tende a trascurare, in ossequio alla policy della polemica apodittica, gridata e villana che infesta troppe (brutte) trasmissioni televisive odierne.
L’intervento dell’avvocato è reso necessario, in primo luogo, dalla legge: salvo casi eccezionali, la difesa personale non è ammessa, essendo invece richiesta sempre la difesa cosiddetta tecnica (cioè prestata da un professionista abilitato; e anche in quei paesi dove formalmente la difesa personale è consentita — gli Stati Uniti d’America su tutti — i giudici tendono comunque a scoraggiarla).
Le ragioni di tale scelta del legislatore sono (o dovrebbero essere) evidenti:

  1. la materia è troppo vasta e complessa per essere correttamente affrontata da chi non sia adeguatamente preparato;
  2. il coinvolgimento emotivo dell’interessato rende difficile se non impossibile gestire nella maniera più corretta e opportuna la controversia (non per nulla un noto adagio della professione forense ricorda che “l’avvocato che difende se stesso ha un asino per cliente”).

Queste ragioni giustificano la norma, ma se anche la difesa tecnica non fosse obbligatoria, non verrebbe comunque meno la loro validità: semplicemente, ciò che adesso è necessario diverrebbe “solamente” assai opportuno e caldamente raccomandabile.
Ciononostante, si sente troppo spesso dire, da una parte che gli avvocati sono solo un’ulteriore minaccia da cui il cittadino dev’essere “difeso” (di qui, il proliferare di associazioni di dubbia utilità e ancor più dubbia composizione: se la storia giudiziaria degli esponenti più in vista di tali associazioni fosse resa nota, si comprenderebbero molte più cose…), dall’altra che occorrerebbe una “liberalizzazione” dell’accesso alla professione, onde abbattere la “casta”.
Enormità del genere possono provenire solamente da chi non sappia assolutamente di cosa sta parlando, e qui mi fermo per carità di patria…
Il tema è ricco di spunti e si rischia di divagare.
A cosa serve l’avvocato, dicevamo.
Forse si comincerebbe a capire qualche cosa in più se si considerasse ciò cui l’avvocato dovrebbe servire: a risolvere un problema altrui.
Altrui, in primo luogo: il cliente deve avere sempre ben presente che è della roba sua che si discute, né può pretendere di chiedere all’avvocato di prendere una decisione per lui (l’avvocato che accettasse un simile compito sarebbe, per parte sua, un assoluto incosciente — e un pessimo avvocato); in altre parole, l’avvocato ha il dovere di responsabilizzare il proprio cliente e di mantenere il proprio ruolo ben distinto.
Risolvere un problema: bisogna intendersi bene, al riguardo; non significa affatto “vincere la causa”: le cause si vincono se il cliente ha ragione (giudice permettendo, of course…); risolvere il problema significa individuare e proporre al cliente una o più soluzioni che siano in grado di eliminare la seccatura che sta passando in quel momento; ciò può anche comprendere la necessità di dire al cliente che ha torto marcio, che ha sbagliato qualcosa, che è meglio NON fare causa (regola aurea: MAI esortare il cliente a iniziare una lite, casomai il contrario…).
Ecco a cosa serve (dovrebbe servire) l’avvocato.
Certo, alle volte ci vuole coraggio: il coraggio di non dire ciò che l’interlocutore vorrebbe sentire.
Purtroppo — e questo sì che è vero — non tutti gli avvocati hanno questo coraggio.
Forse è questa una delle ragioni per cui godono (godiamo) di così cattiva fama.