Le notificazioni a cura dell’avvocato

Il trascorrere del tempo e la successione delle leggi rendono di quando in quando necessario ritornare su lavori compiuti per i necessari e opportuni aggiornamenti.
Le notificazioni dell’avvocato(uscito presso Giuffrè nel 2013) abbisognava di essere messo in sincronia con l’avvio e l’entrata a regime del processo civile telematico, soprattutto per la parte inerente le notificazioni effettuate tramite la posta elettronica certificata.
L’approdo presso un nuovo — e altrettanto prestigioso — editore ha fornito l’occasione (se non la necessità) di una riorganizzazione profonda del materiale, oltre alla scrittura di parti nuove e alla riscrittura di altre.
Di qui, anche, il titolo leggermente modificato rispetto all’opera precedente, a significare che non si tratta di una semplice “seconda edizione” (per quanto “riveduta, corretta, aggiornata e ampliata”).
Come sempre, si scrive per essere d’ausilio ad altri, per condividere e diffondere le conoscenze; il che non è incompatibile con le personalissime soddisfazioni che se ne possano trarre per sé: essere letti — e, possibilmente, apprezzati — rientra senz’altro in quel novero.
Buona lettura a tutti.

Avvocatura e liberalizzazioni

L’art. 9 D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ha introdotto l’obbligo per l’avvocato di pattuire previamente con il proprio cliente il compenso per l’incarico professionale (che dev’essere conferito con atto scritto), nel contempo abrogando le tariffe professionali.
Ciò è stato salutato da molti come “una salutare liberalizzazione, che comporterà significativi risparmi per il consumatore e un generale ridimensionamento dei costi di giustizia”.
L’avvocatura nel suo insieme, invece, ha fortemente criticato tale innovazione legislativa.
La reazione degli avvocati è stata da più parti bollata come “chiusura corporativa” e “difesa di una insostenibile rendita di posizione”.
Se si considera che la tariffa professionale è stata da sempre e sino a oggi un punto cardinale di riferimento per tutti gli operatori del servizio giustizia (avvocati, certo, ma anche magistrati), non deve sorprendere né tantomeno scandalizzare che un’intera (e nemmeno troppo ristretta, in termini numerici) categoria professionale si sia trovata all’improvviso disorientata e abbia reagito di conseguenza, tenuto conto, inoltre, che il citato art. 9 demolisce un sistema di determinazione dei compensi sedimentato da tempi pressoché immemorabili senza preoccuparsi di indicarne uno nuovo o almeno alternativo.
Si dice che così sia stata introdotta la concorrenza nei servizi professionali.
A dir il vero, questo effetto si era già avuto in occasione delle cosiddette “lenzuolate di Bersani”, quando era stata abrogata l’obbligatorietà dei minimi tariffari.
A mio sommesso avviso (ma non credo di essere isolato, al riguardo), l’errore di prospettiva sta nel considerare le professioni intellettuali alla stregua di una qualsiasi altra attività imprenditoriale o commerciale.
In tal senso dovrebbe leggersi anche quanto si è sentito a proposito dei limiti all’accesso alla professione (tirocinio post laurea ed esame di abilitazione).
In realtà, pare non volersi considerare un altro, fondamentale aspetto.
L’avvocato svolge una funzione costituzionale (garantisce il diritto di difesa: art. 24 della Costituzione), per certi versi obbligatoria (la difesa personale non è consentita dalla legge, salvo casi particolarissimi), trattando una materia vasta e complessa, nella quale la competenza professionale è, da un lato un obbligo del professionista, dall’altro un diritto della parte assistita.
Le scorciatoie in nome di una presunta “legge del mercato” si rivelano allora un pericolo di notevole entità per chi necessiti di ricorrere alle cure di un professionista.
Il caso degli abogados è illuminante, al riguardo: in Spagna è sufficiente la laurea per iscriversi all’albo professionale ed esercitare la professione forense; poiché la normativa europea consente ai professionisti di stabilirsi in qualunque paese dell’Unione per esercitare la professione, molti italiani, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, si sono trasferiti in Spagna, hanno ottenuto il riconoscimento del titolo di studio anche colà (sostenendo alcuni esami integrativi), si sono iscritti all’albo degli abogados e sono poi rientrati in Italia, pretendendo l’iscrizione negli albi italiani, così saltando a pie’ pari tirocinio ed esame di abilitazione (se non è un espediente in frode alla legge questo…).
Scusate la brutale franchezza, ma: vi fareste curare da un medico che non abbia sostenuto l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione?
E all’avvocato non si affida forse la cura di interessi che possono essere vitali (per esempio: la difesa in un processo penale per un grave reato; oppure la richiesta di risarcimento di un grave danno alla persona da sinistro stradale)?
Si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Meglio concludere su questa considerazione: si tutelerebbero davvero e meglio gli interessi del cittadino se si rendesse più efficiente il servizio giustizia e si assicurasse, più che l’economicità, la qualità del professionista.
Ma garantire la qualità comporta dei costi, che sono tutti a carico del professionista.
Se un avvocato è costretto a svendere il suo lavoro, non potrà sostenere gli oneri necessari per mantenere un livello qualitativo dignitoso e sufficiente, a tutto discapito del cliente.
Un avvocato low cost potrà rendere solo un servizio low quality.
Se queste sono “liberalizzazioni”…

Quando una decisione è impopolare

Ha destato parecchio scalpore la recente decisione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma di concedere, su richiesta della Procura della Repubblica, gli arresti domiciliari a un uomo fermato perché accusato di aver commesso una violenza sessuale la notte di Capodanno.
Pare che l’uomo in questione abbia ammesso la violenza; sia reo confesso, dunque.
Perché allora non è rimasto in cella a scontare la sua colpa?
Per un elementare principio di civiltà giuridica, che talvolta pare si tenda a dimenticare.
In base a detto principio, non è possibile privare una persona della libertà se non in due casi:
1) perché la persona è stata condannata con sentenza divenuta irrevocabile;
2) perché sussistono comprovate esigenze cautelari.
Ora, nel caso in questione non c’è ancora alcuna sentenza, poiché il processo deve ancora essere celebrato.
Sarebbe stato quindi eventualmente possibile restringere in carcere l’indagato (il quale, si ricordi, è ancora sotto l’usbergo della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma secondo, della Costituzione, che  vale per tutti gli indagati e gli imputati) solo nel caso vi fossero state esigenze cautelari, cioè si volesse evitare il rischio che l’indagato si dia alla fuga oppure cerchi di distruggere o alterare il quadro probatorio oppure ancora commetta nuovamente lo stesso reato.
Evidentemente, il Giudice ha ritenuto, anche in forza della resa confessione, che non sussistessero esigenze cautelari tali da giustificare la custodia in carcere, ma che si potessero legittimamente disporre solo gli arresti domiciliari.
Le notizie apparse sulla stampa, in effetti, paiono confermare la correttezza della decisione: se Procura o G.I.P. avessero provveduto in senso più prossimo al sentire popolare avrebbero sbagliato e l’indagato si sarebbe probabilmente visto scarcerare dal Tribunale del Riesame o da altro giudice d’impugnazione.
Certo, la vittima del reato ha avuto una reazione forte, ed è assolutamente comprensibile.
Ma la discussione “pubblica” del caso avrebbe dovuto arrestarsi qui: il sostrato tecnico–giuridico è troppo complesso per formare oggetto di soddisfacente disamina al di fuori delle sedi competenti.
È stato grave, invece, fare di tale argomento l’oggetto di un talk show della domenica pomeriggio, finendo non col fare informazione, ma il suo esatto contrario.
È invece il caso di rammentare alcuni, fondamentali capisaldi del diritto.
In primo luogo, che la legge è uguale per tutti.
Poi, che poco più d’una una quindicina d’anni fa la disciplina della custodia cautelare in carcere era molto meno rigida e restrittiva dell’attuale, tant’è vero che a molti pubblici ministeri fu (anche fondatamente) rimproverato d’avere le “manette facili”.
Fu dunque per ovviare a tale “facilità” che la disciplina delle misure cautelari ha assunto col tempo l’attuale assetto.
I maliziosi hanno inferito che così è stato per evitare che certi indagati “eccellenti” potessero essere incarcerati.
Quali che fossero le ragioni alla base di tale riforma, la concreta conseguenza è stata che, per reati la cui pena sia inferiore a una certa soglia edittale, la custodia cautelare in carcere non è possibile.
E siccome la legge è uguale per tutti, non si guarda al tipo di reato ma solo alla misura della pena prevista (salvo poche, ristrette eccezioni; allargare il novero delle quali avrebbe potuto concretare una disparità di trattamento non ammissibile a livello costituzionale).
Ergo: per “tener fuori” “qualcuno” è stato necessario “tenerne fuori” tanti altri.
Sono gli effetti collaterali di ciò che chiamano “stato di diritto”.
Ove ciò non accade, c’è la dittatura.
Chi fosse tentato di dire che lo preferirebbe, provi a pensare per un attimo di finire dalla parte sbagliata (magari anche solo per errore; più facile che capiti ove non ci sono controlli e garanzie)

Aggiornamento: Alcuni giorni fa, il Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge in materia di sicurezza, per cui sarebbe esclusa la possibilità di concedere gli arresti domiciliari a chi sia accusato di stupro (oltre ad altre restrizioni a carico dei colpevoli).
È presto per i commenti: occorrerà attendere l’approvazione definitiva della norma, ed esaminarne il testo finale; fin da subito, tuttavia, si può osservare come la norma paia nascere sull’onda dell’emozione per i recenti, odiosi fatti di cronaca, il che non è mai un buon viatico per una buona legge (nelle parole di un ex giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America: “Hard cases make bad laws¨).

Quando la copia costa più dell’originale

Recentemente, la cronaca locale ha dato notizia di un’operazione della Guardia di Finanza (con l’ausilio di un consulente della BSA, cioè la Business Software Alliance, l’associazione internazionale che riunisce alcuni dei più importanti produttori di software e hardware) contro la pirateria informatica.
In estrema sintesi, la Guardia di Finanza ha accertato che nei computer di alcune aziende erano stati installati programmi informatici senza che i titolari fossero in regola con le licenze d’uso (vuoi per esserne del tutto privi, vuoi perché il numero delle installazioni superava quello delle licenze regolarmente detenute).
Conseguenza: i titolari delle aziende sono stati denunziati alla Procura della Repubblica di Venezia e nei loro confronti aperti procedimenti penali (quei signori rischiano condanne alla reclusione e al pagamento di forti multe).
Di sicuro, i vari indagati erano perfettamente al corrente che quanto stavano facendo non era conforme alla legge; è un fatto, tuttavia, che moltissime altre persone versano nella medesima situazione di illegalità senza esserne (pienamente) consapevoli.
In effetti, in materia di software non è sempre facile rendersi conto di cosa sia consentito e cosa no, anche per la confusione tra il bene immateriale (il software) e il bene materiale (il supporto sul quale il software è inserito, il più delle volte un disco ottico, che si tratti di un CD o di un DVD).
In soldoni, la maggior parte di quanti acquistano un software originale (direttamente oppure quale accessorio incluso con un prodotto hardware, tipo un computer portatile, una stampante, etc.) ritiene in buona fede di aver acquistato, col contenitore (CD o DVD) anche il contenuto (il software).
Non è così.
Ciò che si acquista a titolo di proprietà è solamente il supporto materiale, non ciò che vi è contenuto: quest’ultimo bene è meramente concesso in licenza, per gli usi e con le limitazioni previste dalla specifica licenza del produttore, che rimane l’esclusivo proprietario e titolare di tutti i diritti di sfruttamento del software.
Altrove, potrete trovare una più ampia e dettagliata disamina del fenomeno; ai fini di questa brevissima nota potrà bastare ricordare che:

  • il software è considerato dalla legge un’opera dell’ingegno, e come tale tutelato;
  • il software rimane sempre proprietà del suo produttore, sia che venga concesso in uso a titolo oneroso (cioè si deve pagare un corrispettivo, spesso salato, per poterlo legalmente utilizzare) sia che lo si possa invece utilizzare gratuitamente;
  • il produttore del software decide come il suo prodotto possa e debba venir utilizzato dal licenziatario finale, e ciò tanto che la licenza sia gratuita, quanto che sia onerosa;
  • il licenziatario, quindi, può fare col software solo ciò che il produttore gli consente; ciò che, di norma, è vietato dalle licenze consiste prevalentemente in: duplicare, distribuire e/o modificare il software originale e utilizzare il software su più computer di quante siano le licenze concesse (di solito, il criterio è 1 licenza per 1 computer).

Tutte queste restrizioni valgono per il software c.d. proprietario, al quale si contrappone il software libero (per il quale si adopera anche la definizione di open source, per quanto le due locuzioni non siano esattamente sinonimi, nel senso che il software libero è sempre open source, ma non tutto il software open source è libero).
Il software libero è spesso guardato con diffidenza da chi sia poco o punto addentro le cose dell’informatica; la circostanza che la maggior parte del software libero sia anche gratuitamente utilizzabile (non sia, cioè, necessario pagare un corrispettivo per la relativa licenza; poiché la libertà del software è anch’essa determinata dalla sua specifica licenza) può indurre la falsa opinione che si tratti di prodotti scadenti, non affidabili e non all’altezza delle varie controparti proprietarie.
Dobbiamo ripeterci (anche se in tutt’altro contesto): non è così.
Moltissimi software liberi non hanno nulla da invidiare ai loro omologhi proprietari, anzi: spesso sono addirittura migliori (Mozilla Firefox è un browser internet unanimemente riconosciuto di gran lunga superiore a Microsoft Internet Explorer; il sistema operativo GNU/Linux si fa preferire per moltissimi aspetti a qualsiasi versione di Microsoft Windows: basti pensare che l’infrastruttura informatica di un colosso come Google si basa esclusivamente su sistemi GNU/Linux per averne che la più eclatante dimostrazione).
Per tornare al caso di cronaca citato in apertura: se quei signori avessero installato sui loro computer, anziché i noti e costosissimi programmi proprietari, le loro controparti libere (e ce ne sono parecchie), avrebbero realizzato un significativo risparmio economico e sarebbero stati perfettamente in regola; adesso, invece, si trovano in un mare di guai e, lungi dall’aver risparmiato alcunché, gli costerà molto, molto caro.
Il che conferma la regola: bisogna sempre preferire l’originale.