Di avvocati, di elezioni e di principî

Una recentissima sentenza della Sezioni Unite della Corte di Cassazione (la n. 32781 del 19/12/2018) ha scatenato un acceso dibattito nell’avvocatura italiana.
La L. 31/12/2012 n. 247 (che ha riformato l’ordinamento della professione forense, sino a quel momento fermo alla normativa emanata ancora nel 1933) ha introdotto il c.d. “limite del doppio mandato”, ossia ha stabilito che nessuno possa essere eletto consigliere dell’ordine degli avvocati per più di due volte consecutivamente (lo stesso limite si applica anche ai componenti del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli Distrettuali di Disciplina), precisando inoltre che la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un periodo di tempo uguale a quello nel quale si sia in precedenza ricoperta la carica in questione (art. 3, comma 3, ultimi due periodi, L. 12/07/2017 n. 113, “Disposizioni sulla elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi”, che ha sostituito l’uguale previsione contenuta nell’art. 28, comma 5, L. 247/2012).
Sino alla sentenza delle SS.UU., si era sempre inteso che tale limite valesse solo a partire dall’entrata in vigore della L. 247/2012 (anche perché, prima di essa, il mandato di consigliere durava due anni, mentre adesso ne dura quattro); la Corte di Cassazione, invece, ha stabilito che né nella L. 247/2012 né nella L. 113/2017 si rinviene alcunché che legittimi tale interpretazione, pertanto ha affermato che, ai fini della ricandidatura, occorre tener conto di tutti i mandati consecutivamente svolti, anche se precedenti all’entrata in vigore della L. 247/2012.
La decisione delle SS.UU. è stata confermata dal D.L. 11/01/2019 n. 2, che ha reso l’interpretazione autentica delle norme elettorali forensi «nel senso che, ai fini del rispetto del divieto di cui al predetto periodo [“i consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi”; N.d.R.], si tiene conto dei mandati espletatati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all’entrata in vigore della legge 31 dicembre 2012, n. 247» (art. 1, comma 1, D.L. 2/2019).
Ciò che, in effetti, ha reso dirompente quanto sopra è la coincidenza temporale: a gennaio 2019, infatti, erano previste le elezioni per il rinnovo dei consigli dell’ordine degli avvocati pressoché in tutta Italia, e una buona parte di quanti facevano parte dei consigli in scadenza si è ricandidata per un ulteriore mandato; per quanti erano alla prima esperienza, nulla quaestio; non così per coloro che erano stati eletti anche sotto il precedente ordinamento (in diversi casi, il problema ha riguardato anche i presidenti degli ordini).
Opportunamente, il D.L. 2/2019 ha consentito il rinvio delle elezioni (che dovranno tenersi entro il mese di luglio 2019), onde consentire di rivedere le candidature alla luce del principio come sopra determinato.
L’avvocatura italiana si è, però, praticamente divisa in due: da un lato, quelli che sostengono l’interpretazione secondo cui il limite dei due mandati vale solo per le elezioni tenute sotto il nuovo regime della L. 247/2012, dall’altro quelli che auspicano un sostanziale e autentico rinnovamento dei vertici istituzionali dell’avvocatura e condividono l’interpretazione restrittiva enunciata dalle Sezioni Unite.
A mio modo di vedere, l’interpretazione “larga” — cioè, che riteneva che il limite dei due mandati non fosse retroattivo — si poteva ragionevolmente sostenere sino alla sentenza n. 32781/2018 della Suprema Corte; dopo, non è più possibile, poiché compete alla S.C. dare l’interpretazione guida delle norme di legge, enunciando principi che vanno anche oltre il caso concreto per il quale sono stati individuati (è la c.d. “funzione nomofilattica” di cui è investita la Corte di Cassazione); a maggior ragione, quando quel principio è stato poi recepito e sancito addirittura in una norma di legge.
Non intendo, con ciò, giudicare in alcun modo quanti la pensano diversamente; epperò è un dato di fatto che tale opinione si contrappone ad atti (sentenza e norma) che hanno ben altra — e soverchiante — valenza.
Capisco perfettamente il disagio di quanti, di punto in bianco, si vedono costretti a lasciare una carica che pensavano di dover abbandonare solo fra un certo tempo: essendo stato a mia volta consigliere dell’ordine, so benissimo che “lo scranno crea assuefazione” e che ci vogliono convinzione e forza d’animo per rinunciarvi a cuor leggero. Ed è pur vero che la norma introdotta col D.L. 2/2019 è tuttora da considerarsi “transitoria”, poiché dovrà essere convertita in legge (e non sempre i decreti legge vengono poi confermati dal Parlamento).
D’altro canto, e da tempi non sospetti, sono sempre stato fautore del limite dei due mandati, ancor prima che questi raddoppiassero di durata e il limite venisse introdotto per legge (difatti, ne ho svolti due al consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia, e poi basta).
Come sempre, le generalizzazioni sono sbagliate: fra i “recalcitranti” vi sono persone che so degnissime e sinceramente animate da spirito di servizio (anche perché, contrariamente a quanto molti — erroneamente — ritengono, non è prevista alcuna indennità per i consiglieri dell’ordine, che prestano quindi il loro servizio gratuitamente e, anzi, rimettendoci, poiché sottraggono tempo e risorse al loro lavoro); allo stesso modo, non tutti quanti si stracciano clamorosamente le vesti invocando onestà intellettuale e dignità della professione sarebbero esattamente in grado di scagliare “prime pietre”.
Auspico, in conclusione, che, passato lo sconvolgimento emotivo del primo istante e a mente finalmente fredda, prevalga quel senso di dignità della professione che dovrebbe informare chiunque abbia l’onore e l’onere di portare la toga; che i toni si plachino e che l’avvocatura possa tornare a occuparsi delle più serie questioni che l’interessano, perché in questo momento — perdonatemi l’immagine un po’ brutale — tutti noi avvocati stiamo finendo col sembrare “i polli di Renzo”.