Quando la copia costa più dell’originale

Recentemente, la cronaca locale ha dato notizia di un’operazione della Guardia di Finanza (con l’ausilio di un consulente della BSA, cioè la Business Software Alliance, l’associazione internazionale che riunisce alcuni dei più importanti produttori di software e hardware) contro la pirateria informatica.
In estrema sintesi, la Guardia di Finanza ha accertato che nei computer di alcune aziende erano stati installati programmi informatici senza che i titolari fossero in regola con le licenze d’uso (vuoi per esserne del tutto privi, vuoi perché il numero delle installazioni superava quello delle licenze regolarmente detenute).
Conseguenza: i titolari delle aziende sono stati denunziati alla Procura della Repubblica di Venezia e nei loro confronti aperti procedimenti penali (quei signori rischiano condanne alla reclusione e al pagamento di forti multe).
Di sicuro, i vari indagati erano perfettamente al corrente che quanto stavano facendo non era conforme alla legge; è un fatto, tuttavia, che moltissime altre persone versano nella medesima situazione di illegalità senza esserne (pienamente) consapevoli.
In effetti, in materia di software non è sempre facile rendersi conto di cosa sia consentito e cosa no, anche per la confusione tra il bene immateriale (il software) e il bene materiale (il supporto sul quale il software è inserito, il più delle volte un disco ottico, che si tratti di un CD o di un DVD).
In soldoni, la maggior parte di quanti acquistano un software originale (direttamente oppure quale accessorio incluso con un prodotto hardware, tipo un computer portatile, una stampante, etc.) ritiene in buona fede di aver acquistato, col contenitore (CD o DVD) anche il contenuto (il software).
Non è così.
Ciò che si acquista a titolo di proprietà è solamente il supporto materiale, non ciò che vi è contenuto: quest’ultimo bene è meramente concesso in licenza, per gli usi e con le limitazioni previste dalla specifica licenza del produttore, che rimane l’esclusivo proprietario e titolare di tutti i diritti di sfruttamento del software.
Altrove, potrete trovare una più ampia e dettagliata disamina del fenomeno; ai fini di questa brevissima nota potrà bastare ricordare che:

  • il software è considerato dalla legge un’opera dell’ingegno, e come tale tutelato;
  • il software rimane sempre proprietà del suo produttore, sia che venga concesso in uso a titolo oneroso (cioè si deve pagare un corrispettivo, spesso salato, per poterlo legalmente utilizzare) sia che lo si possa invece utilizzare gratuitamente;
  • il produttore del software decide come il suo prodotto possa e debba venir utilizzato dal licenziatario finale, e ciò tanto che la licenza sia gratuita, quanto che sia onerosa;
  • il licenziatario, quindi, può fare col software solo ciò che il produttore gli consente; ciò che, di norma, è vietato dalle licenze consiste prevalentemente in: duplicare, distribuire e/o modificare il software originale e utilizzare il software su più computer di quante siano le licenze concesse (di solito, il criterio è 1 licenza per 1 computer).

Tutte queste restrizioni valgono per il software c.d. proprietario, al quale si contrappone il software libero (per il quale si adopera anche la definizione di open source, per quanto le due locuzioni non siano esattamente sinonimi, nel senso che il software libero è sempre open source, ma non tutto il software open source è libero).
Il software libero è spesso guardato con diffidenza da chi sia poco o punto addentro le cose dell’informatica; la circostanza che la maggior parte del software libero sia anche gratuitamente utilizzabile (non sia, cioè, necessario pagare un corrispettivo per la relativa licenza; poiché la libertà del software è anch’essa determinata dalla sua specifica licenza) può indurre la falsa opinione che si tratti di prodotti scadenti, non affidabili e non all’altezza delle varie controparti proprietarie.
Dobbiamo ripeterci (anche se in tutt’altro contesto): non è così.
Moltissimi software liberi non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi proprietari, anzi: spesso sono addirittura migliori (Mozilla Firefox è un browser internet unanimemente riconosciuto di gran lunga superiore a Microsoft Internet Explorer; il sistema operativo GNU/Linux si fa preferire per moltissimi aspetti a qualsiasi versione di Microsoft Windows: basti pensare che l’infrastruttura informatica di un colosso come Google si basa esclusivamente su sistemi GNU/Linux per averne che la più eclatante dimostrazione).
Per tornare al caso di cronaca citato in apertura: se quei signori avessero installato sui loro computer, anziché i noti e costosissimi programmi proprietari, le loro controparti libere (e ce ne sono parecchie), avrebbero realizzato un significativo risparmio economico e sarebbero stati perfettamente in regola; adesso, invece, si trovano in un mare di guai e, lungi dall’aver risparmiato alcunché, gli costerà molto, molto caro.
Il che conferma la regola: bisogna sempre preferire l’originale.

Per una giustizia (davvero) civile

Tempo di elezioni, tempo di promesse.
Da molto — troppo — tempo si lamenta la situazione di drammatica inadeguatezza che affligge la giustizia civile e da altrettanto tempo chi dovrebbe rimediarvi pare non curarsi del problema.
Né le attuali prospettive appaiono più rosee; ciò che i due maggiori competitori alle imminenti elezioni politiche propongono al riguardo non sembra essere ciò di cui il Paese ha realmente bisogno: il Popolo della Libertà intende intervenire sull’ordinamento giudiziario per sottoporre l’operato della magistratura a maggiori controlli e restrizioni da parte dell’Esecutivo (con buona pace di Montesquieu e della teoria della separazione dei Poteri fondamentali dello Stato moderno), laddove il Partito Democratico si limita ad accennare a un accorpamento degli uffici giudiziari (come se il problema principale fosse un preteso gran numero di Tribunali… mah!).
Dal mio modesto punto di vista, ritengo che il problema principale consista nella notevole carenza delle risorse (finanziarie ma anche umane) destinate alla Giustizia, vieppiù aggravato da un non oculato uso degli scarsi mezzi pur a disposizione.
Certamente, una profonda revisione della geografia giudiziaria si impone: è del tutto incongruo che — per fare solo un esempio — una Regione economicamente dinamica come il Veneto abbia una sola sede di Corte d’Appello mentre in Sicilia ve ne sono ben quattro! (La prima conseguenza di un tanto è che i giudizi d’appello a Venezia durano in media sei anni, durante i quali il 90% dell’attività del singolo giudizio consiste nell’attendere il proprio turno di decisione…)
Ma la revisione geografica non basta; occorrerebbe pure:

  • aumentare il numero dei magistrati (anche reclutandone fra l’odierna sovrabbondanza di avvocati; e bisognerà pure far qualcos’altro per limitare l’ormai indiscriminato e non necessario proliferare di quest’ultimi…);
  • aumentare il numero degli addetti agli uffici giudiziari, previa razionalizzazione dell’impiego degli attuali effettivi;
  • aumentare l’utilizzo degli strumenti informatici, da un lato facendo ricorso alle numerosissime e valide opportunità offerte quasi a costo zero dal software libero (GNU/Linux e OpenOffice.org per citare solo gli esempi più noti al grande pubblico), dall’altro formando adeguatamente il personale (e stroncando con giusta severità le pigre riottosità di troppi al riguardo);
  • ovviamente, e per prima cosa, aumentare gli stanziamenti per la Giustizia.

Non che tutto ciò sia semplicissimo, si capisce.
Tuttavia, per quanto difficoltoso, sarebbe pur sempre più semplice, rapido ed efficace che non metter mano a riforme legislative o strutturali (del cui livello qualitativo, oltretutto, data la caratura dell’ultimo Legislatore, sarebbe più che lecito dubitare se non temere…).
Confesso che non sono ottimista al proposito anche se la speranza, come si dice, è l’ultima a morire…

A cosa serve l’avvocato

Se il titolo di questa nota fosse declinato come domanda, potrebbe dar adito a risposte sprezzanti, sarcastiche, al limite dell’ingiuria.
È innegabile che vi siano stati — e si verifichino tuttora — casi tali da giustificare tanta acrimonia, ma “non si può far di tutta l’erba un fascio”, anche se (per restar nei proverbi) “una mela guasta rovina tutto il cesto”.
Magari in futuro si ritornerà sul tema della correttezza e competenza professionale dell’attuale classe forense; per adesso, sarà bene rammentare alcuni fatti che troppo facilmente si tende a trascurare, in ossequio alla policy della polemica apodittica, gridata e villana che infesta troppe (brutte) trasmissioni televisive odierne.
L’intervento dell’avvocato è reso necessario, in primo luogo, dalla legge: salvo casi eccezionali, la difesa personale non è ammessa, essendo invece richiesta sempre la difesa cosiddetta tecnica (cioè prestata da un professionista abilitato; e anche in quei paesi dove formalmente la difesa personale è consentita — gli Stati Uniti d’America su tutti — i giudici tendono comunque a scoraggiarla).
Le ragioni di tale scelta del legislatore sono (o dovrebbero essere) evidenti:

  1. la materia è troppo vasta e complessa per essere correttamente affrontata da chi non sia adeguatamente preparato;
  2. il coinvolgimento emotivo dell’interessato rende difficile se non impossibile gestire nella maniera più corretta e opportuna la controversia (non per nulla un noto adagio della professione forense ricorda che “l’avvocato che difende se stesso ha un asino per cliente”).

Queste ragioni giustificano la norma, ma se anche la difesa tecnica non fosse obbligatoria, non verrebbe comunque meno la loro validità: semplicemente, ciò che adesso è necessario diverrebbe “solamente” assai opportuno e caldamente raccomandabile.
Ciononostante, si sente troppo spesso dire, da una parte che gli avvocati sono solo un’ulteriore minaccia da cui il cittadino dev’essere “difeso” (di qui, il proliferare di associazioni di dubbia utilità e ancor più dubbia composizione: se la storia giudiziaria degli esponenti più in vista di tali associazioni fosse resa nota, si comprenderebbero molte più cose…), dall’altra che occorrerebbe una “liberalizzazione” dell’accesso alla professione, onde abbattere la “casta”.
Enormità del genere possono provenire solamente da chi non sappia assolutamente di cosa sta parlando, e qui mi fermo per carità di patria…
Il tema è ricco di spunti e si rischia di divagare.
A cosa serve l’avvocato, dicevamo.
Forse si comincerebbe a capire qualche cosa in più se si considerasse ciò cui l’avvocato dovrebbe servire: a risolvere un problema altrui.
Altrui, in primo luogo: il cliente deve avere sempre ben presente che è della roba sua che si discute, né può pretendere di chiedere all’avvocato di prendere una decisione per lui (l’avvocato che accettasse un simile compito sarebbe, per parte sua, un assoluto incosciente — e un pessimo avvocato); in altre parole, l’avvocato ha il dovere di responsabilizzare il proprio cliente e di mantenere il proprio ruolo ben distinto.
Risolvere un problema: bisogna intendersi bene, al riguardo; non significa affatto “vincere la causa”: le cause si vincono se il cliente ha ragione (giudice permettendo, of course…); risolvere il problema significa individuare e proporre al cliente una o più soluzioni che siano in grado di eliminare la seccatura che sta passando in quel momento; ciò può anche comprendere la necessità di dire al cliente che ha torto marcio, che ha sbagliato qualcosa, che è meglio NON fare causa (regola aurea: MAI esortare il cliente a iniziare una lite, casomai il contrario…).
Ecco a cosa serve (dovrebbe servire) l’avvocato.
Certo, alle volte ci vuole coraggio: il coraggio di non dire ciò che l’interlocutore vorrebbe sentire.
Purtroppo — e questo sì che è vero — non tutti gli avvocati hanno questo coraggio.
Forse è questa una delle ragioni per cui godono (godiamo) di così cattiva fama.