Gli indirizzi PEC validamente utilizzabili per le notificazioni telematiche: una riflessione a margine e in seguito a Cass. Civ., Sez. III, (sent.) n. 3709/2019 e Cass. Civ., Sez. VI, (ord.) n. 24160/2019

  1. I caso e gli equivoci: “Oportet ut scandala eveniant”
    In una recente sentenza (Sezione III, n. 3709/2019) la Suprema Corte di Cassazione ha pronunciato un principio di diritto secondo il quale sarebbero invalide le notifiche telematiche (ex art. 3-bis L. 53/1994) rivolte a indirizzi estratti dall’INI-PEC e non, invece e soltanto, dal ReGIndE.
    Una successiva ordinanza (Sezione VI, n. 24160/2019), richiamandosi alla citata sentenza, è parsa confermare quello che minaccia di divenire un pericoloso orientamento.
    Severe critiche si sono levate, giustamente, all’indomani della prima pronuncia e, a maggior ragione, della seguente.
    Sebbene l’argomento principale a fondamento di tali critiche (che, cioè, l’INI-PEC sia per legge e a pieno titolo un pubblico elenco dal quale trarre validi indirizzi ai fini della notificazione telematica) sia esatto e corretto, pare che finora sia mancata una più compiuta analisi della pronuncia incriminata e delle ragioni che la rendono, effettivamente, errata e aberrante.
    Di ciò, appunto, ambisce a occuparsi questo scritto.
    Andiamo, dunque, per ordine.
  2. La sentenza n. 3709/2019: “Quandoque bonus dormitat Homerus
    Con la sentenza dd. 14/09/2018 — 8/02/2019, n. 3709, la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, ha enunciato il seguente principio di diritto: «Il domicilio digitale previsto dal D.L. 179/2012, art. 16-sexies, convertito con modificazioni in L. 221/2012, come modificato dal D.L. 90/2014, convertito, con modificazioni, in L. 114/2014, corrisponde all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest’ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l’effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile — a seconda dei casi — alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGIndE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)».
    Di primo acchito, il principio surriportato appare in pieno e clamoroso conflitto con il disposto dell’art. 16-ter D.L. 179/2012, che, rubricato “Pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni”, così recita: «A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6-bis [INI-PEC], 6-quater [Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato] e 62 [Anagrafe nazionale della popolazione residente – ANPR] del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall’articolo 16, comma 12, del presente decreto [Registro PP.AA.], dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 [registro delle imprese], convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia» [abbiamo ritenuto di precisare fra parentesi quadre, per facilitare la lettura, i pubblici elenchi richiamati dalla norma; il successivo comma 1-bis del medesimo articolo estende l’applicazione di tale disposizione anche alla giustizia amministrativa].
    Già solo per tale contrasto il principio enunciato dalla Suprema Corte si rivela fragorosamente errato; difatti, le critiche sollevate si sono concentrate su tale aspetto che, per la sua importanza, potrebbe dirsi “assorbente” di ogni ulteriore argomentazione.
    E tuttavia v’è dell’altro, che emerge dalla lettura della motivazione per esteso nel cui contesto è stato pronunciato il principio di diritto oggetto di critica.
    Richiamiamo, innanzitutto, alcuni punti fermi:
    a) ciascun avvocato è tenuto, per legge (art. 16, comma 7, D.L. 29/11/2008 n. 185, richiamato anche dall’art. 7, comma 2, L. 247/2012), a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata e a comunicarlo al consiglio dell’ordine degli avvocati nel cui albo è iscritto; tale indirizzo costituisce il suo “domicilio digitale”, al quale saranno inviate le comunicazioni e notificazioni da parte degli uffici giudiziari nonché ogni altra notificazione ammessa e prevista dalla legge (incluse le notificazioni ex L. 53/1994);
    b) il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), di cui agli artt. 7 D.M. 44/2011 e 7-8 Provv. DGSIA 16/04/2014, contiene i dati identificativi e l’indirizzo di posta elettronica certificata dei cc.dd. “soggetti abilitati esterni” e degli utenti privati che a qualche titolo operano nel PCT senza essere “soggetti abilitati”, ed è alimentato, per quanto concerne gli avvocati, dai consigli dell’ordine che quotidianamente inviano l’albo aggiornato (ovviamente, per le informazioni che pertengono propriamente al ReGIndE stesso);
    c) l’Indice Nazionale degli Indirizzi PEC delle imprese e dei professionisti (INI-PEC), di cui all’art. 6-bis D.Lgs. 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale) contiene i dati identificativi e l’indirizzo PEC di quei soggetti obbligati a dotarsene e a comunicarlo a un ente di riferimento, come stabilito nel D.L. 185/2008 ed è alimentato da quegli stessi enti (ordini, collegi, camere di commercio etc.), analogamente a quanto visto per il ReGIndE;
    d) tanto il ReGIndE quanto l’INI-PEC sono “pubblici elenchi” “ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale”, per espressa previsione dell’art. 16-ter D.L. 179/2012.
    Con ciò in mente, è ora il caso di esaminare il merito della vicenda sottostante la sentenza in commento.
    La fattispecie si può così riassumere: una sentenza viene notificata pochi giorni dopo la sua pubblicazione, tramite PEC, all’Avvocatura Generale dello Stato di Roma; la stessa Avvocatura impugna per cassazione la sentenza, ma solo entro il termine semestrale di decadenza («ben oltre — si legge in motivazione della sentenza — la scadenza del termine c.d. “breve” di cui agli artt. 325 e 326 C.P.C.»); di contro all’eccezione di tardività, l’Avvocatura sostiene “l’inefficacia” (così nella motivazione; rectius: nullità) della notificazione telematica perché diretta a un indirizzo sì «risultante dall’indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC), ma non registrato al Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della Giustizia. In particolare, l’indirizzo elettronico in questione viene utilizzato dall’Avvocatura dello Stato per scopi amministrativi e non giudiziali» (sent. cit.).
    A questo punto, è opportuno precisare che gli avvocati dello Stato — tanto dell’Avvocatura Generale di Roma, quanto delle varie Avvocature Distrettuali — sono sì censiti al ReGIndE, ma senza l’indicazione di una PEC a loro individualmente riferibile: compare, invero, solo il riferimento all’Avvocatura di appartenenza. Analogamente, neppure nell’INI-PEC è dato rintracciare un indirizzo PEC intestato a un avvocato dello Stato.
    Di contro, nel sito istituzionale dell’Avvocatura dello Stato (http://www.avvocaturastato.it/) è presente una pagina intitolata “Elenco delle caselle di Posta Elettronica Certificata” (raggiungibile dal link “PEC” posto nel menu laterale), la quale a sua volta è suddivisa in tre sottopagine, rispettivamente intitolate a “Corrispondenza relativa ad attività legale”, “Corrispondenza relativa ad attività amministrativa” e (guarda, guarda…) “Notificazioni (Processo Civile, Penale, Amministrativo, Contabile e Tributario)”.
    Entrando in quest’ultima, si trova l’elenco degli indirizzi PEC di ciascuna sede dell’Avvocatura di Stato, preceduto dalla dicitura «Indirizzi censiti nel registro denominato “Reginde”, previsto dall’art. 7 del D.M. n. 44/2011, e nel registro di cui all’art. 16, comma 12, del D.L. 179/2012, entrambi dichiarati “elenchi pubblici” dall’art. 16 ter del D.L. 179/2012».
    Tutto a posto? Manco per idea!
    Innanzitutto, se si tenta di effettuare nel ReGIndE un’interrogazione relativa a una qualsiasi sede dell’Avvocatura, si scopre che ciò… non è tecnicamente possibile: la maschera di ricerca richiede l’inserimento del nome del singolo avvocato — e difatti gli avvocati dello Stato sono effettivamente censiti, ma (come si è visto) senza alcun indirizzo PEC — e non accetta denominazioni “impersonali” (quali, appunto “Avvocatura dello Stato” aut similia).
    Gli indirizzi PEC (validi per le notificazioni telematiche a’ sensi dell’art. 16-ter D.L. 179/2012) dell’Avvocatura di Stato sono censiti nel c.d. Registro PP.AA., accessibile dal PST del Ministero della Giustizia (e anche lì, mica è facilissimo trovarli… a meno di non inserire l’espressione di ricerca — invero, astrusa assai, per uno che non sia un poco addentro le cose informatiche — “%avvocatura%stato”).
    Sarebbe forse interessante — e utile alla miglior comprensione della fattispecie — conoscere qualche dettaglio in più della specifica vicenda.
    È comunque possibile enucleare i seguenti punti fermi:
    a) quando fu effettuata la notificazione telematica “incriminata” (fine ottobre 2016) era già consolidata l’individuazione dei pubblici elenchi esclusivamente utilizzabili all’uopo: si trattava, in breve, del ReGIndE, dell’INI-PEC, del Registro PP.AA. e dell’elenco del domicilio digitale del cittadino (di cui all’art. 3-bis C.A.D.) [successivamente, vi sarebbe stata un’ulteriore modifica della norma, nel testo letto poco supra];
    b) gli avvocati dello Stato non sono “normali” avvocati: nel senso che lo Stato è difeso dall’ente Avvocatura dello Stato, di cui gli avvocati sono organi privi di propria individualità (o, per dirla altrimenti, è l’Avvocatura che opera, sia pur pel tramite dei propri avvocati); difatti, gli avvocati dello Stato non sono iscritti negli albi tenuti dai consigli dell’ordine degli avvocati e sono disciplinati dalle leggi che regolano l’Avvocatura dello Stato (segnatamente, il R.D. 30/10/1933 n. 1611 e la L. 3/04/1979 n. 103); ciò spiega anche perché agli avvocati dello Stato non corrisponda un indirizzo PEC individuale censito nel ReGIndE, ma ogni comunicazione e notificazione telematica vada indirizzata alla casella PEC espressamente istituita per ricevere e trasmettere le comunicazioni e notificazioni telematiche relative ai processi.
    A livello generale, va pure rilevato come all’epoca non vigesse più l’obbligo d’indicare espressamente negli atti introduttivi l’indirizzo PEC del difensore (sebbene molti continuino tuttora a farlo, probabilmente per scrupolo prudenziale…).
    Dato il suesposto quadro, tuttavia, sorprendono due cose:
    1) l’obiettiva negligenza del difensore che aveva proceduto alla notificazione telematica della sentenza, consistita nel non aver saputo reperire il corretto indirizzo PEC per la notificazione all’Avvocatura dello Stato;
    2) la grossolana imprecisione della Suprema Corte nel redigere il principio di diritto, quasi anch’essa fosse ignara delle peculiarità dell’Avvocatura di Stato da un lato, e dall’altro quella che appare una fortemente imprecisa conoscenza dei presupposti e meccanismi della notificazione tramite PEC.
    In altri termini, il principio suenunciato, prima ancora di discuterne l’eventuale fondatezza e rispondenza a legge, è del tutto estraneo alla materia da cui ha tratto origine.
    Non ha senso, infatti, discettare di ReGIndE e INI-PEC quando il destinatario della notificazione telematica è un ente pubblico, il cui domicilio digitale ai fini giudiziari è incluso nel Registro PP.AA..
    Ma, a parte ciò, è evidente che la Suprema Corte è incorsa in una macroscopica confusione degli elenchi degli indirizzi PEC, sia di quelli disponibili, sia di quelli validamente utilizzabili ai fini notificatori.
    In particolare, occorre ribadire che l’INI-PEC è alimentato dagli stessi soggetti e con i medesimi dati che vengono contemporaneamente riversati nel ReGIndE e nel registro di cui all’art. 16, comma 6, D.L. 185/2008; di fatto, l’INI-PEC costituisce l’unione dei predetti due registri, solo che, a differenza di essi, è liberamente consultabile (senza, cioè, le restrizioni che caratterizzano, invece, gli altri due).
    Pertanto, stabilire una gerarchia fra i pubblici elenchi di cui all’art. 16-ter D.L. 179/2012 è tanto illegittimo (perché la norma non pone alcuna distinzione di valore) quanto incongruo (perché i dati contenuti nell’INI-PEC sono, in effetti, ridondanti rispetto a quelli del ReGIndE e del registro delle imprese, cioè sono esattamente gli stessi).
    Di talché, il principio in parola viene a rivelarsi addirittura inapplicabile, poiché (salvo l’improbabile caso di un eccezionale malfunzionamento dei sistemi informatici ministeriali — il ReGIndE è gestito dal Ministero della giustizia, l’INI-PEC dal Ministero per lo sviluppo economico) ogni indirizzo PEC di avvocato presente nell’INI-PEC è contemporaneamente contenuto nel ReGIndE (e sanzionare di nullità la notificazione solo perché il notificante abbia in ipotesi dichiarato di aver estratto l’indirizzo dall’INI-PEC sarebbe semplicemente aberrante).
    Che l’estensore della motivazione fosse evidentemente distratto da altri pensieri quando ha redatto il principio di diritto può ricavarsi anche da ciò, che il suddetto principio fa riferimento espresso all’art. 16-sexies D.L. 179/2012: e tale norma cita, testualmente, “l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all’articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 [l’INI-PEC!], nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal ministero della giustizia”.
    Insomma, se non fosse fuori luogo per uno scritto che ha pur sempre ambizioni scientifiche, potremmo concludere questo paragrafo con il noto (e un po’ volgare, invero) calembour che usualmente ricorre ogniqualvolta paia che la Suprema Corte sia uscita dal seminato…
  3. L’ordinanza n. 24160/2019: “…perseverare diabolicum
    Anche il caso sottostante l’ordinanza n. 24160/2019 resa dalla Sezione VI della Suprema Corte è caratterizzato soprattutto dall’insipienza tecnica (giuridica) dei protagonisti, almeno da quanto è dato ricavare dalla scarna motivazione.
    Si controverte, infatti, in tema di regolamento di competenza, in un caso di querela di falso ex art. 221 C.P.C. proposto da una delle parti di un giudizio civile contro lo stesso magistrato titolare del giudizio in parola.
    Secondo la Suprema Corte, già l’intero impianto dell’azione è gravemente fallato in termini di rito; come “ciliegina sulla torta” viene l’ulteriore considerazione che «a prescindere dal fatto che il ricorso è stato notificato a mezzo PEC al [magistrato titolare] “con elezione di domicilio presso l’avvocato Tribunale di Firenze” a un indirizzo di posta elettronica che è quello della cancelleria dell’immigrazione del Tribunale di Firenze, ovvero anche all’indirizzo di posta elettronica del Protocollo del Tribunale di Firenze, estratto dall’indice nazionale degli indirizzi INI-PEC, elenco che, oltre a non essere riferibile alla posizione del [magistrato], è stato dichiarato non attendibile da Cass. n. 3709 del giorno 8 febbraio 2019, secondo cui “per una valida notifica tramite PEC si deve estrarre l’indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC”. Questo indipendentemente dal fatto che la notifica ad un magistrato non può essere validamente effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della Cancelleria dell’immigrazione o del protocollo del Tribunale di appartenenza» (così l’ordinanza in esame).
    Dati i casi in esame, si potrebbe inferire che l’insipienza degli avvocati si comporta come un maligno virus, capace d’infettare anche i giudici della Suprema Corte.
    Difatti, l’estensore della motivazione dice cose sensate sino al punto che inizia con “è stato dichiarato non attendibile etc.”: l’inciso, infatti, oltre a essere errato per le ragioni viste al paragrafo precedente, è addirittura del tutto superfluo, poiché sarebbero state sufficienti le corbellerie commesse dall’avvocato notificatore a rendere irrimediabilmente nulla la notifica.
    Probabilmente, l’estensore si sarà rifatto, acriticamente, al principio di diritto, ritenendo di aggiungere un quid pluris al proprio (e, sino a lì, corretto) ragionamento: peccato che quel quid pluris si sia rivelato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
  4. Conclusione: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto
    La Corte di Cassazione, si sa, è infallibile ex lege: nel senso che, non essendo previsto né possibile alcun rimedio alla sue pronunzie, può dire l’ultima parola; e se “le parole sono pietre”, quelle della Suprema Corte, talvolta, sono veri e propri macigni.
    Restando in quest’ordine di pensiero, potremmo anche aggiungere che, nel caso di specie, non vi sarebbe interesse a invocare il rimedio (ove questo, ovviamente, esistesse): il disposto (in entrambi i casi esaminati) è corretto, sono le motivazioni sottostanti a essere errate, ma il risultato concreto non cambierebbe neppure se le motivazioni venissero opportunamente emendate.
    Non dobbiamo, quindi, scandalizzarci più che tanto: la Corte è pur sempre composta di esseri umani (nonostante ogni eventuale diverso avviso…), e gli esseri umani, si sa, possono avere giornate storte e commettere errori.
    L’importante, dunque, è che la Corte non creda alla propria infallibilità, e che questi due sciagurati precedenti restino incidenti isolati e senza seguito; in concreto, si sono rivelati, per quanto li riguarda, fondamentalmente innocui: il danno si verificherebbe se altri giudici vi si rifacessero pedissequamente e acriticamente.
    Così, non sarà scandaloso se la lettera del Presidente del CNF al Primo Presidente della Corte di Cassazione non riceverà esplicita positiva risposta (c’è pur sempre una faccia da salvare, no?); l’importante è che, nei fatti, l’estrema giurisdizione rientri nell’alveo di ciò che giuridicamente è corretto, facendo preziosa lezione degli sbagli commessi.
    E se nell’intitolare questo paragrafo abbiamo scomodato Terenzio, pare adeguato affidare la chiusura a Wittgenstein: «Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen (Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere)».