L’udienza virtuale e i suoi paradossi (ovvero quando il giudice è “meno uguale”): osservazioni a margine di una questione di legittimità costituzionale

Con ordinanza di data 19 maggio 2020 il Tribunale di Mantova ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 83, comma 7, lett. f), D.L. 18/2020 (convertito nella L. 27/2020) così come modificato dall’art. 3, comma 1, lett. c), D.L. 28/2020, sostenendone «il palese contrasto con gli artt. 3, 32, 77 e 97 Cost. limitatamente alle parole “con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario e”».
In sintesi, il giudice rimettente si duole di ciò, che la norma che disciplina la celebrazione delle udienze civili cc.dd. “da remoto” (ossia, in teleconferenza tramite l’applicativo Microsoft Teams) imponga la presenza fisica del solo giudice nell’ufficio giudiziario, quando ben sarebbe possibile che il magistrato se ne rimanesse nella propria abitazione e non si esponesse pertanto al rischio di contrarre l’infezione da SARS-COV-2.
L’obiezione non difetta in sé di ragionevolezza e buonsenso: in fondo, se ben possono gli avvocati (e debbono, per quanto riguarda le attività di deposito) operare dal loro domicilio (personale o professionale, a loro discrezione), non si vede perché non potrebbe farlo anche il magistrato, dato che la “stanza virtuale” dell’udienza è raggiungibile da qualunque luogo fisico ci si colleghi.
Sotto il profilo giuridico, il rimettente articola le proprie censure in cinque fitte pagine di ordinanza, che tuttavia non dicono molto più di quanto noi abbiamo riassunto nelle cinque righe del precedente capoverso.
Nonostante, si ribadisce, la doglianza non manchi di fondamento pratico, riteniamo tuttavia assai probabile che verrà respinta, per una semplice — per non dir: banalissima — ragione, anch’essa del tutto concreta; a discolpa del magistrato, ci corre di osservare che se nella relazione illustrativa al D.L. de quo tale ragione fosse stata esplicitata, non si sarebbe sollevato “tanto rumore per nulla” (e, in fondo, iura novit curia, mica le tecnicalità informatiche…).
Qual è dunque questa “ragion pratica”?
Né più né meno che l’infrastruttura stessa su cui opera il processo civile telematico.
Il magistrato è tenuto a redigere il verbale d’udienza e i propri provvedimenti avvalendosi della c.d. “Consolle del magistrato”, e i file che così vengono prodotti sono memorizzati negli archivi elettronici della RUG, ossia la Rete Unica della Giustizia (cioè l’infrastruttura informatica del Ministero della giustizia).
Orbene, ai fini che c’interessano, caratteristica saliente della RUG è l’essere un sistema chiuso, non accessibile dall’esterno di essa: tale peculiarità dipende da ragioni di sicurezza informatica, onde scongiurare (o, quantomeno, ridurre al minimo) il rischio d’intrusioni e accessi indebiti (et pour cause, stante la delicatezza dei dati trattati).
Pertanto, se è vero che il magistrato ben potrebbe collegarsi con la sua “stanza virtuale” anche dal computer di casa, non gli sarebbe comunque possibile operare nella RUG: tutto ciò che producesse, dovrebbe quindi essere trasmesso all’ufficio tramite canali non sicuri.
Paradossalmente, vi sarebbe un modo per ovviare a ciò, che consisterebbe tuttavia in un ritorno al passato (e, diciamocelo, alla regolarità del rito siccome originariamente pensato nel codice): il verbale d’udienza dovrebbe essere redatto dal cancelliere, il quale però, per le ragioni tecniche di cui supra, dovrebbe necessariamente recarsi nell’ufficio giudiziario: e saremmo allora daccapo (è solo di qualche giorno fa l’intemerata dei sindacati dei funzionari amministrativi del Tribunale di Venezia, sulla quale preferisco sorvolare…).
A livello pratico, tutto ciò probabilmente non porterà a nulla, se è vero che la modalità di celebrazione da remoto delle udienze cesserà di essere operativa col prossimo 31 luglio: semplicemente, la Corte Costituzionale non farà in tempo neppure ad assegnare il procedimento a un relatore (quasi quasi, neppure a dargli un numero di ruolo…).
Rimane il rammarico per la mancanza di visione che affligge la maggior parte degli operatori di giustizia: sebbene l’udienza da remoto non sia la panacea universale, né sia (allo stato della tecnologia, quantomeno) utilizzabile se non per limitati fini (si pensi alla pletora di udienze meramente formali che ingolfano il rito civile e producono solo assembramenti nei palazzi di giustizia — questi ultimi, adesso pericolosi, ma prima neppure tanto gradevoli…), sarebbe comunque uno strumento di cui valga approfittare.
Più in generale, sarebbe giunto il momento di ripensare i riti (tutti) con maggiore considerazione e (soprattutto) consapevolezza dei mezzi tecnologici oggi a disposizione: mission impossible, tuttavia, finché il fattore umano rimane quello che purtroppo conosciamo.

Squarci su un futuro presente: le udienze telematiche

Le esigenze sanitarie di distanziamento sociale hanno interessato ogni aspetto dell’esistenza che eravamo abituati a considerare “normale”, e l’attività giudiziaria non fa eccezione.
Sebbene in misura notevolmente minore che in passato, i tribunali rimangono luoghi in cui l’“assembramento” (di avvocati, in particolare) è la condizione più frequente (perlomeno, in occasione delle udienze).
Per ovviare a un simile inconveniente, non appena terminerà l’attuale periodo di sospensione di ogni attività ordinaria, le udienze civili che non comportino attività particolarmente complesse saranno celebrate “a distanza”, ossia tramite gli strumenti informatici della teleconferenza.
Si tratta di un fatto senza precedenti (nel processo penale si era proceduto, in determinati casi e per esigenze di sicurezza, all’audizione di testimoni o di imputati detenuti nel regime c.d “41-bis”) e di un’innovazione dettata da contingenti ragioni emergenziali, pertanto assai scarna a livello normativo e con non poche incognite sotto il profilo pratico (quest’ultime, dovute in buona parte alla sostanziale impreparazione dei giuristi in punto utilizzo degli strumenti informatici).
In questi giorni, la Commissione informatica del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Pordenone (nella quale anch’io mi pregio di portare il mio contributo) ha realizzato una serie di eventi formativi a pro dei colleghi, utilizzando proprio la teleconferenza per illustrare gli aspetti basilari e pratici dello strumento, nella prospettiva dell’udienza civile (inclusa una minimale simulazione di come questa dovrebbe svolgersi in concreto avanti il giudice).
Si è trattato di un impegno alquanto intenso e concentrato: la settimana scorsa è stata dedicata interamente all’organizzazione e alla preparazione degli incontri, che si sono svolti negli ultimi tre giorni, per un totale di sette sessioni formative e di oltre duecento partecipanti.
L’esperienza — al di là di intuibili soddisfazioni personali — offre tuttavia il destro per una riflessione sul futuro prossimo venturo, e personalmente mi conferma in un’idea che nutro già da parecchio tempo e che ho di sfuggita accennato anche nei miei scritti sull’argomento.
L’informatizzazione del processo civile non comporta semplicemente la prosecuzione di attività consuete e usuali con mezzi nuovi: questo è solo il transitorio momento presente.
In realtà, sotto la superficie riposano innovazioni che cambiano completamente il quadro di riferimento.
Si pensi a come era organizzato un tribunale prima dell’entrata in vigore (nel 2014) del processo civile telematico: tutti gli atti e i provvedimenti del processo erano in formato analogico (ossia, cartaceo) ed erano immagazzinati negli archivi fisicamente posti all’interno del palazzo di giustizia (o, comunque, in edifici materiali nella disponibilità degli uffici giudiziari).
Adesso, invece, atti e provvedimenti sono nativamente digitali e i supporti nei quali sono memorizzati non si trovano fisicamente nell’ufficio al quale pertengono, bensì in una (o più) server farm dislocata chissà dove, e l’accesso a tali atti e provvedimenti è possibile solo tramite internet (e a determinate condizioni).
I palazzi di giustizia sono rimasti quindi come luoghi fisici “solo” per le persone, per consentire determinate interazioni fra l’amministrazione della giustizia (giudici, cancellieri, etc.) e l’utenza (avvocati, consulenti, parti, etc.).
Se anche l’interazione viene trasferita nella dimensione digitale, non avrà più alcun senso pratico la ripartizione territoriale che abbiamo conosciuto sin qui: ecco, quindi, profilarsi quella che mi piace chiamare “Giurisdizione Unica Nazionale”, ossia un’unica struttura organizzativa, totalmente dematerializzata, accessibile solamente tramite il web.
Ciò comporterà il ripensamento e la ridefinizione anche del ruolo degli avvocati, più che mai interfaccia indispensabile fra le persone (tanto individui quanto organizzazioni) e la Giustizia.
Tutto ciò, prima della pandemia era nulla più di un’eventualità, sicuramente assai lontana nel tempo; adesso, è una prospettiva che, sebbene non ancora concreta, ha già, secondo me, notevoli possibilità di avverarsi nel giro di pochi anni.
Sarà un bene? Sarà un male?
Sarà un cambiamento, perché l’esistenza è un continuo divenire: come sempre, starà alle persone far sì che sia un miglioramento.

L’impensata spinta al progresso, ovvero dell’eterogenesi dei fini

Nei momenti di difficoltà, anche nelle crisi gravi come quella che stiamo vivendo in queste settimane, è importante mantenere la lucidità e, soprattutto, quella volontà ottimista che consente di scorgere comunque qualcosa di positivo anche quando tutto sembra star precipitando.
L’art. 2, comma 6, D.L. 8/03/2020 n. 11 prescrive che, almeno sino al 31 maggio 2020, anche per gli atti introduttivi (ricorsi, citazioni, comparse di costituzione) dei giudizi civili avanti i Tribunali e le Corti d’Appello sia obbligatorio il deposito con modalità telematiche; come pure i pagamenti degli oneri giudiziari (contributo unificato, marche di cancelleria, etc.) debbono avvenire esclusivamente tramite la piattaforma PagoPA.
Abbastanza incongruamente, infatti, sinora era stato consentito per tali atti (ma solo per questi), in alternativa, anche il deposito nelle tradizionali forme cartacee (“analogiche”, per dirla con la terminologia tecnica); il che non risolveva gli eventuali imbarazzi tecnologici degli avvocati più restii a metabolizzare il processo telematico, nonostante questo sia la regola ormai da quasi 6 anni (infatti, per tutti gli atti successivi il deposito è esclusivamente telematico), in compenso creava ulteriori inconvenienti alle cancellerie, che si trovavano, in quei casi, a dover gestire un fascicolo “sdoppiato” (una parte in formato cartaceo, tutto il resto in digitale).
Personalmente, non ho più depositato un foglio di carta in tribunale (né in corte d’appello) dal maggio 2014, e da quando i pagamenti telematici sono divenuti agevoli quanto effettuare un acquisto via e-commerce non utilizzo più nemmeno le classiche marche.
E ciò, non solo perché, da giurista teorico, ho più volte stigmatizzato l’insensatezza dell’aver mantenuto il “doppio canale” per gli atti introduttivi, ma anche perché, da giurista pratico, ho potuto verificare direttamente quanto più comodo ed effettivo sia l’operare in forma telematica.
Avrei preferito, naturalmente, che una riforma del genere fosse stata introdotta molto tempo fa e nel contesto di un programma serio di potenziamento del servizio giustizia; avrei anche preferito (ancor più ovviamente) che le cose rimanessero come stavano, pur di non vivere (insieme a miliardi di altre persone) la sciagura coronavirus; ma se vogliamo (dobbiamo!) essere ottimisti, questa prescrizione va vista in maniera assolutamente positiva, e ci auguriamo che sia resa definitiva anche dopo il 31 maggio.
Peccato però che ci sia voluta una pandemia per giungere a una scelta tanto semplice.

Precorsi e conferme

Sul finire di novembre 2016 veniva pubblicato sul portale Il Processo Telematico di Giuffrè Editore un mio breve saggio intitolato “Prospettive e limiti del domicilio digitale, ovvero di cosa si possa notificare telematicamente e a chi”, nel quale sostenevo (in allora, primo e isolato) la tesi secondo cui non fosse possibile notificare validamente per via telematica a un soggetto tenuto per legge a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata (professionista o imprenditore individuale) un atto giudiziario inerente a materia estranea all’attività imprenditoriale o professionale da questi svolta (per esempio: un ricorso per separazione coniugale).
La stessa tesi in seguito riprendevo, sviluppavo e confermavo nel mio libro “Le notificazioni a cura dell’avvocato(Giappichelli Editore, giugno 2018, pp. 70–76).
Apprendo adesso che il Tribunale di Roma, con ordinanza del 26 gennaio 2019, n. 122, ha dichiarato nulla «una notificazione telematica riferita a un contenzioso estraneo all’impresa o professione esercitata» dal soggetto cui la notificazione in parola era diretta, in pratica recependo (sia pur con una motivazione assolutamente stringata — ma, del resto, in armonia con l’obbligo di “sinteticità” di cui all’art. 16-bis, comma 9-octies, D.L. 179/2012) la tesi da me a suo tempo sostenuta e argomentata nel saggio ricordato supra.
Morale: non è sempre agevole essere in anticipo sui tempi, ma quando i tempi, finalmente, ti raggiungono, non si può non provare una certa, per quanto piccola, soddisfazione.

Piccole vanità, piccole soddisfazioni

Sono un avvocato: il mio mestiere consiste nel (tentare di) risolvere i problemi che affliggono quanti a me si rivolgono (ovviamente, quei problemi per i quali ho adeguata competenza professionale).
Sono, quindi, essenzialmente un giurista pratico.
Il che non esclude che talvolta mi avventuri nel campo della riflessione ed elaborazione teorica (sia pur mantenendo un taglio concreto, perché il diritto è pur sempre pensato per l’uomo, e mai fine a se stesso).
Di qui, ogni tanto, gli scritti più o meno estesi che hanno finora trovato la via della pubblicazione: ogni volta che accade, è una soddisfazione (morale, innanzitutto).
Poi, capita anche che quanto si scrive venga non solo letto, ma anche menzionato: Stratagemmi per il PCT (Giuffrè, 2016) era stato indicato nella bibliografia da Maurizio Sala (nel suo Il processo telematico – Tipi e differenze, Giappichelli, 2017); adesso, nell’imponente e ambizioso Il processo telematico nel sistema del diritto processuale civile (a cura di Giuseppe Ruffini, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019), anche Procedura civile digitale e due miei articoli apparsi su ilprocessotelematico.it (oltre al già ricordato Stratagemmi per il PCT) trovano ripetuta menzione in numerose note al testo.
Sono soddisfazioni, per piccole che si possano ritenere.
Riferirlo è una mia vanità, che confido degna di comprensione.

L’azione civile, tra il processo penale e l’entropia

Cos’è la norma penale?
Tecnicamente parlando, è un precetto posto dalla legge, la cui violazione è sanzionata con una pena, detentiva e/o pecuniaria a seconda dei casi.
Il fine della norma penale è d’impedire, per quanto possibile, quei comportamenti che potrebbero minare la pace sociale e, dunque, di mantenere l’ordine pubblico delle comunità. Lo Stato avoca a sé il potere punitivo, onde scongiurare l’escalation di violenza che potrebbe scaturire da un atto di vendetta privata.
La norma penale è norma di diritto pubblico: di per sé, essa tutela il singolo individuo solo di riflesso; ciò significa che, d’ordinario, il processo penale contempla come vittima del reato proprio e unicamente lo Stato stesso, la cui autorità è stata compromessa dalla trasgressione del divieto.
Quale tutela, allora, è assicurata agli individui che subiscono gli effetti negativi del reato (si pensi alle vittime di delitti contro la persona — omicidio, violenza sessuale, sequestro di persona, etc. — o contro il patrimonio — furto, rapina, appropriazione indebita, truffa, etc. — solo per citare pochi esempi fra i più rilevanti)?
A costoro l’ordinamento assicura il risarcimento dei danni patiti (in forma equivalente, ossia tramite il pagamento di una somma di denaro, la cui determinazione segue criteri diversi a seconda del tipo di danno lamentato), che deve essere tuttavia espressamente richiesto con l’azione civile.
La sede naturale dell’azione di risarcimento è il processo civile (eventualmente preceduto, quando prescritto dalla legge, da un tentativo di ADR come la mediazione o la negoziazione assistita); è tuttavia possibile che l’azione civile sia esperita anche all’interno del processo penale, mediante la costituzione di parte civile.
Costituendosi parte civile, la persona (fisica, ma anche giuridica, se del caso) offesa dal reato assume il ruolo di parte del processo penale; la sentenza che definisce il giudizio penale dispone anche sulla domanda risarcitoria della parte civile: respingendola, in caso di assoluzione dell’imputato per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, oppure accogliendola in caso di condanna per riconosciuta colpevolezza del reo; in tale ultimo caso, la condanna è quasi sempre generica, ossia viene sancito il diritto della parte civile a ottenere il risarcimento da parte del reo (e di altri eventuali responsabili civili), ma la determinazione in concreto di quanto dovrà essere corrisposto alla parte civile viene demandata al giudice civile in un separato processo.
Il vantaggio dell’azione civile nel processo penale consiste nel poter sfruttare il lavoro investigativo della procura della Repubblica, nonché il diverso regime probatorio del processo penale rispetto a quello civile, per giungere meno difficoltosamente all’accertamento del fatto generatore di responsabilità.
Pensiamo, per esempio, a un processo per truffa in danno di un gran numero di risparmiatori o investitori: se ciascuno di essi agisse individualmente contro il truffatore, si dovrebbero incardinare n processi “fotocopia”, con notevole appesantimento dell’organizzazione giudiziaria, senza contare che i vari processi potrebbero essere affidati a magistrati diversi (e si sa: tot capita, tot sententiae… ossia gli esiti potrebbero essere anche assai disomogenei); ovviamente, i costi del processo civile sono inizialmente a carico di chi li promuove (alla fine si dovrebbero recuperare, se la controparte sia solvente, però…); nell’unico processo penale per plurimi fatti di truffa in danno di una moltitudine di persone offese, invece, viene quantomeno assicurata una certa omogeneità, nel senso che situazioni analoghe o simili riceveranno risposte analoghe o simili (e i costi della macchina giudiziaria li paga lo Stato).
Lo svantaggio dell’azione civile nel processo penale, d’altro canto, consiste nel sottostare ai tempi e agli inconvenienti del processo penale, che si fanno particolarmente acuti ed evidenti soprattutto nei casi di reati finanziari in danno di un gran numero di vittime, poiché da un lato il reato finanziario, per sua stessa natura, si connota per ambiguità ed equivoca vicinanza a fatti leciti (di talché il più delle volte il confine fra lecito e illecito è labile assai), dall’altro il gran numero di vittime comporta un gran numero di fatti da accertare ed esaminare uno per uno.
Complessità, dunque: niente che possa risolversi facilmente o sbrigativamente.
Tempi lunghi di indagine e, conseguentemente, di processo incrementano pericolosamente il rischio di prescrizione, ossia che dopo un certo numero di anni senza che si sia giunti a una sentenza definitiva (cioè, non più ricorribile in appello o per cassazione) il reato si estingua e che tutto sia stato invano — anche se, a dir il vero, quando si sia perlomeno giunti a una sentenza non definitiva, la sentenza che dichiara l’intervenuta prescrizione non cancella però, anzi conferma le statuizioni civili; cosicché, se anche il maxitruffatore si veda estinguere il reato in cassazione, rimarrà comunque ferma la sua responsabilità civile e l’obbligo al risarcimento.
Insomma, per un verso o per l’altro, il principio rimane comunque salvo: il diritto delle vittime del reato al riconoscimento delle loro ragioni — il più delle volte, almeno — è garantito.
Si potrebbe anche — banalmente e brutalmente — sintetizzare che, in fondo, basta avere un po’ di pazienza: prima o poi, la giustizia fa il suo corso e unicuique suum tribuit.
Altrettanto brutalmente si potrebbe replicare, con John Maynard Keynes, che “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
Il che fotografa l’aspetto più lacerante della crisi in cui la giustizia italiana, purtroppo, versa da tempo immemorabile (né vi sono avvisaglie di miglioramento, anzi): il danno si verifica qui e ora, il rimedio, ammesso che arrivi, si farà attendere un bel po’.
Quale sarà, allora, il destino delle centinaia, migliaia di piccoli risparmiatori e investitori vittime dei crac bancari e delle maxitruffe finanziarie che infestano le cronache, nazionali e non?
Quasi sempre un destino gramo, ahiloro.
Il truffatore (non a caso, la categoria più astuta nella genia dei delinquenti) il più delle volte ha messo il malloppo al sicuro, irrintracciabile in qualche paradiso fiscale o presso insospettabili complici/amici compiacenti; passerà il suo calvario giudiziario, magari si farà qualche annetto in galera, ma poi si godrà una pensione speciale in qualche isola tropicale, lontano dai giudici e, soprattutto, dalla Guardia di Finanza.
Se, per avventura, parte del malloppo fosse finita in beni “al sole” (per esempio, immobili, anche di pregio), questa probabilmente verrà restituita alle vittime, ma saranno sempre briciole rispetto al grosso della torta.
La prospettiva di finire con “una manciata di polvere” (T.S. Eliot, La terra desolata) è tutt’altro che remota: e allora, perché iniziare l’azione civile?Innanzitutto, perché è giusto e perché la speranza è l’ultima a morire: dopotutto, non solo a Berlino ci sono giudici.
C’è un caveat, tuttavia: chi si sia ritrovato nella spiacevole situazione del truffato deve riconoscere che le principali cause di ciò sono state ingenuità e forse un po’ di avidità (in quali proporzioni, varia da caso a caso); si faccia dunque attenzione a non perseverare (diabolicamente) nell’errore di affidarsi ciecamente e acriticamente a chi promette facili guadagni.
Uno dei precetti più importanti (mia opinione) contenuti nel Codice Deontologico Forense così recita: «L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione» (art. 27, comma 1, C.D.F.); la norma può suonare anodina, ma significa invece che è dovere dell’avvocato illustrare senza equivoci al proprio cliente i rischi dell’attività da intraprendere, primo fra tutti quello di dover affrontare spese, anche non modeste (nessun professionista lavora gratis, e ci mancherebbe), a fronte del rischio, sempre presente, ineludibile, di finire con ulteriori perdite.
Del resto, l’avvocato non può (non deve) condividere il rischio del cliente (ha già il proprio, che il cliente, alla fine, non paghi…).
Sto forse dicendo che chi ha subito una truffa farebbe meglio a lasciar perdere?
Assolutamente no: anche il solo vedersi riconoscere una ragione, per quanto solo di principio, potrebbe essere un risarcimento — se non altro, per l’anima.
Però anche questa è una prospettiva che il cliente deve avere ben chiara e valutare con piena cognizione; ed è responsabilità dell’avvocato fornire al cliente tutti gli elementi per poter svolgere al meglio tale valutazione.
Parlando per paradossi, potrebbe essere più degno di fiducia un avvocato che sconsigli un’azione, piuttosto che uno che spinga a fare causa.
Assistere un truffato è uno dei compiti più difficili, per un professionista serio e degno di tal nome: basta un niente, invero, (e la giurisprudenza disciplinare, ahinoi, non è certo avara di precedenti specifici) a trasformarsi in un altro truffatore.

Di avvocati, di elezioni e di principî

Una recentissima sentenza della Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n. 32781 del 19/12/2018) ha scatenato un acceso dibattito nell’avvocatura italiana.
La L. 31/12/2012 n. 247 (che ha riformato l’ordinamento della professione forense, sino a quel momento fermo alla normativa emanata ancora nel 1933) ha introdotto il c.d. “limite del doppio mandato”, ossia ha stabilito che nessuno possa essere eletto consigliere dell’ordine degli avvocati per più di due volte consecutivamente (lo stesso limite si applica anche ai componenti del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli Distrettuali di Disciplina), precisando inoltre che la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un periodo di tempo uguale a quello nel quale si sia in precedenza ricoperta la carica in questione (art. 3, comma 3, ultimi due periodi, L. 12/07/2017 n. 113, “Disposizioni sulla elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi”, che ha sostituito l’uguale previsione contenuta nell’art. 28, comma 5, L. 247/2012).
Sino alla sentenza delle SS.UU., si era sempre inteso che tale limite valesse solo a partire dall’entrata in vigore della L. 247/2012 (anche perché, prima di essa, il mandato di consigliere durava due anni, mentre adesso ne dura quattro); la Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che né nella L. 247/2012 né nella L. 113/2017 si rinviene alcunché che legittimi tale interpretazione, pertanto ha affermato che, ai fini della ricandidatura, occorre tener conto di tutti i mandati consecutivamente svolti, anche se precedenti all’entrata in vigore della L. 247/2012.
La decisione delle SS.UU. è stata confermata dal D.L. 11/01/2019 n. 2, che ha reso l’interpretazione autentica delle norme elettorali forensi «nel senso che, ai fini del rispetto del divieto di cui al predetto periodo [“i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi”; N.d.R.], si tiene conto dei mandati espletatati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all’entrata in vigore della legge 31 dicembre 2012, n. 247» (art. 1, comma 1, D.L. 2/2019).
Ciò che, in effetti, ha reso dirompente quanto sopra è la coincidenza temporale: a gennaio 2019, infatti, erano previste le elezioni per il rinnovo dei consigli dell’ordine degli avvocati pressoché in tutta Italia, e una buona parte di quanti facevano parte dei consigli in scadenza si è ricandidata per un ulteriore mandato; per quanti erano alla prima esperienza, nulla quaestio; non così per coloro che erano stati eletti anche sotto il precedente ordinamento (in diversi casi, il problema ha riguardato anche i presidenti degli ordini).
Opportunamente, il D.L. 2/2019 ha consentito il rinvio delle elezioni (che dovranno tenersi entro il mese di luglio 2019), onde consentire di rivedere le candidature alla luce del principio come sopra determinato.
L’avvocatura italiana si è, però, praticamente divisa in due: da un lato, quelli che sostengono l’interpretazione secondo cui il limite dei due mandati vale solo per le elezioni tenute sotto il nuovo regime della L. 247/2012, dall’altro quelli che auspicano un sostanziale e autentico rinnovamento dei vertici istituzionali dell’avvocatura e condividono l’interpretazione restrittiva enunciata dalle Sezioni Unite.
A mio modo di vedere, l’interpretazione “larga” — cioè, che riteneva che il limite dei due mandati non fosse retroattivo — si poteva ragionevolmente sostenere sino alla sentenza n. 32781/2018 della Suprema Corte; dopo, non è più possibile, poiché compete alla S.C. dare l’interpretazione guida delle norme di legge, enunciando principi che vanno anche oltre il caso concreto per il quale sono stati individuati (è la c.d. “funzione nomofilattica” di cui è investita la Corte di Cassazione); a maggior ragione, quando quel principio è stato poi recepito e sancito addirittura in una norma di legge.
Non intendo, con ciò, giudicare in alcun modo quanti la pensano diversamente; epperò è un dato di fatto che tale opinione si contrappone ad atti (sentenza e norma) che hanno ben altra — e soverchiante — valenza.
Capisco perfettamente il disagio di quanti, di punto in bianco, si vedono costretti a lasciare una carica che pensavano di dover abbandonare solo fra un certo tempo: essendo stato a mia volta consigliere dell’ordine, so benissimo che “lo scranno crea assuefazione” e che ci vogliono convinzione e forza d’animo per rinunciarvi a cuor leggero. Ed è pur vero che la norma introdotta col D.L. 2/2019 è tuttora da considerarsi “transitoria”, poiché dovrà essere convertita in legge (e non sempre i decreti legge vengono poi confermati dal Parlamento).
D’altro canto, e da tempi non sospetti, sono sempre stato fautore del limite dei due mandati, ancor prima che questi raddoppiassero di durata e il limite venisse introdotto per legge (difatti, ne ho svolti due al consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia, e poi basta).
Come sempre, le generalizzazioni sono sbagliate: fra i “recalcitranti” vi sono persone che so degnissime e sinceramente animate da spirito di servizio (anche perché, contrariamente a quanto molti — erroneamente — ritengono, non è prevista alcuna indennità per i consiglieri dell’ordine, che prestano quindi il loro servizio gratuitamente e, anzi, rimettendoci, poiché sottraggono tempo e risorse al loro lavoro); allo stesso modo, non tutti quanti si stracciano clamorosamente le vesti invocando onestà intellettuale e dignità della professione sarebbero esattamente in grado di scagliare “prime pietre”.
Auspico, in conclusione, che, passato lo sconvolgimento emotivo del primo istante e a mente finalmente fredda, prevalga quel senso di dignità della professione che dovrebbe informare chiunque abbia l’onore e l’onere di portare la toga; che i toni si plachino e che l’avvocatura possa tornare a occuparsi delle più serie questioni che l’interessano, perché in questo momento — perdonatemi l’immagine un po’ brutale — tutti noi avvocati stiamo finendo col sembrare “i polli di Renzo”.

Le notificazioni a cura dell’avvocato

Il trascorrere del tempo e la successione delle leggi rendono di quando in quando necessario ritornare su lavori compiuti per i necessari e opportuni aggiornamenti.
Le notificazioni dell’avvocato(uscito presso Giuffrè nel 2013) abbisognava di essere messo in sincronia con l’avvio e l’entrata a regime del processo civile telematico, soprattutto per la parte inerente le notificazioni effettuate tramite la posta elettronica certificata.
L’approdo presso un nuovo — e altrettanto prestigioso — editore ha fornito l’occasione (se non la necessità) di una riorganizzazione profonda del materiale, oltre alla scrittura di parti nuove e alla riscrittura di altre.
Di qui, anche, il titolo leggermente modificato rispetto all’opera precedente, a significare che non si tratta di una semplice “seconda edizione” (per quanto “riveduta, corretta, aggiornata e ampliata”).
Come sempre, si scrive per essere d’ausilio ad altri, per condividere e diffondere le conoscenze; il che non è incompatibile con le personalissime soddisfazioni che se ne possano trarre per sé: essere letti — e, possibilmente, apprezzati — rientra senz’altro in quel novero.
Buona lettura a tutti.

Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.

Letture consigliate

Essere avvocato è solo un aspetto dell’essere giurista, ed entrambi gli aspetti si arricchiscono e completano vicendevolmente.
La riflessione critica sulle norme e più in generale su come funziona la macchina della giustizia dovrebbe far parte del quotidiano di ogni professionista forense: per parte mia, mi piace contribuire alla discussione, tanto sul versante più squisitamente tecnico-giuridico (che trova tuttavia il suo limitato terreno d’elezione nella platea dei cosiddetti “addetti ai lavori” e spazio, sin qui, sul ilprocessotelematico.it di Giuffrè Editore) quanto su quello che potremmo definire latamente “politico-sociale” (nell’accezione più nobile del termine, sganciato quindi da ogni appartenenza o consonanza di tipo partitico-politicante).
In quest’ultimo ambito si inscrivono due miei recenti contributi in tema di processo telematico (civile e penale), di recente pubblicati su AgendaDigitale.eu.
Quanti fossero interessati, potranno trovare i necessari rimandi nella pagina dedicata agli “Scritti”.
Buona lettura ai volenterosi.