Una piccola, buona notizia

In questi giorni di fine anno (e di fine legislatura regionale), gli Avvocati del Foro di Venezia (ma, debbo supporre, anche gli Avvocati degli altri Ordini veneti) stanno ricevendo presso i loro Studi un omaggio da parte del Consiglio Regionale del Veneto: un CD–ROM contenente l’intera produzione normativa della Regione Veneto dal 1970 ai giorni nostri.
L’iniziativa non è nuova (il CD–ROM è già alla sua quinta edizione), ma rimane pur sempre lodevole (anche se la disponibilità dei medesimi testi normativi sul sito Internet della Regione ne ha in qualche modo diminuito l’importanza).
Mi piace farne cenno adesso perché in quest’occasione il CD–ROM è stato ottimizzato (oltre che per i “soliti” Windows e Mac OS X) anche per Linux (per la verità, pur senza che fosse dichiarato, anche le precedenti versioni dell’opera erano consultabili in ambiente Linux, dal momento che il CD–ROM è strutturato come un sito web).
Speriamo ora che l’attenzione così dimostrata per il sistema operativo libero GNU/Linux da parte di un’Istituzione non rimanga episodio isolato e fine a se stesso (quasi un “spot” modernista), ma sia il preludio a una più ampia e decisa iniziativa affinché il software libero sia sempre più adottato nelle Pubbliche Amministrazioni.
Come ho già avuto occasione di affermare, non si tratta solo di una questione “ideale” o “ideologica”: in favore del software libero militano non solo ragioni tecniche ma anche — e soprattutto, a livello di più immediata percezione — economico–finanziarie, poiché, essendo il software libero molto spesso anche gratuito, la migrazione verso questi sistemi alternativi ai più noti programmi commerciali concreterebbe pure un notevole risparmio per le pubbliche casse, consentendo di dirottare le risorse che così si libererebbero verso altre e non meno pressanti esigenze.
Non capita spesso, invero, di parlar bene di un consesso politico: l’augurio, in questo periodo, è anche di poterlo fare ancora.

Il processo degenerativo

Il Parlamento ha approvato un paio di mesi orsono la Legge 18/06/2009 n. 69 (pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 95/L alla Gazzetta Ufficiale del 19/06/2009 n. 140) intitolata “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, una parte della quale (artt. 45 – 54) ha apportato modifiche al Codice di Procedura Civile e ad altre leggi processuali, nell’intento di rimediare alle lungaggini e inefficienze che da troppo tempo affliggono la giustizia civile.
Spiccano, fra l’altro, l’abolizione del cosiddetto “rito societario” (introdotto appena sei anni fa, con D.Lgs. 17/01/2003 n. 5) e l’introduzione del nuovo “procedimento sommario di cognizione”.
L’intento generale, che può trarsi a una prima lettura del provvedimento, tende a una sempre maggiore concentrazione dell’attività d’udienza, nell’auspicio che, riducendo le udienze avanti il Giudice, si riducano del pari i tempi morti e la durata dei processi.
È ancora troppo presto per verificare sul campo se le innovazioni in parola siano adeguate al raggiungimento dello scopo dichiarato e, nel caso, in quali concreti termini lo sveltimento sia stato ottenuto.
Tuttavia, pregresse e ripetute esperienze di consimili riforme ci hanno ogni volta confermato la sconsolata intuizione di Tomasi di Lampedusa: tutto cambia per rimanere quello che è (i francesisti potrebbero ricordare l’analoga massima: plus ça change, plus c’est la même chose).
Il Legislatore pare ostinatamente non volersi render conto che non è il numero delle udienze ad allungare a dismisura i tempi processuali, bensì l’intervallo di tempo fra ciascuna; cosicché, se il Giudice necessita di un determinato tempo per poter conoscere, gestire e decidere ciascuna singola causa, la concentrazione delle attività non vale a diminuire l’impegno complessivo del magistrato: la diminuzione del numero delle udienze comporterà semplicemente la dilatazione dell’intervallo temporale fra l’una e l’altra, senza effetto sulla durata complessiva del processo.
È perfino frustrante dover ripetere, ogni volta, che se non si mette mano a una seria revisione delle risorse assegnate alla Giustizia, non si otterrà nulla se non il progressivo peggioramento della situazione.
Occorrono strutture più attrezzate, sia sotto il profilo delle dotazioni tecniche (strumenti informatici, ma non solo), sia sotto il profilo del personale (più addetti, e con maggior professionalità); occorre ripensare la geografia giudiziaria, avendo il coraggio di prendere decisioni anche impopolari (in certe zone d’Italia vi sono Tribunali dove, forse, sarebbero sufficienti delle Sezioni Distaccate; e in altre, Sezioni Distaccate con la sede centrale a pochi minuti d’automobile e senza particolari problemi di traffico; chissà perché, invece, quando qualcuno propone di chiudere delle Sezioni Distaccate, si riferisce a realtà disagiate sotto il profilo delle vie di comunicazione ma, al contempo, virtuose sotto l’aspetto della produttività dell’ufficio: per chi non l’avesse capito, sto parlando di Portogruaro).
Occorre, in una parola, spendere; e se i soldi a disposizione sono pochi, si rinunci a opere faraoniche di dubbia utilità per la collettività (ma di gran rientro per i politici e per certi ambienti, non esattamente di piena legalità…).
Pare, invece, che ci si accontenti degli annunci a effetto: il 20 luglio u.s. i Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione e Innovazione hanno sottoscritto con la Presidente della Corte d’Appello di Venezia e i Presidenti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati del Veneto due protocolli d’intesa per l’attuazione del processo civile telematico.
Sembrerebbe chissà cosa, invece si tratta appena di effettuare per via telematica la comunicazione dei biglietti di cancelleria e digitalizzare un po’ di materiale cartaceo a uso interno.
Non che siano cose che non vanno bene, intendiamoci; ma c’è da chiedersi se il personale sarà all’altezza anche di questi modesti compiti, vista la generalizzata idiosincrasia per le tecnologie informatiche (manco a dirlo, non una parola su aggiornamento delle dotazioni o formazione degli addetti ai lavori).
(Degli avvocati preferisco non parlare, per carità e spirito di corpo.)
Cosa dire ancora?
Che speriamo di sbagliarci, stavolta…

Quando una decisione è impopolare

Ha destato parecchio scalpore la recente decisione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma di concedere, su richiesta della Procura della Repubblica, gli arresti domiciliari a un uomo fermato perché accusato di aver commesso una violenza sessuale la notte di Capodanno.
Pare che l’uomo in questione abbia ammesso la violenza; sia reo confesso, dunque.
Perché allora non è rimasto in cella a scontare la sua colpa?
Per un elementare principio di civiltà giuridica, che talvolta pare si tenda a dimenticare.
In base a detto principio, non è possibile privare una persona della libertà se non in due casi:
1) perché la persona è stata condannata con sentenza divenuta irrevocabile;
2) perché sussistono comprovate esigenze cautelari.
Ora, nel caso in questione non c’è ancora alcuna sentenza, poiché il processo deve ancora essere celebrato.
Sarebbe stato quindi eventualmente possibile restringere in carcere l’indagato (il quale, si ricordi, è ancora sotto l’usbergo della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma secondo, della Costituzione, che  vale per tutti gli indagati e gli imputati) solo nel caso vi fossero state esigenze cautelari, cioè si volesse evitare il rischio che l’indagato si dia alla fuga oppure cerchi di distruggere o alterare il quadro probatorio oppure ancora commetta nuovamente lo stesso reato.
Evidentemente, il Giudice ha ritenuto, anche in forza della resa confessione, che non sussistessero esigenze cautelari tali da giustificare la custodia in carcere, ma che si potessero legittimamente disporre solo gli arresti domiciliari.
Le notizie apparse sulla stampa, in effetti, paiono confermare la correttezza della decisione: se Procura o G.I.P. avessero provveduto in senso più prossimo al sentire popolare avrebbero sbagliato e l’indagato si sarebbe probabilmente visto scarcerare dal Tribunale del Riesame o da altro giudice d’impugnazione.
Certo, la vittima del reato ha avuto una reazione forte, ed è assolutamente comprensibile.
Ma la discussione “pubblica” del caso avrebbe dovuto arrestarsi qui: il sostrato tecnico–giuridico è troppo complesso per formare oggetto di soddisfacente disamina al di fuori delle sedi competenti.
È stato grave, invece, fare di tale argomento l’oggetto di un talk show della domenica pomeriggio, finendo non col fare informazione, ma il suo esatto contrario.
È invece il caso di rammentare alcuni, fondamentali capisaldi del diritto.
In primo luogo, che la legge è uguale per tutti.
Poi, che poco più d’una una quindicina d’anni fa la disciplina della custodia cautelare in carcere era molto meno rigida e restrittiva dell’attuale, tant’è vero che a molti pubblici ministeri fu (anche fondatamente) rimproverato d’avere le “manette facili”.
Fu dunque per ovviare a tale “facilità” che la disciplina delle misure cautelari ha assunto col tempo l’attuale assetto.
I maliziosi hanno inferito che così è stato per evitare che certi indagati “eccellenti” potessero essere incarcerati.
Quali che fossero le ragioni alla base di tale riforma, la concreta conseguenza è stata che, per reati la cui pena sia inferiore a una certa soglia edittale, la custodia cautelare in carcere non è possibile.
E siccome la legge è uguale per tutti, non si guarda al tipo di reato ma solo alla misura della pena prevista (salvo poche, ristrette eccezioni; allargare il novero delle quali avrebbe potuto concretare una disparità di trattamento non ammissibile a livello costituzionale).
Ergo: per “tener fuori” “qualcuno” è stato necessario “tenerne fuori” tanti altri.
Sono gli effetti collaterali di ciò che chiamano “stato di diritto”.
Ove ciò non accade, c’è la dittatura.
Chi fosse tentato di dire che lo preferirebbe, provi a pensare per un attimo di finire dalla parte sbagliata (magari anche solo per errore; più facile che capiti ove non ci sono controlli e garanzie)

Aggiornamento: Alcuni giorni fa, il Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge in materia di sicurezza, per cui sarebbe esclusa la possibilità di concedere gli arresti domiciliari a chi sia accusato di stupro (oltre ad altre restrizioni a carico dei colpevoli).
È presto per i commenti: occorrerà attendere l’approvazione definitiva della norma, ed esaminarne il testo finale; fin da subito, tuttavia, si può osservare come la norma paia nascere sull’onda dell’emozione per i recenti, odiosi fatti di cronaca, il che non è mai un buon viatico per una buona legge (nelle parole di un ex giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America: “Hard cases make bad laws¨).

La via tecnologica al processo civile

Uno dei mali che affliggono la giustizia italiana è la biblica lunghezza dei processi.
Per fare solo degli esempi (tratti dalla personale esperienza di chi scrive):

  • i rinvii fra un’udienza e l’altra nel processo civile sono nell’ordine dei tre o quattro mesi (nelle sedi più efficienti o meno oberate di cause; a’ termini di Codice di Procedura Civile, il rinvio non dovrebbe superare i 15 giorni…);
  • tra l’ultima udienza della fase istruttoria e l’udienza di precisazione delle conclusioni (dopo la quale le Parti depositano le scritture difensive conclusive e il Giudice emette in seguito la sentenza) il rinvio è di circa un anno (nella Sezione Distaccata di Portogruaro del Tribunale Ordinario di Venezia; val la pena di sottolineare come la Sezione Distaccata di Portogruaro sia un Ufficio giudiziario discretamente efficiente);
  • alla Corte d’Appello di Venezia, dopo la prima udienza (in cui, Codice di Procedura Civile alla mano, la Corte dovrebbe assegnare alle Parti un termine di circa tre mesi per il deposito di scritture conclusionali e poi trattenere la causa in decisione, per emettere di lì a poche settimane la sentenza) ne viene fissata un’altra “per la precisazione delle conclusioni”: due o tre settimane or sono ho sentito rinviare, a tal fine, al 2014 (duemilaquattordici!).

Le ragioni di un simile disservizio (non parliamo di “catastrofe” solo per non sentirci accusare di fare del “sensazionalismo”) sono molteplici e note, e non ci spenderemo altre parole, qui.
Il Ministero della Giustizia, nel lodevole intento di rendere (più) efficiente la macchina giudiziaria, ha da tempo intrapreso una — in sé — meritoria iniziativa di informatizzazione, che dovrebbe sfociare (prima o poi) nel cosiddetto “processo civile telematico”.
In sostanza, il PCT consentirà agli avvocati e ad altri soggetti di svolgere direttamente dal personal computer del proprio studio professionale un certo numero di attività procedurali che adesso richiedono l’uso dei supporti cartacei per gli atti e i documenti del processo civile nonché la presenza fisica degli operatori (avvocati, consulenti, collaboratori, etc.) negli angusti e sovraffollati Tribunali d’Italia; in particolare, si potranno consultare registri e ruoli delle cause ed effettuare depositi e comunicazioni per via telematica.
Il PCT da solo non sarà né potrà essere la panacea di tutti i mali della Giustizia italiana, ma di certo potrebbe essere un potente strumento per recuperare efficienza e ridurre i costi.
Potrebbe, ma non nell’attuale contesto italiano, né per come è stato sinora impostato.
Non nell’attuale contesto, perché troppo pochi sono gli avvocati (e gli operatori della Giustizia in genere) che, non diremo siano esperti informatici, ma che sanno utilizzare in maniera appena sufficiente gli strumenti informatici.
Finché, quindi, non si comincerà a guardare al computer come a uno strumento da saper usare (allo stesso modo in cui si impara a guidare l’automobile oppure a memorizzare un numero di telefono nella rubrica del cellulare) anziché come a un arcano ordigno in procinto di esplodere alla prima digitazione errata, il PCT non potrà mai affermarsi e diffondersi con le dimensioni che sono necessarie perché se ne comincino a percepire gli effetti positivi.
Quanto all’impostazione che il Ministero ha dato al PCT, verrebbe da pensare che i “cervelloni” di Via Arenula non abbiano mai sfogliato una rivista d’informatica negli ultimi dieci anni: solo così, infatti, si può razionalmente spiegare la scelta di ignorare tout court tutto quanto è avvenuto e si è affermato al di fuori del mondo di Microsoft Windows.
Le specifiche tecniche del PCT, invero, paiono considerare solamente i programmi prodotti e commercializzati dalla nota multinazionale americana, trascurando tutto il resto; e ciò è doppiamente grave, perché:

  1. si limita senza motivo la libertà degli operatori di scegliere i mezzi con cui svolgere il loro lavoro;
  2. si prediligono soluzioni estremamente onerose (a detrimento delle pubbliche finanze, mai come oggi boccheggianti e depauperate) che, oltretutto, non hanno neppure il pregio dell’eccellenza tecnica: sono moltissimi, infatti, i software liberi e gratuiti che nulla da invidiare hanno ai loro omologhi proprietari e onerosi e che, anzi, li surclassano in termini di affidabilità e sicurezza, aspetti quantomai importanti in una materia come la Giustizia.

I due gravi difetti di cui ho appena accennato, peraltro, si tengono insieme: senza una platea cosciente (avvocati, magistrati e altri operatori che sappiano un minimo d’informatica) che richiami il Ministero a una politica virtuosa, ha gioco fin troppo facile un colosso come Microsoft nel piazzare i suoi discussi prodotti (qualcuno dei miei lettori ha per caso Windows Vista nel suo computer? E può dirsene soddisfatto?).
La via italiana al processo telematico, allora, pare essere lastricata solamente di buone intenzioni: e si sa bene dove si va a finire, su queste vie…

Quando la copia costa più dell’originale

Recentemente, la cronaca locale ha dato notizia di un’operazione della Guardia di Finanza (con l’ausilio di un consulente della BSA, cioè la Business Software Alliance, l’associazione internazionale che riunisce alcuni dei più importanti produttori di software e hardware) contro la pirateria informatica.
In estrema sintesi, la Guardia di Finanza ha accertato che nei computer di alcune aziende erano stati installati programmi informatici senza che i titolari fossero in regola con le licenze d’uso (vuoi per esserne del tutto privi, vuoi perché il numero delle installazioni superava quello delle licenze regolarmente detenute).
Conseguenza: i titolari delle aziende sono stati denunziati alla Procura della Repubblica di Venezia e nei loro confronti aperti procedimenti penali (quei signori rischiano condanne alla reclusione e al pagamento di forti multe).
Di sicuro, i vari indagati erano perfettamente al corrente che quanto stavano facendo non era conforme alla legge; è un fatto, tuttavia, che moltissime altre persone versano nella medesima situazione di illegalità senza esserne (pienamente) consapevoli.
In effetti, in materia di software non è sempre facile rendersi conto di cosa sia consentito e cosa no, anche per la confusione tra il bene immateriale (il software) e il bene materiale (il supporto sul quale il software è inserito, il più delle volte un disco ottico, che si tratti di un CD o di un DVD).
In soldoni, la maggior parte di quanti acquistano un software originale (direttamente oppure quale accessorio incluso con un prodotto hardware, tipo un computer portatile, una stampante, etc.) ritiene in buona fede di aver acquistato, col contenitore (CD o DVD) anche il contenuto (il software).
Non è così.
Ciò che si acquista a titolo di proprietà è solamente il supporto materiale, non ciò che vi è contenuto: quest’ultimo bene è meramente concesso in licenza, per gli usi e con le limitazioni previste dalla specifica licenza del produttore, che rimane l’esclusivo proprietario e titolare di tutti i diritti di sfruttamento del software.
Altrove, potrete trovare una più ampia e dettagliata disamina del fenomeno; ai fini di questa brevissima nota potrà bastare ricordare che:

  • il software è considerato dalla legge un’opera dell’ingegno, e come tale tutelato;
  • il software rimane sempre proprietà del suo produttore, sia che venga concesso in uso a titolo oneroso (cioè si deve pagare un corrispettivo, spesso salato, per poterlo legalmente utilizzare) sia che lo si possa invece utilizzare gratuitamente;
  • il produttore del software decide come il suo prodotto possa e debba venir utilizzato dal licenziatario finale, e ciò tanto che la licenza sia gratuita, quanto che sia onerosa;
  • il licenziatario, quindi, può fare col software solo ciò che il produttore gli consente; ciò che, di norma, è vietato dalle licenze consiste prevalentemente in: duplicare, distribuire e/o modificare il software originale e utilizzare il software su più computer di quante siano le licenze concesse (di solito, il criterio è 1 licenza per 1 computer).

Tutte queste restrizioni valgono per il software c.d. proprietario, al quale si contrappone il software libero (per il quale si adopera anche la definizione di open source, per quanto le due locuzioni non siano esattamente sinonimi, nel senso che il software libero è sempre open source, ma non tutto il software open source è libero).
Il software libero è spesso guardato con diffidenza da chi sia poco o punto addentro le cose dell’informatica; la circostanza che la maggior parte del software libero sia anche gratuitamente utilizzabile (non sia, cioè, necessario pagare un corrispettivo per la relativa licenza; poiché la libertà del software è anch’essa determinata dalla sua specifica licenza) può indurre la falsa opinione che si tratti di prodotti scadenti, non affidabili e non all’altezza delle varie controparti proprietarie.
Dobbiamo ripeterci (anche se in tutt’altro contesto): non è così.
Moltissimi software liberi non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi proprietari, anzi: spesso sono addirittura migliori (Mozilla Firefox è un browser internet unanimemente riconosciuto di gran lunga superiore a Microsoft Internet Explorer; il sistema operativo GNU/Linux si fa preferire per moltissimi aspetti a qualsiasi versione di Microsoft Windows: basti pensare che l’infrastruttura informatica di un colosso come Google si basa esclusivamente su sistemi GNU/Linux per averne che la più eclatante dimostrazione).
Per tornare al caso di cronaca citato in apertura: se quei signori avessero installato sui loro computer, anziché i noti e costosissimi programmi proprietari, le loro controparti libere (e ce ne sono parecchie), avrebbero realizzato un significativo risparmio economico e sarebbero stati perfettamente in regola; adesso, invece, si trovano in un mare di guai e, lungi dall’aver risparmiato alcunché, gli costerà molto, molto caro.
Il che conferma la regola: bisogna sempre preferire l’originale.

Per una giustizia (davvero) civile

Tempo di elezioni, tempo di promesse.
Da molto — troppo — tempo si lamenta la situazione di drammatica inadeguatezza che affligge la giustizia civile e da altrettanto tempo chi dovrebbe rimediarvi pare non curarsi del problema.
Né le attuali prospettive appaiono più rosee; ciò che i due maggiori competitori alle imminenti elezioni politiche propongono al riguardo non sembra essere ciò di cui il Paese ha realmente bisogno: il Popolo della Libertà intende intervenire sull’ordinamento giudiziario per sottoporre l’operato della magistratura a maggiori controlli e restrizioni da parte dell’Esecutivo (con buona pace di Montesquieu e della teoria della separazione dei Poteri fondamentali dello Stato moderno), laddove il Partito Democratico si limita ad accennare a un accorpamento degli uffici giudiziari (come se il problema principale fosse un preteso gran numero di Tribunali… mah!).
Dal mio modesto punto di vista, ritengo che il problema principale consista nella notevole carenza delle risorse (finanziarie ma anche umane) destinate alla Giustizia, vieppiù aggravato da un non oculato uso degli scarsi mezzi pur a disposizione.
Certamente, una profonda revisione della geografia giudiziaria si impone: è del tutto incongruo che — per fare solo un esempio — una Regione economicamente dinamica come il Veneto abbia una sola sede di Corte d’Appello mentre in Sicilia ve ne sono ben quattro! (La prima conseguenza di un tanto è che i giudizi d’appello a Venezia durano in media sei anni, durante i quali il 90% dell’attività del singolo giudizio consiste nell’attendere il proprio turno di decisione…)
Ma la revisione geografica non basta; occorrerebbe pure:

  • aumentare il numero dei magistrati (anche reclutandone fra l’odierna sovrabbondanza di avvocati; e bisognerà pure far qualcos’altro per limitare l’ormai indiscriminato e non necessario proliferare di quest’ultimi…);
  • aumentare il numero degli addetti agli uffici giudiziari, previa razionalizzazione dell’impiego degli attuali effettivi;
  • aumentare l’utilizzo degli strumenti informatici, da un lato facendo ricorso alle numerosissime e valide opportunità offerte quasi a costo zero dal software libero (GNU/Linux e OpenOffice.org per citare solo gli esempi più noti al grande pubblico), dall’altro formando adeguatamente il personale (e stroncando con giusta severità le pigre riottosità di troppi al riguardo);
  • ovviamente, e per prima cosa, aumentare gli stanziamenti per la Giustizia.

Non che tutto ciò sia semplicissimo, si capisce.
Tuttavia, per quanto difficoltoso, sarebbe pur sempre più semplice, rapido ed efficace che non metter mano a riforme legislative o strutturali (del cui livello qualitativo, oltretutto, data la caratura dell’ultimo Legislatore, sarebbe più che lecito dubitare se non temere…).
Confesso che non sono ottimista al proposito anche se la speranza, come si dice, è l’ultima a morire…

A cosa serve l’avvocato

Se il titolo di questa nota fosse declinato come domanda, potrebbe dar adito a risposte sprezzanti, sarcastiche, al limite dell’ingiuria.
È innegabile che vi siano stati — e si verifichino tuttora — casi tali da giustificare tanta acrimonia, ma “non si può far di tutta l’erba un fascio”, anche se (per restar nei proverbi) “una mela guasta rovina tutto il cesto”.
Magari in futuro si ritornerà sul tema della correttezza e competenza professionale dell’attuale classe forense; per adesso, sarà bene rammentare alcuni fatti che troppo facilmente si tende a trascurare, in ossequio alla policy della polemica apodittica, gridata e villana che infesta troppe (brutte) trasmissioni televisive odierne.
L’intervento dell’avvocato è reso necessario, in primo luogo, dalla legge: salvo casi eccezionali, la difesa personale non è ammessa, essendo invece richiesta sempre la difesa cosiddetta tecnica (cioè prestata da un professionista abilitato; e anche in quei paesi dove formalmente la difesa personale è consentita — gli Stati Uniti d’America su tutti — i giudici tendono comunque a scoraggiarla).
Le ragioni di tale scelta del legislatore sono (o dovrebbero essere) evidenti:

  1. la materia è troppo vasta e complessa per essere correttamente affrontata da chi non sia adeguatamente preparato;
  2. il coinvolgimento emotivo dell’interessato rende difficile se non impossibile gestire nella maniera più corretta e opportuna la controversia (non per nulla un noto adagio della professione forense ricorda che “l’avvocato che difende se stesso ha un asino per cliente”).

Queste ragioni giustificano la norma, ma se anche la difesa tecnica non fosse obbligatoria, non verrebbe comunque meno la loro validità: semplicemente, ciò che adesso è necessario diverrebbe “solamente” assai opportuno e caldamente raccomandabile.
Ciononostante, si sente troppo spesso dire, da una parte che gli avvocati sono solo un’ulteriore minaccia da cui il cittadino dev’essere “difeso” (di qui, il proliferare di associazioni di dubbia utilità e ancor più dubbia composizione: se la storia giudiziaria degli esponenti più in vista di tali associazioni fosse resa nota, si comprenderebbero molte più cose…), dall’altra che occorrerebbe una “liberalizzazione” dell’accesso alla professione, onde abbattere la “casta”.
Enormità del genere possono provenire solamente da chi non sappia assolutamente di cosa sta parlando, e qui mi fermo per carità di patria…
Il tema è ricco di spunti e si rischia di divagare.
A cosa serve l’avvocato, dicevamo.
Forse si comincerebbe a capire qualche cosa in più se si considerasse ciò cui l’avvocato dovrebbe servire: a risolvere un problema altrui.
Altrui, in primo luogo: il cliente deve avere sempre ben presente che è della roba sua che si discute, né può pretendere di chiedere all’avvocato di prendere una decisione per lui (l’avvocato che accettasse un simile compito sarebbe, per parte sua, un assoluto incosciente — e un pessimo avvocato); in altre parole, l’avvocato ha il dovere di responsabilizzare il proprio cliente e di mantenere il proprio ruolo ben distinto.
Risolvere un problema: bisogna intendersi bene, al riguardo; non significa affatto “vincere la causa”: le cause si vincono se il cliente ha ragione (giudice permettendo, of course…); risolvere il problema significa individuare e proporre al cliente una o più soluzioni che siano in grado di eliminare la seccatura che sta passando in quel momento; ciò può anche comprendere la necessità di dire al cliente che ha torto marcio, che ha sbagliato qualcosa, che è meglio NON fare causa (regola aurea: MAI esortare il cliente a iniziare una lite, casomai il contrario…).
Ecco a cosa serve (dovrebbe servire) l’avvocato.
Certo, alle volte ci vuole coraggio: il coraggio di non dire ciò che l’interlocutore vorrebbe sentire.
Purtroppo — e questo sì che è vero — non tutti gli avvocati hanno questo coraggio.
Forse è questa una delle ragioni per cui godono (godiamo) di così cattiva fama.