A cosa serve l’avvocato

Se il titolo di questa nota fosse declinato come domanda, potrebbe dar adito a risposte sprezzanti, sarcastiche, al limite dell’ingiuria.
È innegabile che vi siano stati — e si verifichino tuttora — casi tali da giustificare tanta acrimonia, ma “non si può far di tutta l’erba un fascio”, anche se (per restar nei proverbi) “una mela guasta rovina tutto il cesto”.
Magari in futuro si ritornerà sul tema della correttezza e competenza professionale dell’attuale classe forense; per adesso, sarà bene rammentare alcuni fatti che troppo facilmente si tende a trascurare, in ossequio alla policy della polemica apodittica, gridata e villana che infesta troppe (brutte) trasmissioni televisive odierne.
L’intervento dell’avvocato è reso necessario, in primo luogo, dalla legge: salvo casi eccezionali, la difesa personale non è ammessa, essendo invece richiesta sempre la difesa cosiddetta tecnica (cioè prestata da un professionista abilitato; e anche in quei paesi dove formalmente la difesa personale è consentita — gli Stati Uniti d’America su tutti — i giudici tendono comunque a scoraggiarla).
Le ragioni di tale scelta del legislatore sono (o dovrebbero essere) evidenti:

  1. la materia è troppo vasta e complessa per essere correttamente affrontata da chi non sia adeguatamente preparato;
  2. il coinvolgimento emotivo dell’interessato rende difficile se non impossibile gestire nella maniera più corretta e opportuna la controversia (non per nulla un noto adagio della professione forense ricorda che “l’avvocato che difende se stesso ha un asino per cliente”).

Queste ragioni giustificano la norma, ma se anche la difesa tecnica non fosse obbligatoria, non verrebbe comunque meno la loro validità: semplicemente, ciò che adesso è necessario diverrebbe “solamente” assai opportuno e caldamente raccomandabile.
Ciononostante, si sente troppo spesso dire, da una parte che gli avvocati sono solo un’ulteriore minaccia da cui il cittadino dev’essere “difeso” (di qui, il proliferare di associazioni di dubbia utilità e ancor più dubbia composizione: se la storia giudiziaria degli esponenti più in vista di tali associazioni fosse resa nota, si comprenderebbero molte più cose…), dall’altra che occorrerebbe una “liberalizzazione” dell’accesso alla professione, onde abbattere la “casta”.
Enormità del genere possono provenire solamente da chi non sappia assolutamente di cosa sta parlando, e qui mi fermo per carità di patria…
Il tema è ricco di spunti e si rischia di divagare.
A cosa serve l’avvocato, dicevamo.
Forse si comincerebbe a capire qualche cosa in più se si considerasse ciò cui l’avvocato dovrebbe servire: a risolvere un problema altrui.
Altrui, in primo luogo: il cliente deve avere sempre ben presente che è della roba sua che si discute, né può pretendere di chiedere all’avvocato di prendere una decisione per lui (l’avvocato che accettasse un simile compito sarebbe, per parte sua, un assoluto incosciente — e un pessimo avvocato); in altre parole, l’avvocato ha il dovere di responsabilizzare il proprio cliente e di mantenere il proprio ruolo ben distinto.
Risolvere un problema: bisogna intendersi bene, al riguardo; non significa affatto “vincere la causa”: le cause si vincono se il cliente ha ragione (giudice permettendo, of course…); risolvere il problema significa individuare e proporre al cliente una o più soluzioni che siano in grado di eliminare la seccatura che sta passando in quel momento; ciò può anche comprendere la necessità di dire al cliente che ha torto marcio, che ha sbagliato qualcosa, che è meglio NON fare causa (regola aurea: MAI esortare il cliente a iniziare una lite, casomai il contrario…).
Ecco a cosa serve (dovrebbe servire) l’avvocato.
Certo, alle volte ci vuole coraggio: il coraggio di non dire ciò che l’interlocutore vorrebbe sentire.
Purtroppo — e questo sì che è vero — non tutti gli avvocati hanno questo coraggio.
Forse è questa una delle ragioni per cui godono (godiamo) di così cattiva fama.

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