Giurisdizione 24/7, ovvero i termini processuali ai tempi della PEC (Considerazioni a margine di Corte Costituzionale 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019)

1. Il caso

La notificazione di un atto d’appello civile era stata effettuata nelle forme di cui all’art. 3-bis L. 21/01/1994 n. 53 (ossia, mediante trasmissione via posta elettronica certificata — più sinteticamente, si era trattato di una notificazione telematica in proprio a cura dell’avvocato difensore dell’appellante); l’invio telematico dell’appello era avvenuto, nel giorno in cui veniva a scadenza il termine per proporre l’impugnazione, «alle ore 21:04 (con ricevute di accettazione e di consegna generate, rispettivamente, alle ore 21:05:29 e alle ore 21:05:32), in fascia oraria quindi (successiva alle ore 21) implicante il perfezionamento della notificazione “alle ore 7 del giorno successivo”» (Corte Cost. 75/2019, § 1 del “Ritenuto in fatto”): alla luce dell’(allora vigente) art. 16-septies D.L. 18/10/2012, n. 179, tale notificazione risultava così tardiva, poiché la richiamata norma, a sua volta richiamando l’art. 147 C.P.C., stabiliva che «quando è eseguita dopo le ore 21, la notificazione [telematica] si considera perfezionata alle ore 7 del giorno successivo». (Per completezza, si rammenta che l’art. 147 C.P.C. testualmente dispone: «Le notificazioni non possono farsi prima delle ore 7 e dopo le ore 21».)
Parte appellata aveva quindi eccepito l’inammissibilità dell’appello per tardività della notificazione del gravame.
La Corte d’Appello di Milano (l’ufficio giudiziario interessato del caso), nella fattispecie, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 16-septies cit. con riguardo agli artt. 3, 24 e 111 Cost. poiché, da un lato l’equiparazione del c.d. “domicilio digitale” al “domicilio fisico” comporterebbe l’ingiustificato e irrazionale uguale trattamento di situazioni differenti, dall’altro verrebbe posto un irragionevole limite alle notificazioni che si riverbererebbe negativamente sul diritto di difesa del notificante; né sarebbe stata possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma onde superare tale limite senza che ciò ne comportasse la sostanziale abrogazione (o disapplicazione).

2. La decisione

La Corte Costituzionale, con la sentenza 19/03 – 9/04/2019 n. 75/2019, ha riconosciuto la fondatezza della sollevata questione e deciso per la declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 «nella parte in cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta».
L’iter argomentativo tramite il quale la Consulta giunge a tale conclusione considera innanzitutto una serie di capisaldi, il primo dei quali è rappresentato dal principio della scissione del momento perfezionativo della notificazione (o anche, nelle parole della medesima Corte, dalla «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»), da essa stessa enucleato nella celebre sentenza n. 477/2002 (e in seguito variamente ribadito e sviluppato, fra le altre, nelle successive sentenze nn. 28/2004, 107/2004, 318/2009, 3/2010, 106/2011 e nelle ordinanze nn. 97/2004, 132/2004 e 154/2005).
Vengono, poi e del pari, richiamati da un lato la disciplina del deposito telematico degli atti processuali di parte (art. 16-bis, comma 7, D.L. 179/2012, che stabilisce che il deposito è tempestivamente eseguito quando la ricevuta di avvenuta consegna è generata entro la fine del giorno di scadenza), dall’altro la ratio sottostante i limiti alla notificazione posti dall’art. 147 C.P.C. (ossia la tutela del diritto al riposo del destinatario).
In sintesi, la Corte ravvisa l’irragionevolezza dell’equiparazione di trattamento di situazioni diverse, consistente in ciò: nel mentre il limite temporale alle notificazioni di cui all’art. 147 C.P.C. (e ripreso pari pari dall’art. 16-septies D.L. 179/2012) è stato posto con riguardo alla notificazione “analogica” eseguita dall’ufficiale giudiziario a mani del destinatario, cosa che implica necessariamente l’accesso dell’agente notificatore nel domicilio di colui al quale è diretta la notificazione, rendendo del pari necessaria la tutela approntata con il disposto dell’art. 147 C.P.C.; analoga necessità non può avvertirsi nel sistema delle notificazioni telematiche, nel quale il divieto di notifica telematica oltre le ore 21 trova sì giustificazione nell’esigenza di tutelare il destinatario (avvocato) — di «salvaguardarne, cioè, il diritto al riposo in una fascia oraria (dalle 21 alle 24) in cui egli sarebbe stato, altrimenti, costretto a continuare a controllare la propria casella di posta elettronica [certificata]» — di talché gli effetti del perfezionamento della notifica nei suoi confronti vengono procrastinati ex lege alle ore 7 del giorno successivo; «ma non anche giustifica la corrispondente limitazione nel tempo degli effetti giuridici della notifica nei riguardi del mittente, al quale — senza che ciò sia funzionale alla tutela del diritto al riposo del destinatario e nonostante che il mezzo tecnologico lo consenta — viene invece impedito di utilizzare appieno il termine utile per approntare la propria difesa: termine che l’art. 155 C.P.C. computa “a giorni” e che, nel caso di impugnazione, scade, appunto, allo spirare della mezzanotte dell’ultimo giorno».
Di più, la Corte arriva a definire «la norma denunciata (…), per di più, intrinsecamente irrazionale, là dove viene ad inibire il presupposto che ne conforma indefettibilmente l’applicazione, ossia il sistema tecnologico telematico, che si caratterizza per la sua diversità dal sistema tradizionale di notificazione, posto che quest’ultimo si basa su un meccanismo comunque legato “all’apertura degli uffici”, da cui prescinde del tutto invece la notificazione con modalità telematica».
In buona sostanza, poiché il sistema telematico consente al soggetto di fruire sino all’ultimo momento del termine assegnatogli, senza che ciò vada a detrimento di alcuno, la limitazione posta dall’art. 16-septies D.L. 179/2012 concreta un indiscutibile vulnus al diritto costituzionale di difesa.

3. La nuova regola

La declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 16-septies D.L. 179/2012 nei termini visti dianzi è semplicemente l’applicazione piena anche alla notificazione telematica della «regola generale di scindibilità soggettiva degli effetti della notificazione»(del resto, anche la vigente lezione dell’art. 3-bis L. 53/1994 ne è all’evidenza informata).
Pertanto, dal lato del notificante, la notifica telematica si perfeziona sempre nel momento di generazione della ricevuta di accettazione, cioè il primo dei due messaggi PEC che il mittente riceve dopo aver trasmesso il messaggio contenente la notificazione (ossia il messaggio inviatogli dal proprio fornitore del servizio PEC, equivalente alla ricevuta rilasciata dall’ufficio postale nel caso della tradizionale — analogica — raccomandata con avviso di ricevimento): va da sé che, per la tempestività della notificazione, nel caso in cui avvenga nell’ultimo giorno utile, tale generazione deve avvenire (sia pur dopo le ore 21:00 ma) prima dello spirare della mezzanotte (entro le 23:59:59, per essere precisissimi).
Dal lato del destinatario, invece, se la ricevuta di avvenuta consegna (cioè il secondo messaggio che il mittente riceve, inviato dal fornitore del servizio PEC del destinatario) venga generata dopo le ore 21:00, la notificazione si considererà perfezionata soltanto alle ore 7:00 del giorno successivo.
Rimane sempre e comunque valida la tradizionale regola di prudenza: mai ridursi all’ultimo momento (anche perché nel caso di trasmissione di un messaggio PEC con allegati “pesanti” la generazione delle ricevute può richiedere qualche minuto)…

4. Alcuni non impossibili effetti collaterali

Sin qui, l’attualità.
La tecnologia — finora tanto malamente sopportata da gran parte dei giuristi pratici — inizia a mostrare aspetti positivi, che neanche i più “luddisti” fra gli avvocati possono disconoscere.
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, ogni forza il suo lato oscuro; e se il genio esce dalla bottiglia, nessuno può essere certo di cosa potrà combinare…
Ciò che realmente affligge il sistema processuale (a parte la sua risalente e ormai cronica crisi strutturale) è il trovarsi in una situazione ibrida, in un (pare, lunghissimo) momento di transizione nel quale sono forzate a convivere due dimensioni fra sé antitetiche.
La dimensione digitale non è solamente lo sviluppo di quella analogica in termini di astrazione: la prima si caratterizza per implicazioni che possono deformare sino allo stravolgimento parametri e consuetudini pensati e affermati per la seconda.
Per andar sul concreto: il sistema dei termini processuali è tarato sulla realtà analogica degli uffici e dei servizi che essi rendono, nei quali fondamentale è l’apporto del fattore umano.
Si pensi: per il compimento di un attività tanto semplice quanto il deposito di un atto processuale, nella realtà analogica è imprescindibile la presenza attiva di una persona che riceva materialmente ciò che il depositante (altrettanto materialmente) consegna, e che svolga poi tutte le correlate incombenze (dall’annotazione nei registri alla consegna fisica alla persona del magistrato incaricato della trattazione dell’affare). Un tanto richiede che l’ufficio sia accessibile, ma affinché i relativi costi siano sostenibili è ugualmente richiesto che vi siano periodi temporali nei quali l’ufficio non sia accessibile: di qui, il sistema degli orari di apertura al pubblico, per cui si potrà materialmente effettuare il deposito solo in certe ore di certi giorni della settimana di certi mesi dell’anno (essendo necessario il riposo periodico degli addetti agli uffici, non potendone avere in servizio abbastanza da coprire le 24 ore dei 7 giorni della settimana dei 12 mesi dell’anno).
Ciò spiega, quasi banalmente, perché l’art. 155 C.P.C. preveda le proroghe automatiche al primo giorno non festivo susseguente quando il termine venga a scadere in un giorno festivo (includendo, eventualmente, nel novero anche il sabato).
Le stesse considerazioni stanno a fondamento, tuttavia, anche della pronuncia della Corte Costituzionale oggetto del presente commento: è stato possibile estendere sino alla mezzanotte meno un secondo dell’ultimo giorno il periodo utile per effettuare depositi o notificazioni perché il sistema telematico, dal lato del servizio, prescinde totalmente dal fattore umano; sul versante analogico, invero, l’ultimo giorno utile termina non alla mezzanotte meno un secondo ma alcune ore prima: quando, cioè, giunge l’orario di chiusura dell’UNEP o dell’ufficio postale.
Le macchine, invece, sono sempre in funzione: non ci sono turni obbligati di riposo settimanale, ferie o festività civili o religiose da osservare (neppure quando le macchine non svolgano servizi “essenziali”, quali, per esempio, la tutela della salute o dell’ordine pubblico).
È vero che è attualmente previsto un periodo annuale di sospensione dei termini processuali, ma già questo presenta delle eccezioni (sia pur giustificate).
Se si considera che:
a) l’avvocato è un libero professionista, la cui libertà di darsi degli orari di lavoro implica anche il rovescio di non avere alcun orario da rispettare, nel bene come nel male;
b) il numero degli avvocati in Italia è ormai tale da costringere i professionisti a una concorrenza feroce ai limiti della slealtà, pur di sopravvivere;
c) inoltre, la dimensione telematica non pone restrizioni di accesso, di talché tali restrizioni vengono di fatto lasciate alla discrezionalità degli utenti;
ove non s’intervenga sulla struttura normativa del processo di modo da adeguarne le regole alle specifiche caratteristiche del mezzo tecnologico, potrebbero non essere lontani esiti quali, per esempio, la sparizione di previsioni quali quelle dei commi quarto e quinto dell’art. 155 C.P.C..
Ed ecco quindi che l’avvocato potrebbe essere costretto a scegliere fra la rinuncia al proprio riposo (che sia domenica, sabato o venerdì, o qualunque altro giorno, quale che sia il suo credo o nessuno) o a un altro poco di tempo per organizzare al meglio la difesa del proprio assistito (con ricadute anche sul versante della responsabilità professionale: scenari esagerati? chiedete a un medico…).
Ma vi potrebbero anche essere ricadute non necessariamente negative: pensiamo a quei termini il cui computo è invece inverso, ossia a ritroso rispetto a una data (uno su tutti: il termine di costituzione in giudizio, di cui agli artt. 166 o 416 o 436 C.P.C., con quanto consegue in tema di decadenze processuali); è noto che, quando il termine scada in un giorno festivo, la costituzione debba avvenire nel primo giorno non festivo antecedente, anziché susseguente (cfr., ex multis, Cass. Civ. nn. 3877/1976, 5187/1977 e 19041/2003).
La ratio di ciò è stata individuata nell’esigenza di rispettare un determinato «intervallo di tempo minimo prima del quale deve essere compiuta una determinata attività, in quanto, altrimenti, si produrrebbe l’effetto contrario di un’abbreviazione di quell’intervallo, in pregiudizio delle esigenze garantite con la previsione del medesimo» (Cass. Civ. n. 19041/2003).
Così, ed esemplificando, se la prima udienza di un giudizio civile fosse stata indicata di talché il ventesimo giorno à rebours cadesse il Lunedì dell’Angelo di quell’anno, il convenuto si vedrebbe abbreviare il termine utile per approntare la propria comparsa di risposta di almeno due giorni (che poi più probabilmente diverrebbero tre, vista l’improbabilità di rischiare un accesso alle cancellerie non solo di sabato, ma proprio il sabato prima di Pasqua…); e per nessun’altra ragione che la materiale inaccessibilità degli uffici — sul versante analogico, beninteso — in un giorno festivo.
Ma non vi sarebbero ostacoli al deposito telematico nella medesima giornata del Lunedì dell’Angelo (per restare al nostro esempio) e l’avvocato depositante potrebbe anche voler sfruttare sino all’ultimo il termine di costituzione, se non altro per non dare all’avversario tempo in più per studiare le sue difese (tenuto conto che neanche sarebbe impossibile programmare in anticipo l’invio differito del deposito, così che, per parte sua, l’avvocato depositante non dovrebbe neppure guastarsi la gita fuori porta nel giorno di Pasquetta…).
«Il sabato è fatto per l’uomo» (Marco, 2, 27), non per le macchine; e, viste anche certe ultime derive, ci si potrebbe pure chiedere, con Primo Levi, «se questo [avvocato] è un uomo».
Magari è solo fantasia sfrenata; magari la “giurisdizione 24/7” è solo una simpatica frase a effetto; però la bottiglia è ormai stappata, e chi può essere sicuro che il genio sia ancora dentro?

Piccole vanità, piccole soddisfazioni

Sono un avvocato: il mio mestiere consiste nel (tentare di) risolvere i problemi che affliggono quanti a me si rivolgono (ovviamente, quei problemi per i quali ho adeguata competenza professionale).
Sono, quindi, essenzialmente un giurista pratico.
Il che non esclude che talvolta mi avventuri nel campo della riflessione ed elaborazione teorica (sia pur mantenendo un taglio concreto, perché il diritto è pur sempre pensato per l’uomo, e mai fine a se stesso).
Di qui, ogni tanto, gli scritti più o meno estesi che hanno finora trovato la via della pubblicazione: ogni volta che accade, è una soddisfazione (morale, innanzitutto).
Poi, capita anche che quanto si scrive venga non solo letto, ma anche menzionato: Stratagemmi per il PCT (Giuffrè, 2016) era stato indicato nella bibliografia da Maurizio Sala (nel suo Il processo telematico – Tipi e differenze, Giappichelli, 2017); adesso, nell’imponente e ambizioso Il processo telematico nel sistema del diritto processuale civile (a cura di Giuseppe Ruffini, Giuffrè Francis Lefebvre, 2019), anche Procedura civile digitale e due miei articoli apparsi su ilprocessotelematico.it (oltre al già ricordato Stratagemmi per il PCT) trovano ripetuta menzione in numerose note al testo.
Sono soddisfazioni, per piccole che si possano ritenere.
Riferirlo è una mia vanità, che confido degna di comprensione.

L’azione civile, tra il processo penale e l’entropia

Cos’è la norma penale?
Tecnicamente parlando, è un precetto posto dalla legge, la cui violazione è sanzionata con una pena, detentiva e/o pecuniaria a seconda dei casi.
Il fine della norma penale è d’impedire, per quanto possibile, quei comportamenti che potrebbero minare la pace sociale e, dunque, di mantenere l’ordine pubblico delle comunità. Lo Stato avoca a sé il potere punitivo, onde scongiurare l’escalation di violenza che potrebbe scaturire da un atto di vendetta privata.
La norma penale è norma di diritto pubblico: di per sé, essa tutela il singolo individuo solo di riflesso; ciò significa che, d’ordinario, il processo penale contempla come vittima del reato proprio e unicamente lo Stato stesso, la cui autorità è stata compromessa dalla trasgressione del divieto.
Quale tutela, allora, è assicurata agli individui che subiscono gli effetti negativi del reato (si pensi alle vittime di delitti contro la persona — omicidio, violenza sessuale, sequestro di persona, etc. — o contro il patrimonio — furto, rapina, appropriazione indebita, truffa, etc. — solo per citare pochi esempi fra i più rilevanti)?
A costoro l’ordinamento assicura il risarcimento dei danni patiti (in forma equivalente, ossia tramite il pagamento di una somma di denaro, la cui determinazione segue criteri diversi a seconda del tipo di danno lamentato), che deve essere tuttavia espressamente richiesto con l’azione civile.
La sede naturale dell’azione di risarcimento è il processo civile (eventualmente preceduto, quando prescritto dalla legge, da un tentativo di ADR come la mediazione o la negoziazione assistita); è tuttavia possibile che l’azione civile sia esperita anche all’interno del processo penale, mediante la costituzione di parte civile.
Costituendosi parte civile, la persona (fisica, ma anche giuridica, se del caso) offesa dal reato assume il ruolo di parte del processo penale; la sentenza che definisce il giudizio penale dispone anche sulla domanda risarcitoria della parte civile: respingendola, in caso di assoluzione dell’imputato per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, oppure accogliendola in caso di condanna per riconosciuta colpevolezza del reo; in tale ultimo caso, la condanna è quasi sempre generica, ossia viene sancito il diritto della parte civile a ottenere il risarcimento da parte del reo (e di altri eventuali responsabili civili), ma la determinazione in concreto di quanto dovrà essere corrisposto alla parte civile viene demandata al giudice civile in un separato processo.
Il vantaggio dell’azione civile nel processo penale consiste nel poter sfruttare il lavoro investigativo della procura della Repubblica, nonché il diverso regime probatorio del processo penale rispetto a quello civile, per giungere meno difficoltosamente all’accertamento del fatto generatore di responsabilità.
Pensiamo, per esempio, a un processo per truffa in danno di un gran numero di risparmiatori o investitori: se ciascuno di essi agisse individualmente contro il truffatore, si dovrebbero incardinare n processi “fotocopia”, con notevole appesantimento dell’organizzazione giudiziaria, senza contare che i vari processi potrebbero essere affidati a magistrati diversi (e si sa: tot capita, tot sententiae… ossia gli esiti potrebbero essere anche assai disomogenei); ovviamente, i costi del processo civile sono inizialmente a carico di chi li promuove (alla fine si dovrebbero recuperare, se la controparte sia solvente, però…); nell’unico processo penale per plurimi fatti di truffa in danno di una moltitudine di persone offese, invece, viene quantomeno assicurata una certa omogeneità, nel senso che situazioni analoghe o simili riceveranno risposte analoghe o simili (e i costi della macchina giudiziaria li paga lo Stato).
Lo svantaggio dell’azione civile nel processo penale, d’altro canto, consiste nel sottostare ai tempi e agli inconvenienti del processo penale, che si fanno particolarmente acuti ed evidenti soprattutto nei casi di reati finanziari in danno di un gran numero di vittime, poiché da un lato il reato finanziario, per sua stessa natura, si connota per ambiguità ed equivoca vicinanza a fatti leciti (di talché il più delle volte il confine fra lecito e illecito è labile assai), dall’altro il gran numero di vittime comporta un gran numero di fatti da accertare ed esaminare uno per uno.
Complessità, dunque: niente che possa risolversi facilmente o sbrigativamente.
Tempi lunghi di indagine e, conseguentemente, di processo incrementano pericolosamente il rischio di prescrizione, ossia che dopo un certo numero di anni senza che si sia giunti a una sentenza definitiva (cioè, non più ricorribile in appello o per cassazione) il reato si estingua e che tutto sia stato invano — anche se, a dir il vero, quando si sia perlomeno giunti a una sentenza non definitiva, la sentenza che dichiara l’intervenuta prescrizione non cancella però, anzi conferma le statuizioni civili; cosicché, se anche il maxitruffatore si veda estinguere il reato in cassazione, rimarrà comunque ferma la sua responsabilità civile e l’obbligo al risarcimento.
Insomma, per un verso o per l’altro, il principio rimane comunque salvo: il diritto delle vittime del reato al riconoscimento delle loro ragioni — il più delle volte, almeno — è garantito.
Si potrebbe anche — banalmente e brutalmente — sintetizzare che, in fondo, basta avere un po’ di pazienza: prima o poi, la giustizia fa il suo corso e unicuique suum tribuit.
Altrettanto brutalmente si potrebbe replicare, con John Maynard Keynes, che “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
Il che fotografa l’aspetto più lacerante della crisi in cui la giustizia italiana, purtroppo, versa da tempo immemorabile (né vi sono avvisaglie di miglioramento, anzi): il danno si verifica qui e ora, il rimedio, ammesso che arrivi, si farà attendere un bel po’.
Quale sarà, allora, il destino delle centinaia, migliaia di piccoli risparmiatori e investitori vittime dei crac bancari e delle maxitruffe finanziarie che infestano le cronache, nazionali e non?
Quasi sempre un destino gramo, ahiloro.
Il truffatore (non a caso, la categoria più astuta nella genia dei delinquenti) il più delle volte ha messo il malloppo al sicuro, irrintracciabile in qualche paradiso fiscale o presso insospettabili complici/amici compiacenti; passerà il suo calvario giudiziario, magari si farà qualche annetto in galera, ma poi si godrà una pensione speciale in qualche isola tropicale, lontano dai giudici e, soprattutto, dalla Guardia di Finanza.
Se, per avventura, parte del malloppo fosse finita in beni “al sole” (per esempio, immobili, anche di pregio), questa probabilmente verrà restituita alle vittime, ma saranno sempre briciole rispetto al grosso della torta.
La prospettiva di finire con “una manciata di polvere” (T.S. Eliot, La terra desolata) è tutt’altro che remota: e allora, perché iniziare l’azione civile?Innanzitutto, perché è giusto e perché la speranza è l’ultima a morire: dopotutto, non solo a Berlino ci sono giudici.
C’è un caveat, tuttavia: chi si sia ritrovato nella spiacevole situazione del truffato deve riconoscere che le principali cause di ciò sono state ingenuità e forse un po’ di avidità (in quali proporzioni, varia da caso a caso); si faccia dunque attenzione a non perseverare (diabolicamente) nell’errore di affidarsi ciecamente e acriticamente a chi promette facili guadagni.
Uno dei precetti più importanti (mia opinione) contenuti nel Codice Deontologico Forense così recita: «L’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione» (art. 27, comma 1, C.D.F.); la norma può suonare anodina, ma significa invece che è dovere dell’avvocato illustrare senza equivoci al proprio cliente i rischi dell’attività da intraprendere, primo fra tutti quello di dover affrontare spese, anche non modeste (nessun professionista lavora gratis, e ci mancherebbe), a fronte del rischio, sempre presente, ineludibile, di finire con ulteriori perdite.
Del resto, l’avvocato non può (non deve) condividere il rischio del cliente (ha già il proprio, che il cliente, alla fine, non paghi…).
Sto forse dicendo che chi ha subito una truffa farebbe meglio a lasciar perdere?
Assolutamente no: anche il solo vedersi riconoscere una ragione, per quanto solo di principio, potrebbe essere un risarcimento — se non altro, per l’anima.
Però anche questa è una prospettiva che il cliente deve avere ben chiara e valutare con piena cognizione; ed è responsabilità dell’avvocato fornire al cliente tutti gli elementi per poter svolgere al meglio tale valutazione.
Parlando per paradossi, potrebbe essere più degno di fiducia un avvocato che sconsigli un’azione, piuttosto che uno che spinga a fare causa.
Assistere un truffato è uno dei compiti più difficili, per un professionista serio e degno di tal nome: basta un niente, invero, (e la giurisprudenza disciplinare, ahinoi, non è certo avara di precedenti specifici) a trasformarsi in un altro truffatore.

Di avvocati, di elezioni e di principî

Una recentissima sentenza della Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n. 32781 del 19/12/2018) ha scatenato un acceso dibattito nell’avvocatura italiana.
La L. 31/12/2012 n. 247 (che ha riformato l’ordinamento della professione forense, sino a quel momento fermo alla normativa emanata ancora nel 1933) ha introdotto il c.d. “limite del doppio mandato”, ossia ha stabilito che nessuno possa essere eletto consigliere dell’ordine degli avvocati per più di due volte consecutivamente (lo stesso limite si applica anche ai componenti del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli Distrettuali di Disciplina), precisando inoltre che la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un periodo di tempo uguale a quello nel quale si sia in precedenza ricoperta la carica in questione (art. 3, comma 3, ultimi due periodi, L. 12/07/2017 n. 113, “Disposizioni sulla elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi”, che ha sostituito l’uguale previsione contenuta nell’art. 28, comma 5, L. 247/2012).
Sino alla sentenza delle SS.UU., si era sempre inteso che tale limite valesse solo a partire dall’entrata in vigore della L. 247/2012 (anche perché, prima di essa, il mandato di consigliere durava due anni, mentre adesso ne dura quattro); la Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che né nella L. 247/2012 né nella L. 113/2017 si rinviene alcunché che legittimi tale interpretazione, pertanto ha affermato che, ai fini della ricandidatura, occorre tener conto di tutti i mandati consecutivamente svolti, anche se precedenti all’entrata in vigore della L. 247/2012.
La decisione delle SS.UU. è stata confermata dal D.L. 11/01/2019 n. 2, che ha reso l’interpretazione autentica delle norme elettorali forensi «nel senso che, ai fini del rispetto del divieto di cui al predetto periodo [“i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi”; N.d.R.], si tiene conto dei mandati espletatati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all’entrata in vigore della legge 31 dicembre 2012, n. 247» (art. 1, comma 1, D.L. 2/2019).
Ciò che, in effetti, ha reso dirompente quanto sopra è la coincidenza temporale: a gennaio 2019, infatti, erano previste le elezioni per il rinnovo dei consigli dell’ordine degli avvocati pressoché in tutta Italia, e una buona parte di quanti facevano parte dei consigli in scadenza si è ricandidata per un ulteriore mandato; per quanti erano alla prima esperienza, nulla quaestio; non così per coloro che erano stati eletti anche sotto il precedente ordinamento (in diversi casi, il problema ha riguardato anche i presidenti degli ordini).
Opportunamente, il D.L. 2/2019 ha consentito il rinvio delle elezioni (che dovranno tenersi entro il mese di luglio 2019), onde consentire di rivedere le candidature alla luce del principio come sopra determinato.
L’avvocatura italiana si è, però, praticamente divisa in due: da un lato, quelli che sostengono l’interpretazione secondo cui il limite dei due mandati vale solo per le elezioni tenute sotto il nuovo regime della L. 247/2012, dall’altro quelli che auspicano un sostanziale e autentico rinnovamento dei vertici istituzionali dell’avvocatura e condividono l’interpretazione restrittiva enunciata dalle Sezioni Unite.
A mio modo di vedere, l’interpretazione “larga” — cioè, che riteneva che il limite dei due mandati non fosse retroattivo — si poteva ragionevolmente sostenere sino alla sentenza n. 32781/2018 della Suprema Corte; dopo, non è più possibile, poiché compete alla S.C. dare l’interpretazione guida delle norme di legge, enunciando principi che vanno anche oltre il caso concreto per il quale sono stati individuati (è la c.d. “funzione nomofilattica” di cui è investita la Corte di Cassazione); a maggior ragione, quando quel principio è stato poi recepito e sancito addirittura in una norma di legge.
Non intendo, con ciò, giudicare in alcun modo quanti la pensano diversamente; epperò è un dato di fatto che tale opinione si contrappone ad atti (sentenza e norma) che hanno ben altra — e soverchiante — valenza.
Capisco perfettamente il disagio di quanti, di punto in bianco, si vedono costretti a lasciare una carica che pensavano di dover abbandonare solo fra un certo tempo: essendo stato a mia volta consigliere dell’ordine, so benissimo che “lo scranno crea assuefazione” e che ci vogliono convinzione e forza d’animo per rinunciarvi a cuor leggero. Ed è pur vero che la norma introdotta col D.L. 2/2019 è tuttora da considerarsi “transitoria”, poiché dovrà essere convertita in legge (e non sempre i decreti legge vengono poi confermati dal Parlamento).
D’altro canto, e da tempi non sospetti, sono sempre stato fautore del limite dei due mandati, ancor prima che questi raddoppiassero di durata e il limite venisse introdotto per legge (difatti, ne ho svolti due al consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia, e poi basta).
Come sempre, le generalizzazioni sono sbagliate: fra i “recalcitranti” vi sono persone che so degnissime e sinceramente animate da spirito di servizio (anche perché, contrariamente a quanto molti — erroneamente — ritengono, non è prevista alcuna indennità per i consiglieri dell’ordine, che prestano quindi il loro servizio gratuitamente e, anzi, rimettendoci, poiché sottraggono tempo e risorse al loro lavoro); allo stesso modo, non tutti quanti si stracciano clamorosamente le vesti invocando onestà intellettuale e dignità della professione sarebbero esattamente in grado di scagliare “prime pietre”.
Auspico, in conclusione, che, passato lo sconvolgimento emotivo del primo istante e a mente finalmente fredda, prevalga quel senso di dignità della professione che dovrebbe informare chiunque abbia l’onore e l’onere di portare la toga; che i toni si plachino e che l’avvocatura possa tornare a occuparsi delle più serie questioni che l’interessano, perché in questo momento — perdonatemi l’immagine un po’ brutale — tutti noi avvocati stiamo finendo col sembrare “i polli di Renzo”.

Il senso di essere avvocato

Mi è capitato — in questi ultimi giorni e per motivi connessi a una difesa — di rileggere il Codice Deontologico Forense, ossia la traduzione in regole certe e definite dei principi che informano la professione di avvocato.
Si potrebbe anche dire che con il CDF si è voluto dipingere il ritratto ideale dell’avvocato, tratteggiare cioè quella figura esemplare alla quale tutti gli avvocati reali dovrebbero cercare di assomigliare il più possibile.
Non è solo o semplicemente una questione di capacità e preparazione: queste sono presupposte e implicite (e, in ogni caso, esplicitate nell’art. 14).
Nemmeno si tratta soltanto di essere corretti e onesti: anche queste qualità sono parte fondamentale dell’essere avvocato (si veda l’art. 9, fra gli altri).
Insomma, competenza e correttezza sono parti integranti dell’essere avvocato: se mancano, manca anche l’avvocato (a dispetto di ogni eventuale e regolare titolo).
Essere avvocato non è “un lavoro come tanti altri”: se dovessi indicare altre professioni accostabili alla mia, direi senz’altro il medico e l’infermiere (non solo del corpo, ma anche della mente e dell’anima).
Perché? Perché noi avvocati abbiamo a che fare con persone che hanno dei problemi: possono essere problemi più o meno gravi, più o meno intensi, più o meno afflittivi dell’esistenza, ma sempre di angustie si tratta.
E il compito dell’avvocato è uno solo: cercare, per quanto sia possibile, di risolvere quei problemi; nello specifico, tramite l’applicazione della legge.
Certo, non facciamo tutto questo per puro spirito di missione, gratis et amore dei: è un lavoro per il quale ci aspettiamo e ci meritiamo di essere retribuiti.
L’attuale condizione di crisi economica non aiuta: non chi ha bisogno di noi, non noi che abbiamo comunque bisogno di guadagnare anche per mantenere la nostra organizzazione di studio.
Ma il guadagno non può e non deve essere la molla principale a spingerci: se cominciamo a vedere di fronte a noi non una persona ma un semplice mucchietto di euro stiamo tradendo in primo luogo noi stessi, quella figura ideale con cui dovremmo tendere a identificarci.
Una sfida generale allora ci si pone, accanto a tutte le altre particolari che affrontiamo per i nostri clienti: sopravvivere senza sacrificare la nostra più vera anima.
Non sarà facile, ma se avessimo voluto una vita facile non saremmo avvocati.

Un anno dopo

In un precedente articolo avevamo esposto riserve a proposito della riforma della geografia giudiziaria, nella prospettiva della sua successiva entrata in vigore, prevista per il 13 settembre 2013.
Dopo un anno (abbondante) dalla fatidica data, può essere il momento di tracciare un primo bilancio.
Ebbene, siamo stati facili profeti di sventura, né la realtà è stata capace di smentirci.
Dal punto di vista dell’efficienza del sistema giustizia, se qualche cambiamento si è avvertito, è stato in peggio:

  • la durata dei processi civili non è diminuita, casomai si sono allungati i tempi dei rinvii tra un’udienza e l’altra, per non dire di quelli necessari ai giudici per depositare le sentenze — se, poi, si tratta di giudici onorari, le attese sono in qualche caso pressoché bibliche (per tacere della qualità dei provvedimenti…);
  • l’affollamento degli uffici giudiziari si è incrementato, se non altro perché si è concentrato in un’unica sede il lavoro che prima veniva sbrigato negli uffici soppressi dalla riforma;
  • i costi che i cittadini debbono affrontare per chiedere giustizia sono cresciuti esponenzialmente, e non perché gli avvocati abbiano aumentato le tariffe: il governo, infatti, ha disposto sensibili incrementi sia al contributo unificato (la tassa che si paga al momento di promuovere una causa civile) sia alle competenze degli ufficiali giudiziari (et pour cause: adesso il territorio che debbono coprire è molto più vasto).

È vero che, nel contempo, si è promosso il c.d. processo telematico, cioè la possibilità di effettuare una serie di attività di cancelleria (consultazione di registri, deposito di atti, estrazione di copie) tramite internet, senza dover fisicamente accedere all’ufficio giudiziario, ma l’innovazione è ancora a uno stato poco più che embrionale e, soprattutto, non si è intervenuto sulla struttura del processo civile in modo da renderlo più armonico e compatibile con gli strumenti informatici, cosicché anche una riforma in sé positiva e apprezzabile comporta ancora più disagi che benefici.
In tutto ciò, il governo si preoccupa prevalentemente di ridurre le ferie dei magistrati, anziché aumentarne il numero e, soprattutto, migliorarne la qualità (per molti di loro, spiace dirlo, il miglioramento dovrebbe interessare in particolare il lato umano, segnatamente la buona educazione…), mentre le istituzioni dell’avvocatura, come al solito, si avvitano nelle loro beghe di cortile, litigando come i polli di Renzo (l’ultimo Congresso Nazionale, tenutosi poche settimane or sono a Venezia, ne è solo la più recente, desolante esternazione), anziché impegnarsi nelle riforme che veramente sarebbero necessarie per mantenere il valore e il prestigio della professione: riduzione del numero degli avvocati, miglioramento della capacità professionale, allontanamento definitivo di quanti non si comportano come si deve (si chiama “pulizia morale” — dire “etica” avrebbe potuto comportare qualche imbarazzante fraintendimento — e non c’è bisogno di richiamare casi di cronaca, purtroppo recenti e vicini a noi…).
Ora più che mai, per continuare a fare questo mestiere è indispensabile avere spirito di missione.

Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.