Il processo degenerativo

Il Parlamento ha approvato un paio di mesi orsono la Legge 18/06/2009 n. 69 (pubblicata sul Supplemento Ordinario n. 95/L alla Gazzetta Ufficiale del 19/06/2009 n. 140) intitolata “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività nonché in materia di processo civile”, una parte della quale (artt. 45 – 54) ha apportato modifiche al Codice di Procedura Civile e ad altre leggi processuali, nell’intento di rimediare alle lungaggini e inefficienze che da troppo tempo affliggono la giustizia civile.
Spiccano, fra l’altro, l’abolizione del cosiddetto “rito societario” (introdotto appena sei anni fa, con D.Lgs. 17/01/2003 n. 5) e l’introduzione del nuovo “procedimento sommario di cognizione”.
L’intento generale, che può trarsi a una prima lettura del provvedimento, tende a una sempre maggiore concentrazione dell’attività d’udienza, nell’auspicio che, riducendo le udienze avanti il Giudice, si riducano del pari i tempi morti e la durata dei processi.
È ancora troppo presto per verificare sul campo se le innovazioni in parola siano adeguate al raggiungimento dello scopo dichiarato e, nel caso, in quali concreti termini lo sveltimento sia stato ottenuto.
Tuttavia, pregresse e ripetute esperienze di consimili riforme ci hanno ogni volta confermato la sconsolata intuizione di Tomasi di Lampedusa: tutto cambia per rimanere quello che è (i francesisti potrebbero ricordare l’analoga massima: plus ça change, plus c’est la même chose).
Il Legislatore pare ostinatamente non volersi render conto che non è il numero delle udienze ad allungare a dismisura i tempi processuali, bensì l’intervallo di tempo fra ciascuna; cosicché, se il Giudice necessita di un determinato tempo per poter conoscere, gestire e decidere ciascuna singola causa, la concentrazione delle attività non vale a diminuire l’impegno complessivo del magistrato: la diminuzione del numero delle udienze comporterà semplicemente la dilatazione dell’intervallo temporale fra l’una e l’altra, senza effetto sulla durata complessiva del processo.
È perfino frustrante dover ripetere, ogni volta, che se non si mette mano a una seria revisione delle risorse assegnate alla Giustizia, non si otterrà nulla se non il progressivo peggioramento della situazione.
Occorrono strutture più attrezzate, sia sotto il profilo delle dotazioni tecniche (strumenti informatici, ma non solo), sia sotto il profilo del personale (più addetti, e con maggior professionalità); occorre ripensare la geografia giudiziaria, avendo il coraggio di prendere decisioni anche impopolari (in certe zone d’Italia vi sono Tribunali dove, forse, sarebbero sufficienti delle Sezioni Distaccate; e in altre, Sezioni Distaccate con la sede centrale a pochi minuti d’automobile e senza particolari problemi di traffico; chissà perché, invece, quando qualcuno propone di chiudere delle Sezioni Distaccate, si riferisce a realtà disagiate sotto il profilo delle vie di comunicazione ma, al contempo, virtuose sotto l’aspetto della produttività dell’ufficio: per chi non l’avesse capito, sto parlando di Portogruaro).
Occorre, in una parola, spendere; e se i soldi a disposizione sono pochi, si rinunci a opere faraoniche di dubbia utilità per la collettività (ma di gran rientro per i politici e per certi ambienti, non esattamente di piena legalità…).
Pare, invece, che ci si accontenti degli annunci a effetto: il 20 luglio u.s. i Ministri della Giustizia e della Pubblica Amministrazione e Innovazione hanno sottoscritto con la Presidente della Corte d’Appello di Venezia e i Presidenti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati del Veneto due protocolli d’intesa per l’attuazione del processo civile telematico.
Sembrerebbe chissà cosa, invece si tratta appena di effettuare per via telematica la comunicazione dei biglietti di cancelleria e digitalizzare un po’ di materiale cartaceo a uso interno.
Non che siano cose che non vanno bene, intendiamoci; ma c’è da chiedersi se il personale sarà all’altezza anche di questi modesti compiti, vista la generalizzata idiosincrasia per le tecnologie informatiche (manco a dirlo, non una parola su aggiornamento delle dotazioni o formazione degli addetti ai lavori).
(Degli avvocati preferisco non parlare, per carità e spirito di corpo.)
Cosa dire ancora?
Che speriamo di sbagliarci, stavolta…

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