Diffidare delle imitazioni

In virtù della normativa europea, anche un avvocato non italiano può legittimamente esercitare in Italia; per “avvocato non italiano” si intende un professionista iscritto a un albo professionale di un paese estero, equivalente a un albo degli avvocati italiano.
Poiché la legge prevede che il suddetto debba utilizzare il titolo estero, se il professionista in questione proviene dall’Inghilterra sarà “solicitor” oppure “barrister”; se dalla Francia, “avocat”; se dalla Germania, “rechtsanwalt”; se dalla Spagna “abogado”.
Tutti costoro, se intendono esercitare in Italia, debbono iscriversi all’albo tenuto da un Ordine italiano, nella speciale sezione degli “avvocati stabiliti”.
Da alcuni anni il numero degli “avvocati stabiliti” è cresciuto in maniera esponenziale: la circostanza curiosa è che la stragrande maggioranza di questi (il 92%, secondo una recentissima indagine del Consiglio Nazionale Forense) è costituita di cittadini italiani che all’estero non hanno mai esercitato, neppure per un giorno, la professione forense; altrettanto curioso, che siano perlopiù “abogados”, cioè avvocati di diritto spagnolo, per il quale non è necessario un esame di abilitazione per iscriversi al relativo albo, bensì solo il conseguimento della laurea presso un’università spagnola, oppure il riconoscimento della laurea italiana, sempre presso un’università spagnola, previo il superamento di pochi esami.
Tenuto conto che in Italia, dopo la laurea in giurisprudenza, è richiesto un tirocinio di diciotto mesi (sino a non molto tempo fa, di due anni) nonché il superamento di un esame di stato che, per quanto squalificato, una certa selezione pur sempre la opera, c’è poco da sorprendersi che sia addirittura sorto un business, con tanto di pubblicità (“Diventa avvocato senza esame di abilitazione in Italia e senza trasferirti in Spagna”: vedi il sito del CEPU, fra gli altri).
Del resto, il malvezzo di certi italiani di cercare scorciatoie non è una novità: un tempo si assisteva alla transumanza di quanti si trasferivano alla fine del tirocinio presso un altro Ordine (spiace dirlo: nel meridione) per poter sostenere l’esame di abilitazione in una sede notoriamente “facile” o, peggio ancora, “compiacente” (qualcuno ricorda ancora le percentuali “bulgare” di promozione in sedi quali Catanzaro o Messina? Né vi si sono sottratti tirocinanti che, anni dopo, sarebbero pure divenuti — oh, quanto indegnamente! — Ministri della Repubblica…).
Il Consiglio Nazionale Forense ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea lamentando per tali pratiche l’abuso del diritto comunitario; perché di abuso si tratta: la norma sugli avvocati stabiliti era stata pensata per attuare il diritto di stabilimento nei riguardi dei professionisti europei, mentre un consimile “turismo professionale” concreta un vero e proprio imbroglio:

  • si imbrogliano i Clienti, facendo loro credere di avere a che fare con un professionista preparato e competente, alla stregua di quanti si sono sottoposti all’intera trafila senza sconti o scorciatoie di sorta (giusto per la cronaca: nelle sedi d’esame del settentrione, la media di abilitati si aggira intorno al 30%);
  • si imbrogliano i Colleghi, facendo loro concorrenza sleale;
  • si imbroglia la legge, cosa che, per un avvocato, costituirebbe il colmo, se fosse una barzelletta; ma, siccome è la realtà, costituisce qualcosa di ben peggiore, cioè la negazione stessa e alla radice di ciò che un avvocato dovrebbe essere e rappresentare.

La questione non è di poco conto, né si tratta di una difesa “corporativa” o “di casta”, come qualche interessato vorrebbe far credere.
Fareste curare voi stessi o un vostro familiare da un veterinario?
Anziché dal dentista, andreste da un meccanico?
L’avvocato è chiamato a gestire una parte comunque importante della vita del proprio cliente: i suoi diritti, sia che si tratti di questioni di modesta rilevanza (recupero di crediti anche di non elevata entità), sia che si tratti di affari importantissimi (la difesa in un processo penale per reati gravissimi): è quindi interesse primario del cliente stesso che a occuparsi dei suoi diritti sia un professionista in grado di offrire tutte le garanzie previste dalla legge, e non un “furbetto” o un ciarlatano.
In fondo, si sa come sono le imitazioni: costano poco, valgono anche meno; ma queste imitazioni di avvocato possono pure essere perniciose.
E allora, si conferma sempre valido quel vecchio consiglio: diffidate delle imitazioni.

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