Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.

Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.