Il futuro, adesso

CopertinaL’iconografia che si è affermata nel tempo vuole l’avvocato perpetuamente impaludato nella toga e “parruccone” anche di fatto (sebbene quest’ultimo aspetto pertenga più propriamente alla tradizione inglese, e anche colà è in via d’estinzione).
D’altro canto, lo stesso ambiente della giustizia, in Italia, appare sovente fuori sincrono con la realtà quotidiana (anche e soprattutto per i tempi dilatati ed estenuanti che anche il più bagatellare dei processi finisce coll’assumere).
Pensare, quindi, all’ingresso in modo pervasivo e caratterizzante delle tecnologie dell’informazione nel mondo del processo (civile, principalmente e per ora) potrebbe rendere un effetto straniante, quasi fantascientifico.
Infatti, come fantascienza il processo telematico continua ad apparire a molti che pure sono chiamati quotidianamente a praticarlo.
Ma il processo telematico è realtà, e già da oltre un anno; non per questo può dirsi una realtà stabile e consolidata: il legislatore procede per strappi e ripensamenti, stravolgendo la legislazione a brevi intervalli e rendendo vieppiù problematico non diciamo una disamina scientifica della materia ma anche solo orientarsi nelle prassi applicative per il disbrigo degli affari più comuni.
Ma se anche i giuristi più in sintonia con il progresso tecnologico faticano a tenere la rotta nel mare mosso del processo informatizzato, cosa ne è della pletora di avvocati (e non solo) che nei confronti delle tecnologie informatiche provano una panoplia di sentimenti che vanno dal terrore alla ripulsa, passando tutti per lo smarrimento?
Il processo telematico non è un’opzione, è IL processo.
Il processo telematico non è il futuro, è adesso.
Essere un avvocato non si riduce a fare l’avvocato; significa pure riflettere sulla professione, sul modo di espletarla, anche sotto un profilo scientifico — della scienza giuridica, ovviamente.
Dall’esperienza professionale (anche nelle istituzioni forensi) e dall’inclinazione personale alle tecnologie informatiche nasce quindi il mio opus n. 2, in uscita in questi giorni presso Giuffrè editore: Procedura civile digitale.
L’opera si pone un’ambizione: illustrare quanto più completamente possibile il processo telematico, non solo sotto l’aspetto tecnologico ma anche soprattutto nell’ottica del giurista, senza peraltro dimenticare che un’opera del genere ha senso se trova immediato riscontro applicativo pratico; di qui, il sottotitolo: “Prontuario teorico-pratico del processo telematico”.
Come tutti gli autori, attendo con trepidazione e impazienza impressioni e feedback dai lettori, sperando — è ovvio — di averne, magari qualcuno più di venticinque…

Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.

Pubblicità per me stesso

CoverLa quotidianità della professione è fatta anche di incombenze, piccole e grandi, che traducono in concreto lo sforzo intellettuale dell’avvocato.
Una di queste è la notificazione, cioè l’attività tramite la quale determinati atti dell’avvocato vengono comunicati ufficialmente ai naturali destinatari degli stessi.
L’organo deputato a svolgere l’attività di notificazione è l’Ufficiale giudiziario addetto all’Ufficio giudiziario competente per la causa cui l’atto inerisce.
Per ovviare al surplus di lavoro incombente agli Uffici UNEP (acronimo per Ufficio Notificazioni Esecuzioni e Protesti, ossia l’Ufficio che comprende gli Ufficiali giudiziari), ancora nel lontano 1994 venne promulgata la Legge 21 gennaio 1994 n. 53, che attribuisce anche agli avvocati (a determinate condizioni) la facoltà di provvedere in proprio alle notificazioni (cioè, senza ricorrere all’operato dell’Ufficiale giudiziario).
Come ogni (rara) buona legge, non ha incontrato il successo che avrebbe meritato, tant’è che gli avvocati che effettivamente provvedono in proprio alle notificazioni sono una minoranza.
Mettendo a frutto l’esperienza maturata sia come avvocato “notificatore” (dal 2003), sia come Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Venezia (dal 2010), mi sono cimentato con la stesura di un libro, che adesso esce per i tipi dell’editore Giuffrè (tra le più prestigiose case editrici del settore giuridico), nella collana “Officina del diritto” (rivolta ai professionisti del settore, con un taglio pratico senza rinunciare all’approfondimento e al ragionamento giuridico).
L’opera si intitola “Le notificazioni dell’avvocato”: mi auguro (ovviamente) che sia ben accolta e possa anche fornire un (sia pur piccolo) contributo al miglior andamento del servizio giustizia.

Un requiem per la giustizia di prossimità

Con i decreti legislativi nn. 155 e 156 del 7 settembre 2012 il Governo ha proceduto alla “epocale” (nelle parole del Ministro Guardasigilli Paola Severino) riforma della geografia giudiziaria, ridisegnando radicalmente la mappa degli uffici di Tribunale e del Giudice di Pace.
In breve, sono stati soppressi 31 Tribunali e le relative Procure della Repubblica, 220 Sezioni Distaccate territoriali di Tribunale e 667 sedi del Giudice di Pace, disponendo l’accorpamento degli uffici soppressi a quelli dei rispettivi capoluoghi di provincia. Per i soli uffici del Giudice di Pace è stata tuttavia prevista la facoltà di mantenere quelli soppressi, purché i relativi costi di gestione (per sede e personale amministrativo) vengano assunti dagli enti locali interessati (Comuni sede ovvero consorzi di Comuni rientranti nella competenza territoriale dell’ufficio “da salvare”).
Indubbiamente, si può convenire con il Ministro Severino sulla “epocalità” della riforma; purché il termine sia inteso in senso “tragico”.
Solo chi non abbia esperienza quotidiana del “(dis)servizio Giustizia” (e il Ministro Severino — che è sì avvocato, ma operante a un livello assai più elevato di quello che interessa i cittadini “comuni” — tale esperienza non ha) può, infatti, rallegrarsi per il vero e proprio taglio lineare in cui la riforma in esame si è in effetti concretata.
Per giustificare la falcidia di uffici giudiziari, il Ministro ha fatto l’esempio di una particolare sezione distaccata di Tribunale che, in effetti, non presentava numeri tali da giustificarne il mantenimento e sulla quale, quindi, sarebbe stato opportuno intervenire; così come, indubbiamente, molti altri uffici giudiziari meritavano di essere soppressi e/o accorpati, per recuperare efficienza e funzionalità.
Ma, operando come si è fatto, si è finito col gettare anche il bambino, insieme all’acqua sporca.
In ossequio alla proposizione 7 del Tractatus Logico-Philophicus di Ludwig Wittgenstein (“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”), limiteremo le considerazioni al circondario di Venezia, al quale (almeno, per il momento) ancora apparteniamo.
Orbene, il territorio di competenza del Tribunale Ordinario e del Giudice di Pace di Venezia coincide con la provincia di Venezia, che, a differenza della maggior parte d’Italia, si conforma quale una lingua stretta e lunga più di centoventi chilometri da un estremo all’altro (Chioggia a ovest, Bibione di San Michele al Tagliamento a est) e il cui capoluogo — Venezia, appunto — è l’assoluta epitome della scomodità: chi si sia trovato nella necessità di recarsi alla sede centrale del Tribunale Ordinario di Venezia (a Rialto) sa benissimo di cosa stiamo parlando (tutti gli altri potranno capirlo anche solo facendosi un giro su Google Maps).
Ma anche a non voler tenere in alcun conto (come, in effetti, è stato) le esigenze degli utenti del (dis)servizio Giustizia (avvocati e cittadini “comuni”), non va taciuta la tragica inadeguatezza in cui versano le sedi degli uffici giudiziari disseminati qua e là nel centro storico di Venezia: già adesso, per stare solo al Tribunale, spazi e personale sono largamente insufficienti rispetto al carico di lavoro che grava sull’Ufficio; con la soppressione delle quattro sezioni distaccate territoriali (Chioggia, Dolo, San Donà di Piave e Portogruaro— per quanto quest’ultima sia stata, unicum nazionale, “dirottata” sotto il ben più vicino Tribunale Ordinario di Pordenone) si riverseranno sul capoluogo gli affari e gli utenti di uffici che non erano certo sottoutilizzati come quello portato a esempio dal Ministro (non arriverà, invece, tutto il personale che operava nelle soppresse sezioni distaccate, perché a Venezia — sede disagiata anche per definizione amministrativa — nessuno accetta di essere trasferito).
Risultato: se già adesso il Tribunale Ordinario di Venezia arranca faticosamente, quando la riforma entrerà effettivamente a regime (nel settembre 2013) il sistema collasserà su stesso, con buona pace del Ministro, del Sindaco di Venezia (pur’egli avvocato, ma non aduso alle aule ordinarie, bensì alle più elitarie camere della Giustizia amministrativa) e dei teorici dell’accentramento (“big is beautiful”, secondo costoro…).
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, in questi ultimissimi, convulsi giorni di fine legislatura tocca assistere al tentativo (goffo e maldestro, invero) da parte di alcuni parlamentari di prorogare di due anni l’entrata a regime della riforma (con ciò, forse, anticipando le speranze neanche troppo inconfessate di coloro che attendono le prossime elezioni come l’occasione per disfare quanto appena fatto, come una tela di Penelope).
Quel tentativo non pare avere, invero, troppe chances di riuscita.
E, paradossalmente, c’è forse da augurarsi che proprio non riesca, e che i prossimi Parlamento e Governo non lo reiterino: perché intanto l’amministrazione della giustizia si è mossa per dare attuazione alla legge appena emanata (com’è giusto che sia, per quanti e quali appunti alla legge si vogliano e possano fare); se si bloccasse tutto adesso si finirebbe col peggiorare ulteriormente la situazione, ritrovandosi con uffici formalmente aperti e attivi ma in pratica paralizzati.
Per rimanere alla situazione veneziana, il fallout negativo potrebbe essere in parte ammortizzato dall’efficiente funzionamento del Processo Telematico, soprattutto se entrassero a regime le funzionalità ancora non attivate, tra le quali in particolare la possibilità di effettuare per via telematica operazioni di cancelleria quali il deposito di atti o l’estrazione di copie.
Ma a fare un bilancio di ciò in cui il Processo Telematico si è finora concretato — cioè la possibilità di consultare da remoto i registri di cancelleria e l’invio tramite posta elettronica certificata delle comunicazioni e notificazioni di cancelleria (le operazioni tecnicamente più semplici e meno problematiche) — c’è solo da trarre ulteriori motivi di sconforto e sfiducia: tra interruzioni del servizio per manutenzione e correzione dei sistemi ed errori non preventivati, sono più i disagi che il Processo Telematico ha causato dei benefici che ha arrecato.
E allora occorre tristemente prendere atto che i giudici sono rimasti solo a Berlino.

Avvocatura e liberalizzazioni

L’art. 9 D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ha introdotto l’obbligo per l’avvocato di pattuire previamente con il proprio cliente il compenso per l’incarico professionale (che dev’essere conferito con atto scritto), nel contempo abrogando le tariffe professionali.
Ciò è stato salutato da molti come “una salutare liberalizzazione, che comporterà significativi risparmi per il consumatore e un generale ridimensionamento dei costi di giustizia”.
L’avvocatura nel suo insieme, invece, ha fortemente criticato tale innovazione legislativa.
La reazione degli avvocati è stata da più parti bollata come “chiusura corporativa” e “difesa di una insostenibile rendita di posizione”.
Se si considera che la tariffa professionale è stata da sempre e sino a oggi un punto cardinale di riferimento per tutti gli operatori del servizio giustizia (avvocati, certo, ma anche magistrati), non deve sorprendere né tantomeno scandalizzare che un’intera (e nemmeno troppo ristretta, in termini numerici) categoria professionale si sia trovata all’improvviso disorientata e abbia reagito di conseguenza, tenuto conto, inoltre, che il citato art. 9 demolisce un sistema di determinazione dei compensi sedimentato da tempi pressoché immemorabili senza preoccuparsi di indicarne uno nuovo o almeno alternativo.
Si dice che così sia stata introdotta la concorrenza nei servizi professionali.
A dir il vero, questo effetto si era già avuto in occasione delle cosiddette “lenzuolate di Bersani”, quando era stata abrogata l’obbligatorietà dei minimi tariffari.
A mio sommesso avviso (ma non credo di essere isolato, al riguardo), l’errore di prospettiva sta nel considerare le professioni intellettuali alla stregua di una qualsiasi altra attività imprenditoriale o commerciale.
In tal senso dovrebbe leggersi anche quanto si è sentito a proposito dei limiti all’accesso alla professione (tirocinio post laurea ed esame di abilitazione).
In realtà, pare non volersi considerare un altro, fondamentale aspetto.
L’avvocato svolge una funzione costituzionale (garantisce il diritto di difesa: art. 24 della Costituzione), per certi versi obbligatoria (la difesa personale non è consentita dalla legge, salvo casi particolarissimi), trattando una materia vasta e complessa, nella quale la competenza professionale è, da un lato un obbligo del professionista, dall’altro un diritto della parte assistita.
Le scorciatoie in nome di una presunta “legge del mercato” si rivelano allora un pericolo di notevole entità per chi necessiti di ricorrere alle cure di un professionista.
Il caso degli abogados è illuminante, al riguardo: in Spagna è sufficiente la laurea per iscriversi all’albo professionale ed esercitare la professione forense; poiché la normativa europea consente ai professionisti di stabilirsi in qualunque paese dell’Unione per esercitare la professione, molti italiani, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, si sono trasferiti in Spagna, hanno ottenuto il riconoscimento del titolo di studio anche colà (sostenendo alcuni esami integrativi), si sono iscritti all’albo degli abogados e sono poi rientrati in Italia, pretendendo l’iscrizione negli albi italiani, così saltando a pie’ pari tirocinio ed esame di abilitazione (se non è un espediente in frode alla legge questo…).
Scusate la brutale franchezza, ma: vi fareste curare da un medico che non abbia sostenuto l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione?
E all’avvocato non si affida forse la cura di interessi che possono essere vitali (per esempio: la difesa in un processo penale per un grave reato; oppure la richiesta di risarcimento di un grave danno alla persona da sinistro stradale)?
Si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Meglio concludere su questa considerazione: si tutelerebbero davvero e meglio gli interessi del cittadino se si rendesse più efficiente il servizio giustizia e si assicurasse, più che l’economicità, la qualità del professionista.
Ma garantire la qualità comporta dei costi, che sono tutti a carico del professionista.
Se un avvocato è costretto a svendere il suo lavoro, non potrà sostenere gli oneri necessari per mantenere un livello qualitativo dignitoso e sufficiente, a tutto discapito del cliente.
Un avvocato low cost potrà rendere solo un servizio low quality.
Se queste sono “liberalizzazioni”…

Una piccola, buona notizia

In questi giorni di fine anno (e di fine legislatura regionale), gli Avvocati del Foro di Venezia (ma, debbo supporre, anche gli Avvocati degli altri Ordini veneti) stanno ricevendo presso i loro Studi un omaggio da parte del Consiglio Regionale del Veneto: un CD–ROM contenente l’intera produzione normativa della Regione Veneto dal 1970 ai giorni nostri.
L’iniziativa non è nuova (il CD–ROM è già alla sua quinta edizione), ma rimane pur sempre lodevole (anche se la disponibilità dei medesimi testi normativi sul sito Internet della Regione ne ha in qualche modo diminuito l’importanza).
Mi piace farne cenno adesso perché in quest’occasione il CD–ROM è stato ottimizzato (oltre che per i “soliti” Windows e Mac OS X) anche per Linux (per la verità, pur senza che fosse dichiarato, anche le precedenti versioni dell’opera erano consultabili in ambiente Linux, dal momento che il CD–ROM è strutturato come un sito web).
Speriamo ora che l’attenzione così dimostrata per il sistema operativo libero GNU/Linux da parte di un’Istituzione non rimanga episodio isolato e fine a se stesso (quasi un “spot” modernista), ma sia il preludio a una più ampia e decisa iniziativa affinché il software libero sia sempre più adottato nelle Pubbliche Amministrazioni.
Come ho già avuto occasione di affermare, non si tratta solo di una questione “ideale” o “ideologica”: in favore del software libero militano non solo ragioni tecniche ma anche — e soprattutto, a livello di più immediata percezione — economico–finanziarie, poiché, essendo il software libero molto spesso anche gratuito, la migrazione verso questi sistemi alternativi ai più noti programmi commerciali concreterebbe pure un notevole risparmio per le pubbliche casse, consentendo di dirottare le risorse che così si libererebbero verso altre e non meno pressanti esigenze.
Non capita spesso, invero, di parlar bene di un consesso politico: l’augurio, in questo periodo, è anche di poterlo fare ancora.

Il processo degenerativo

Il Parlamento ha approvato un paio di mesi orsono la Legge 18/06/2009 n. 69 (pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 95/L alla Gazzetta Ufficiale del 19/06/2009 n. 140) intitolata “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, una parte della quale (artt. 45 – 54) ha apportato modifiche al Codice di Procedura Civile e ad altre leggi processuali, nell’intento di rimediare alle lungaggini e inefficienze che da troppo tempo affliggono la giustizia civile.
Spiccano, fra l’altro, l’abolizione del cosiddetto “rito societario” (introdotto appena sei anni fa, con D.Lgs. 17/01/2003 n. 5) e l’introduzione del nuovo “procedimento sommario di cognizione”.
L’intento generale, che può trarsi a una prima lettura del provvedimento, tende a una sempre maggiore concentrazione dell’attività d’udienza, nell’auspicio che, riducendo le udienze avanti il Giudice, si riducano del pari i tempi morti e la durata dei processi.
È ancora troppo presto per verificare sul campo se le innovazioni in parola siano adeguate al raggiungimento dello scopo dichiarato e, nel caso, in quali concreti termini lo sveltimento sia stato ottenuto.
Tuttavia, pregresse e ripetute esperienze di consimili riforme ci hanno ogni volta confermato la sconsolata intuizione di Tomasi di Lampedusa: tutto cambia per rimanere quello che è (i francesisti potrebbero ricordare l’analoga massima: plus ça change, plus c’est la même chose).
Il Legislatore pare ostinatamente non volersi render conto che non è il numero delle udienze ad allungare a dismisura i tempi processuali, bensì l’intervallo di tempo fra ciascuna; cosicché, se il Giudice necessita di un determinato tempo per poter conoscere, gestire e decidere ciascuna singola causa, la concentrazione delle attività non vale a diminuire l’impegno complessivo del magistrato: la diminuzione del numero delle udienze comporterà semplicemente la dilatazione dell’intervallo temporale fra l’una e l’altra, senza effetto sulla durata complessiva del processo.
È perfino frustrante dover ripetere, ogni volta, che se non si mette mano a una seria revisione delle risorse assegnate alla Giustizia, non si otterrà nulla se non il progressivo peggioramento della situazione.
Occorrono strutture più attrezzate, sia sotto il profilo delle dotazioni tecniche (strumenti informatici, ma non solo), sia sotto il profilo del personale (più addetti, e con maggior professionalità); occorre ripensare la geografia giudiziaria, avendo il coraggio di prendere decisioni anche impopolari (in certe zone d’Italia vi sono Tribunali dove, forse, sarebbero sufficienti delle Sezioni Distaccate; e in altre, Sezioni Distaccate con la sede centrale a pochi minuti d’automobile e senza particolari problemi di traffico; chissà perché, invece, quando qualcuno propone di chiudere delle Sezioni Distaccate, si riferisce a realtà disagiate sotto il profilo delle vie di comunicazione ma, al contempo, virtuose sotto l’aspetto della produttività dell’ufficio: per chi non l’avesse capito, sto parlando di Portogruaro).
Occorre, in una parola, spendere; e se i soldi a disposizione sono pochi, si rinunci a opere faraoniche di dubbia utilità per la collettività (ma di gran rientro per i politici e per certi ambienti, non esattamente di piena legalità…).
Pare, invece, che ci si accontenti degli annunci a effetto: il 20 luglio u.s. i Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione e Innovazione hanno sottoscritto con la Presidente della Corte d’Appello di Venezia e i Presidenti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati del Veneto due protocolli d’intesa per l’attuazione del processo civile telematico.
Sembrerebbe chissà cosa, invece si tratta appena di effettuare per via telematica la comunicazione dei biglietti di cancelleria e digitalizzare un po’ di materiale cartaceo a uso interno.
Non che siano cose che non vanno bene, intendiamoci; ma c’è da chiedersi se il personale sarà all’altezza anche di questi modesti compiti, vista la generalizzata idiosincrasia per le tecnologie informatiche (manco a dirlo, non una parola su aggiornamento delle dotazioni o formazione degli addetti ai lavori).
(Degli avvocati preferisco non parlare, per carità e spirito di corpo.)
Cosa dire ancora?
Che speriamo di sbagliarci, stavolta…

Quando una decisione è impopolare

Ha destato parecchio scalpore la recente decisione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma di concedere, su richiesta della Procura della Repubblica, gli arresti domiciliari a un uomo fermato perché accusato di aver commesso una violenza sessuale la notte di Capodanno.
Pare che l’uomo in questione abbia ammesso la violenza; sia reo confesso, dunque.
Perché allora non è rimasto in cella a scontare la sua colpa?
Per un elementare principio di civiltà giuridica, che talvolta pare si tenda a dimenticare.
In base a detto principio, non è possibile privare una persona della libertà se non in due casi:
1) perché la persona è stata condannata con sentenza divenuta irrevocabile;
2) perché sussistono comprovate esigenze cautelari.
Ora, nel caso in questione non c’è ancora alcuna sentenza, poiché il processo deve ancora essere celebrato.
Sarebbe stato quindi eventualmente possibile restringere in carcere l’indagato (il quale, si ricordi, è ancora sotto l’usbergo della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma secondo, della Costituzione, che  vale per tutti gli indagati e gli imputati) solo nel caso vi fossero state esigenze cautelari, cioè si volesse evitare il rischio che l’indagato si dia alla fuga oppure cerchi di distruggere o alterare il quadro probatorio oppure ancora commetta nuovamente lo stesso reato.
Evidentemente, il Giudice ha ritenuto, anche in forza della resa confessione, che non sussistessero esigenze cautelari tali da giustificare la custodia in carcere, ma che si potessero legittimamente disporre solo gli arresti domiciliari.
Le notizie apparse sulla stampa, in effetti, paiono confermare la correttezza della decisione: se Procura o G.I.P. avessero provveduto in senso più prossimo al sentire popolare avrebbero sbagliato e l’indagato si sarebbe probabilmente visto scarcerare dal Tribunale del Riesame o da altro giudice d’impugnazione.
Certo, la vittima del reato ha avuto una reazione forte, ed è assolutamente comprensibile.
Ma la discussione “pubblica” del caso avrebbe dovuto arrestarsi qui: il sostrato tecnico–giuridico è troppo complesso per formare oggetto di soddisfacente disamina al di fuori delle sedi competenti.
È stato grave, invece, fare di tale argomento l’oggetto di un talk show della domenica pomeriggio, finendo non col fare informazione, ma il suo esatto contrario.
È invece il caso di rammentare alcuni, fondamentali capisaldi del diritto.
In primo luogo, che la legge è uguale per tutti.
Poi, che poco più d’una una quindicina d’anni fa la disciplina della custodia cautelare in carcere era molto meno rigida e restrittiva dell’attuale, tant’è vero che a molti pubblici ministeri fu (anche fondatamente) rimproverato d’avere le “manette facili”.
Fu dunque per ovviare a tale “facilità” che la disciplina delle misure cautelari ha assunto col tempo l’attuale assetto.
I maliziosi hanno inferito che così è stato per evitare che certi indagati “eccellenti” potessero essere incarcerati.
Quali che fossero le ragioni alla base di tale riforma, la concreta conseguenza è stata che, per reati la cui pena sia inferiore a una certa soglia edittale, la custodia cautelare in carcere non è possibile.
E siccome la legge è uguale per tutti, non si guarda al tipo di reato ma solo alla misura della pena prevista (salvo poche, ristrette eccezioni; allargare il novero delle quali avrebbe potuto concretare una disparità di trattamento non ammissibile a livello costituzionale).
Ergo: per “tener fuori” “qualcuno” è stato necessario “tenerne fuori” tanti altri.
Sono gli effetti collaterali di ciò che chiamano “stato di diritto”.
Ove ciò non accade, c’è la dittatura.
Chi fosse tentato di dire che lo preferirebbe, provi a pensare per un attimo di finire dalla parte sbagliata (magari anche solo per errore; più facile che capiti ove non ci sono controlli e garanzie)

Aggiornamento: Alcuni giorni fa, il Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge in materia di sicurezza, per cui sarebbe esclusa la possibilità di concedere gli arresti domiciliari a chi sia accusato di stupro (oltre ad altre restrizioni a carico dei colpevoli).
È presto per i commenti: occorrerà attendere l’approvazione definitiva della norma, ed esaminarne il testo finale; fin da subito, tuttavia, si può osservare come la norma paia nascere sull’onda dell’emozione per i recenti, odiosi fatti di cronaca, il che non è mai un buon viatico per una buona legge (nelle parole di un ex giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America: “Hard cases make bad laws¨).