Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

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