Un requiem per la giustizia di prossimità

Con i decreti legislativi nn. 155 e 156 del 7 settembre 2012 il Governo ha proceduto alla “epocale” (nelle parole del Ministro Guardasigilli Paola Severino) riforma della geografia giudiziaria, ridisegnando radicalmente la mappa degli uffici di Tribunale e del Giudice di Pace.
In breve, sono stati soppressi 31 Tribunali e le relative Procure della Repubblica, 220 Sezioni Distaccate territoriali di Tribunale e 667 sedi del Giudice di Pace, disponendo l’accorpamento degli uffici soppressi a quelli dei rispettivi capoluoghi di provincia. Per i soli uffici del Giudice di Pace è stata tuttavia prevista la facoltà di mantenere quelli soppressi, purché i relativi costi di gestione (per sede e personale amministrativo) vengano assunti dagli enti locali interessati (Comuni sede ovvero consorzi di Comuni rientranti nella competenza territoriale dell’ufficio “da salvare”).
Indubbiamente, si può convenire con il Ministro Severino sulla “epocalità” della riforma; purché il termine sia inteso in senso “tragico”.
Solo chi non abbia esperienza quotidiana del “(dis)servizio Giustizia” (e il Ministro Severino — che è sì avvocato, ma operante a un livello assai più elevato di quello che interessa i cittadini “comuni” — tale esperienza non ha) può, infatti, rallegrarsi per il vero e proprio taglio lineare in cui la riforma in esame si è in effetti concretata.
Per giustificare la falcidia di uffici giudiziari, il Ministro ha fatto l’esempio di una particolare sezione distaccata di Tribunale che, in effetti, non presentava numeri tali da giustificarne il mantenimento e sulla quale, quindi, sarebbe stato opportuno intervenire; così come, indubbiamente, molti altri uffici giudiziari meritavano di essere soppressi e/o accorpati, per recuperare efficienza e funzionalità.
Ma, operando come si è fatto, si è finito col gettare anche il bambino, insieme all’acqua sporca.
In ossequio alla proposizione 7 del Tractatus Logico-Philophicus di Ludwig Wittgenstein (“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”), limiteremo le considerazioni al circondario di Venezia, al quale (almeno, per il momento) ancora apparteniamo.
Orbene, il territorio di competenza del Tribunale Ordinario e del Giudice di Pace di Venezia coincide con la provincia di Venezia, che, a differenza della maggior parte d’Italia, si conforma quale una lingua stretta e lunga più di centoventi chilometri da un estremo all’altro (Chioggia a ovest, Bibione di San Michele al Tagliamento a est) e il cui capoluogo — Venezia, appunto — è l’assoluta epitome della scomodità: chi si sia trovato nella necessità di recarsi alla sede centrale del Tribunale Ordinario di Venezia (a Rialto) sa benissimo di cosa stiamo parlando (tutti gli altri potranno capirlo anche solo facendosi un giro su Google Maps).
Ma anche a non voler tenere in alcun conto (come, in effetti, è stato) le esigenze degli utenti del (dis)servizio Giustizia (avvocati e cittadini “comuni”), non va taciuta la tragica inadeguatezza in cui versano le sedi degli uffici giudiziari disseminati qua e là nel centro storico di Venezia: già adesso, per stare solo al Tribunale, spazi e personale sono largamente insufficienti rispetto al carico di lavoro che grava sull’Ufficio; con la soppressione delle quattro sezioni distaccate territoriali (Chioggia, Dolo, San Donà di Piave e Portogruaro— per quanto quest’ultima sia stata, unicum nazionale, “dirottata” sotto il ben più vicino Tribunale Ordinario di Pordenone) si riverseranno sul capoluogo gli affari e gli utenti di uffici che non erano certo sottoutilizzati come quello portato a esempio dal Ministro (non arriverà, invece, tutto il personale che operava nelle soppresse sezioni distaccate, perché a Venezia — sede disagiata anche per definizione amministrativa — nessuno accetta di essere trasferito).
Risultato: se già adesso il Tribunale Ordinario di Venezia arranca faticosamente, quando la riforma entrerà effettivamente a regime (nel settembre 2013) il sistema collasserà su stesso, con buona pace del Ministro, del Sindaco di Venezia (pur’egli avvocato, ma non aduso alle aule ordinarie, bensì alle più elitarie camere della Giustizia amministrativa) e dei teorici dell’accentramento (“big is beautiful”, secondo costoro…).
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, in questi ultimissimi, convulsi giorni di fine legislatura tocca assistere al tentativo (goffo e maldestro, invero) da parte di alcuni parlamentari di prorogare di due anni l’entrata a regime della riforma (con ciò, forse, anticipando le speranze neanche troppo inconfessate di coloro che attendono le prossime elezioni come l’occasione per disfare quanto appena fatto, come una tela di Penelope).
Quel tentativo non pare avere, invero, troppe chances di riuscita.
E, paradossalmente, c’è forse da augurarsi che proprio non riesca, e che i prossimi Parlamento e Governo non lo reiterino: perché intanto l’amministrazione della giustizia si è mossa per dare attuazione alla legge appena emanata (com’è giusto che sia, per quanti e quali appunti alla legge si vogliano e possano fare); se si bloccasse tutto adesso si finirebbe col peggiorare ulteriormente la situazione, ritrovandosi con uffici formalmente aperti e attivi ma in pratica paralizzati.
Per rimanere alla situazione veneziana, il fallout negativo potrebbe essere in parte ammortizzato dall’efficiente funzionamento del Processo Telematico, soprattutto se entrassero a regime le funzionalità ancora non attivate, tra le quali in particolare la possibilità di effettuare per via telematica operazioni di cancelleria quali il deposito di atti o l’estrazione di copie.
Ma a fare un bilancio di ciò in cui il Processo Telematico si è finora concretato — cioè la possibilità di consultare da remoto i registri di cancelleria e l’invio tramite posta elettronica certificata delle comunicazioni e notificazioni di cancelleria (le operazioni tecnicamente più semplici e meno problematiche) — c’è solo da trarre ulteriori motivi di sconforto e sfiducia: tra interruzioni del servizio per manutenzione e correzione dei sistemi ed errori non preventivati, sono più i disagi che il Processo Telematico ha causato dei benefici che ha arrecato.
E allora occorre tristemente prendere atto che i giudici sono rimasti solo a Berlino.

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